BS Aprile
2024

GLI AMICI DI DON BOSCO

Emilio Garro

L’AMICO DIMENTICATO
Don Pietro Merla

Amico fraterno di don Bosco, aveva fondato una comunità per salvare le donne di strada.
Una banda di sfruttatori lo uccise a colpi di pietra. Un martire di cui quasi nessuno si ricorda.

Le «Memorie biografiche» di don Bosco fanno la presentazione di don Pietro Merla in un momento difficile e assai critico per don Bosco.

L’apostolo della gioventù, dopo aver condotto la turba dei giovinetti, che la domenica, sotto la sua direzione, ricevevano istruzione catechistica e possibilità di partecipare alle sacre funzioni e ai Sacramenti, si trovava, quasi abbandonato dai suoi benefattori, in un prato – il prato dei fratelli Filippi, preso da lui in affitto fino a quel giorno (5 aprile 1846), domenica delle Palme – oppresso dall’angoscia di non sapere dove avrebbe condotto la domenica seguente – Pasqua di Risurrezione – quei 400 ragazzi, e, seduto sopra una ripa, piangeva e pregava.

Un uomo – mandato certo da Dio – gli si accostò allora per invitarlo ad andare con lui a vedere un sito non lontano (il prato e quel sito erano nella regione detta «Valdocco»), di proprietà del Signor Pinardi, posto in vendita e adatto a ciò che desiderava don Bosco.

Fu un raggio di sole per il cuore afflitto del santo. Ma come allontanarsi di lì, lasciando senza assistenza quelle centinaia di fanciulli che correvano, saltavano, gridavano?

«In quell’istante, giungeva un fedele amico di don Bosco, un certo don Pietro Merla… Compagno di Seminario del nostro don Bosco e conscio del gran bene che egli faceva in una parte del ministero non dissimile da quello che a lui stava a cuore, quando nel giorno festivo aveva un ritaglio di tempo, correva con piacere in aiuto dell’amico, prestandosi volentieri ad assistere, a fare il catechismo, a predicare ed in ogni altro caritatevole ufficio».

In quell’occasione don Merla assisté la folla di giovani impegnati in mille giochi – cosa non certo facile – fino al ritorno dell’amico, il quale si mostrava adesso pieno di gioia perché aveva concluso felicemente l’affare della compera della tettoia Pinardi ed aveva assicurato una sede stabile al suo Oratorio per il prossimo futuro. Tale buona notizia corse in un attimo fra i ragazzi, e li riempì d’irrefrenabile entusiasmo. Chi gridava, chi saltava, chi faceva capriole nell’erba, chi gettava il berretto in aria, chi urlava esclamazioni di giubilo. Don Merla si unì a quella sfrenata manifestazione di gioia giovanile, e si mise a battere le mani, a ridere, a congratularsi con don Bosco. Questi aveva le lacrime agli occhi, ma erano lacrime di consolazione. Detto il Rosario, don Bosco licenziò i giovani, dando loro l’appuntamento alla tettoia Pinardi per la domenica seguente, quindi s’intrattenne qualche momento con don Merla, con cui rinnovò la comune fiducia negli aiuti divini. L’amico di don Bosco, commosso, si ritirò sentendo, egli pure, cresciuta in cuor suo la fede nel Signore e il desiderio di compiere anch’egli qualche Opera duratura per il bene delle anime.

Cappellano delle carceri

Abbiamo detto che don Merla era coetaneo di don Bosco; infatti egli era nato nel 1815 a Rivara Canavese dal notaio Ignazio e dalla casalinga Paola Seyta. Fu compagno di Seminario con don Bosco a Chieri, e con lui visse la vita solita a condursi in quei sacri recinti in quel tempo, in cui i princìpi nefasti della Rivoluzione francese influenzavano gli ambienti italiani e penetravano persino nei santuari e nei cenacoli di studio. «Nel Seminario di Chieri, fiorivano quindi le amicizie tra compagni. Il chierico Pietro Merla s’affezionò presto al chierico Giovanni Bosco di Castelnuovo, al quale, d’altra parte, s’affezionavano tutti, per il suo carattere affabile e generoso, e gli si mantenne fedele e affezionato anche dopo il seminario e finché visse.

Sei furono gli anni di Seminario, dopo i quali, uscito sacerdote, fu posto alla direzione spirituale delle detenute nelle cosiddette carceri delle Torri.

Certo, doveva sentirsi impressionato alla vista e alla conoscenza di tante miserie nel ceto femminile, e, per quanto gli era possibile, cercava di alleviare la loro condizione morale con i conforti della Religione, che molte delle detenute avevano dimenticata o non praticata.

Procurava di sollevare anche il suo spirito correndo nei giorni di festa fuori di quel triste ambiente carcerario e mettendosi in mezzo alla lieta e spensierata gioventù che circondava l’amico Giovanni Bosco. Era allora per lui cosa consolante prestargli il suo aiuto nell’assistenza, nel prendere parte vigilante ai trastulli giovanili, a fare le veci del Santo nell’istruzione catechistica e nella predicazione, nel sostituirlo in qualche breve assenza.

Al contrario di altri sacerdoti aiutanti di don Bosco, egli non si era allontanato da lui nei momenti difficili. Qualche tempo dopo, don Bosco fu colpito da grave malattia e dovette poi assentarsi da Torino per tre mesi di lunga convalescenza a Castelnuovo d’Asti, suo paese natio. Durante quell’assenza, l’Oratorio non rimase senza direzione. Il Teologo Borel, coadiuvato da don Merla e da altri sacerdoti e benefattori, assistette amorosamente tanti giovani (raggiungevano ormai quasi il migliaio), e il 15 agosto, festa dell’Assunzione, si svolse una lunga, solenne e ordinata processione per i sentieri e le viuzze circostanti l’Oratorio di Valdocco.

Il 3 novembre ritornava don Bosco a Torino con sua madre, Mamma Margherita, dopo aver percorso, a piedi, i 60 chilometri che separano i Becchi dall’Oratorio.

Anche negli anni seguenti non venne meno l’aiuto di don Merla a don Bosco. Notevole è quello arrecatogli nel 1849 e nel 1850, che ci mostra in don Merla l’Insegnante di materie classiche.

Don Bosco aveva scelto fra i giovani che frequentavano l’Oratorio, nel 1849, quattro di essi – Buzzetti, Gastini, Bellia e Reviglio – nei quali gli sembrava di vedere buone disposizioni per avviarli alla carriera ecclesiastica, ed aveva incominciato ad istruirli nei primi fondamenti della lingua latina. Questa scuola di latino da parte di don Bosco continuò anche nei mesi di vacanza, passati a Castelnuovo, ma, al ritorno a Valdocco pel successivo anno scolastico, il Santo si trovò impedito, per il molto lavoro, a proseguire nell’insegnamento. Allora chiamò don Merla, e propose a lui di portare avanti l’impresa.

Don Merla fu ben lieto di potersi rendere utile al suo amico anche in quell’incarico di fiducia e di responsabilità, e accondiscese a fare scuola privata ai quattro alunni per circa un anno. L’anno seguente (1850) don Merla ebbe uno scolaro di eccezione, cioè Michele Rua, il futuro primo Successore di san Giovanni Bosco.

Origine dell’Istituto “San Pietro”

L’esempio dell’amico don Bosco, che si era dedicato ai giovani poveri e abbandonati, influì su don Merla, che continuava ad essere il cappellano delle Carceri delle Torri Palatine. Qui era a contatto quotidiano con tante donne di strada, vittime di violenti persecutori.

E dopo che avevano scontata la loro pena, come venivano accolte quelle sventurate giovani dalla società? I parenti si vergognavano di esse, gli estranei le sfuggivano, coloro ch’erano dediti ai vizi cercavano di riafferrarle per farle ritornare agli antichi deviamenti. Anche se pentite delle passate colpe, anche se desiderose di mutare vita, si trovavano inevitabilmente nella quasi impossibilità di attuare i buoni propositi fatti.

Perciò andava pensando nella sua mente al modo migliore per evitare un simile male. E gli parve che, come don Bosco aveva trovato in quel tempo, dopo lungo vagare, una sede stabile per raccogliere i suoi giovani, così anche lui, forse dopo qualche iniziale peripezia, avrebbe dovuto cercare e trovare un luogo dove raccogliere stabilmente quella provata gioventù femminile per toglierla dal male ed instradarla al bene.

Cominciò con un piccolo gruppo che si riuniva in un locale delle carceri. Questa situazione però non poteva e non poté durare molto, perché al primissimo gruppo si aggiunsero altre giovani, della stessa condizione. E allora? Necessitava trovare un’altra sede. Quelle stesse Suore Giuseppine si dice che proponessero un locale in via Bogino, che non era lontano dalla sede della loro Congregazione, sita in via Giolitti (denominazione odierna). Con molta gioia don Pietro accettò la proposta, che gli dava modo di riunire al sicuro quelle giovani e di cominciare su di esse con speranza di buona riuscita la sua opera di riformazione. Quel locale doveva avere un nome che, lasciati i vincoli delle trascorse miserie umane tanto spirituali quanto materiali, erano uscite, per aiuto divino, come san Pietro per aiuto dell’Angelo, alla vera libertà dei figli di Dio. Lo chiamò quindi Ritiro di San Pietro in Vincoli. Pietro era anche il suo nome, e San Pietro sarebbe stato il Protettore di quella piccola e fervorosa Comunità.

Ma il luogo era scomodo, con lunghe scale da salire. Si confidò con don Bosco, il quale gli disse: «Caro don Pietro, penso che non sia difficile trovare il rimedio a tale stato di cose. Il lazzaretto tra Corso Principe Oddone e via Santa Chiara, con la cessazione del morbo contagioso, è rimasto vuoto. Se tu lo prendi in affitto, e ti sarà facile, lo potrai adattare a opportuno ricovero per il “Ritiro”. Non è lontano dall’Oratorio, non è lontano dalla tua casa, è un po’ fuori dall’abitato, ma non troppo, e sarà un locale eccellente».

I due sacerdoti si recarono colà. L’isolato, a forma di cuneo, comprendeva un corpo di casa, a un piano, con terreno annesso e muro di divisione, avente nel mezzo un cortile rustico con pozzo o vasca per attingervi acqua. La parte principale dava in Corso Principe Oddone, con cancellata, piccolo atrio e inferriate alle finestre. Da Via Balbis s’apriva un’altra entrata, pure con cancello e ambienti per stalla e cucina, poi orti e prati.

Il proprietario, che li aveva accompagnati nella visita, fu ben contento di poter affittare una parte di quell’isolato. Allorché tutto fu pronto, la Comunità delle ricoverate di don Merla vi si trasferì, ma alla chetichella, senza fare chiasso o propaganda. Non volle però mantenere l’antica intitolazione, che ricordava il carcere e le catene, e preferì chiamarsi semplicemente «Ritiro di San Pietro Apostolo».

Come santo Stefano

L’assistenza alle ricoverate venne affidata a due Vincenzine del Cottolengo. L’Istituto cominciò così a prendere lo spirito di san Giuseppe Cottolengo.

Don Merla, per quella Famiglia che tanto gli stava a cuore, era davvero un amorosissimo Padre e non badava a sacrifici per soccorrere in ogni maniera quella Comunità. Le giovani erano impegnate in lavori di maglia ed uncinetto, e guadagnavano così anche qualche cosa per il necessario sostentamento, ma era troppo poco per pagare puntualmente la pigione e procurarsi di che mangiare e vestirsi. Il loro Direttore vuotava le proprie tasche, vi metteva di suo quanto più poteva, chiedeva elemosine, ma i bisogni non cessavano. Egli inoltre vigilava affinché si mantenesse in esse lo spirito di concordia, di umiltà, di penitenza, di sottomissione, di modo che le nuove ricoverate, che venivano a far parte del «Ritiro», rimanessero fin dal principio ben impressionate e dimenticassero le tristi cose e le malvagità del mondo in cui si erano dovute trovare.

Ma non dimenticavano questo i giovinastri che avevano spinto alcune di esse al mal fare, né altri dei dintorni che su di esse avevano posato gli occhi con peccaminose intenzioni. Irritati gli uni e gli altri contro don Merla, che aveva tolto loro quelle giovani prede o ne impediva lo sfruttamento, si coa­lizzarono in una decisione di criminale rappresaglia.

Un giorno di novembre del 1855 don Merla usciva dal «Ritiro» avviandosi verso casa sua, allorché un gruppo di quei malviventi si mosse contro di lui con grida ingiuriose e sconce esclamazioni. Fermatosi egli alquanto, fu subito investito da una tempesta di sassi d’ogni peso e d’ogni calibro, che lo colpirono mortalmente in tutte le parti del corpo e in modo particolare sulla testa, facendolo presto sanguinare abbondantemente. E l’avrebbero lì reso freddo cadavere se persone accorse non avessero fatto fuggire i vili assalitori e prestato aiuto alla loro vittima. Sollevato da terra, dov’era caduto, venne accompagnato alla sua casa, e apprestategli le cure necessarie. Ma le ferite erano troppo gravi, sicché, dopo qualche giorno di alterne vicende tra la speranza della guarigione e il timore di perderlo, i suoi parenti e gli amici sacerdoti venuti ad assisterlo, munito dei santi Sacramenti lo videro tranquillamente e serenamente morire. Aveva quarant’anni.

L’amico di sempre, don Bosco, scrisse nell’elogio funebre: «Di tutto rendeva grazie a Dio, e l’occhio suo, in vita sereno e tranquillo, lo era assai più nelle ambasce della morte. Munito dei Sacramenti, assistito dai suoi amici sacerdoti, Egli dava segno di grande rassegnazione, che inteneriva fino alle lacrime. Neppure un lamento uscì dalle sue labbra moribonde, e la sua morte fu quella del giusto, che, l’intera vita avendo consumato nel servizio di Dio e nel bene delle anime, ha fondata speranza di ottenere da Dio la promessa mercede». 

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