LA NOSTRA FAMIGLIA
Antonio Labanca di Missioni Don Bosco
L’ALTRA ALA di don Bosco
«La Società salesiana è composta di chierici e di laici che vivono la medesima vocazione in fraterna complementarietà» (Costituzioni, 4). Un’idea geniale nata dal cuore di don Bosco.
Nella congregazione voluta da don Bosco, a fianco dei chierici sono stati previsti i laici consacrati, che fanno parte delle comunità salesiane fin dai primi passi a Valdocco e a pari titolo dei fratelli ordinati.
La prima riunione ufficiale si tenne nelle camere di don Bosco il 18 dicembre 1859 ed era composta da sacerdoti e chierici. Tra i laici che si recarono in Argentina con Giovanni Cagliero, nel 1875, c’erano Vincenzo Gioia, Bartolomeo Scavini (maestro falegname), Stefano Belmonte (musicista e addetto all’economia domestica) e Bartolomeo Molinari (maestro di musica), considerati “veri operai evangelici”.
Per questo, abbiamo incontrato dei confratelli salesiani approfittando della loro partecipazione al Capitolo Generale 29 che si è svolto a Valdocco fra febbraio e aprile di quest’anno.
SALESIANI D’AMERICA
Il primo salesiano laico che incontriamo è John Thomas Mass, attuale economo dell’ispettoria di San Francisco.
Come ha incontrato il mondo salesiano?
«Tanti anni fa ho conosciuto il cattolicesimo ma non i salesiani. Ho frequentato le iniziative della diocesi, ma in queste non ho mai incontrato la figura di don Bosco. Un giorno ho pensato di diventare prete, quindi ho iniziato a partecipare più da vicino alla vita dei chierici. Ma ho constatato che questa vocazione non era per me. Ne parlai con il mio direttore spirituale e gli dissi: “Questa vita mi sembra molto rigida ed estraniante, distinta e lontana dalle persone”. Lui mi consigliò di guardare nella vita religiosa, ma non sapevo che cosa significasse. Quindi mi spiegò quali erano le differenze, e mi parlò delle caratteristiche dei salesiani che fanno formazione scolastica.
Al tempo lavoravo in un’azienda aerospaziale e pensai: “Se potrò insegnare ai ragazzi ciò che conosco sarà fantastico, e sarò un prete”. Iniziai ad insegnare in una scuola tecnica, e mi piacque subito perché mettevo a disposizione quello che stavo facendo nel mio lavoro. Così ho iniziato a conoscere da vicino i salesiani, osservando le interazioni fra loro. Li conobbi nei momenti informali, quando mangiavano insieme e la sera si intrattenevano amabilmente anche con gli insegnanti, magari bevendo un bicchiere di vino o una lattina di birra o una Pepsi. Vivendo con loro, ho capito subito che la chiamata dei fratelli era per me.»
Com’è nata la sua vocazione?
«I preti salesiani erano molto vincolati dagli impegni pastorali: “Oh, devo andare a dire la messa… devo, devo, devo…” sentivo ripetere, un onere troppo impegnativo per me. Quando ho incontrato i fratelli, vedevo invece che erano più rilassati, sempre felici: ugualmente lavoravano duro, davano il loro aiuto per qualsiasi necessità. Vedevo che donavano la loro vita in tutta serenità, pronti ad affrontare qualsiasi cosa accadesse. E così ho imparato qual è la vocazione dei coadiutori. Ho pensato: “Ok, questo potrebbe essere me, posso farlo anch’io”.
Avevo 27 anni quando conobbi i salesiani, l’anno seguente iniziai a vivere con loro.»
Facciamo un salto a sud e andiamo in Colombia, a Medellin. José Luis Jiménez Martínez è un salesiano coadiutore da 30 anni, appartiene all’Ispettoria San Luis Beltrán.
Come vive un coadiutore il carisma salesiano?
«Nella nostra comunità lo viviamo tutti come fratelli, non c’è differenza nel modo in cui lo si vive. Il carisma è uno solo e lo viviamo alla pari nei momenti comunitari di preghiera, nei momenti di condivisione dei pasti, nelle riunioni di pianificazione comunitaria. Poi ognuno di noi, secondo la propria scelta carismatica vocazionale, lo vive anche nei propri spazi personali di preghiera e nel modo in cui porta avanti l’apostolato.
I confratelli sacerdoti lo vivono in modo particolare nel ministero sacramentale e in tutto ciò che comporta la loro ordinazione; noi coadiutori lo viviamo portando in tutti gli ambienti dove siamo presenti il valore della laicità consacrata come salesiani. Lo viviamo uniti nella stessa professione salesiana che condividiamo.»
La vostra condizione aiuta i rapporti con la gente, con i giovani?
«Credo che la facilità del contatto risieda nel fatto che condividiamo l’elemento della laicità e che da lì offriamo un contributo importante: la nostra esperienza spirituale, la nostra consacrazione, che in un modo o nell’altro diventa un segno per gli altri.»
Rimbalziamo a nord, sul versante orientale. Gunther Travis è formatore dei pre-novizi della provincia di San Filippo apostolo che ha sede a New York e comprende l’est degli Stati Uniti e il Canada.
Che cosa caratterizza l’essere un “fratello laico”?
«Sono costantemente impegnato a riscoprire le fondamenta del mio essere un coadiutore. Semplicemente, sto seguendo Cristo, nella comunità, nel servizio dei giovani con lo stile di don Bosco. Riesco a farlo integralmente lavorando nella scuola e seguendo la formazione più complessiva dei giovani. Recentemente sono stato in un gruppo dell’Indiana ed è stato interessante essere tra loro perché esprimono un bisogno di spiritualità. Vogliono sapere di più su Domenico Savio, e ora che sono qui a Valdocco sto cercando io per primo di cogliere la sua testimonianza.»
Quanto è attrattiva la vita da salesiano laico?
«Registriamo una riduzione delle vocazioni ma non vedo una crisi: Dio ancora chiede ai giovani di essere fratelli salesiani. C’è un modo perfetto e bello di vivere fra i giovani e nella comunità. Viviamo la nostra vocazione con il supporto dei nostri fratelli giorno dopo giorno, fratelli e preti. La domanda è come viviamo passionalmente per Cristo dedicato ai giovani. La vocazione a essere laici consacrati negli Stati Uniti è una possibilità per i giovani.»
Il CG29 ha vissuto un momento di confronto sull’identità dei coadiutori. Il segnale è che non vi sia una chiusura ma anzi un cammino da compiere. Lucas Mario Mautino, coadiutore dell’Argentina (facciamo così un altro lungo balzo fra nord e sud del continente americano), ha commentato: «Don Bosco ci ha pensati come un’unica vocazione, vivendo in una complementarità fraterna, valorizzandoci l’un l’altro. Per comprendere il salesiano sacerdote e il salesiano coadiutore dobbiamo considerarli insieme: è questa la direzione da seguire. Penso che sia un bel segno dei tempi che i non ordinati, in alcune occasioni, possano essere chiamati al servizio dell’autorità nello stile di Gesù. Vedo con molta speranza questa nuova opzione quando si traduce in un servizio ai giovani.»
In Argentina, ma non solo, questa riflessione può essere segnata dalla vicenda di Artemide Zatti, coadiutore recentemente canonizzato nel 2023. Il suo è stato un servizio umile a beneficio dei malati, soprattutto dei meno abbienti; il tratto fondamentale della sua spiritualità è stata la Carità.
«Abbiamo Artemide Zatti come modello, ed è bello guardare anche a lui in questo momento. Per noi è una figura molto importante che ci insegna ad evangelizzare e ad educare attraverso la testimonianza e il modo di vivere.» Dunque, non è un problema di “cariche” all’interno della casa salesiana, ma di percorsi verso la santità che si modulano sulla singola persona.
«Penso che sia un bel segno dei tempi quello di continuare ad essere aperti a queste nuove realtà, ed essere in sintonia con ciò che papa Francesco ci suggeriva. In qualunque caso chi è chiamato al servizio dell’autorità deve farlo nello stile di Gesù. Un servizio che è sempre al fianco degli altri, che vuole aiutare tutta la comunità. Vedo questi segni con molta speranza.»
Il tema si intreccia con un altro affrontato dal Capitolo Generale: quello del coinvolgimento dei laici non consacrati negli incarichi di responsabilità a nome della congregazione. Proprio l’Argentina è stata pioniera da questo punto di vista: la direzione di scuole e di oratori è stata affidata a laici che condividono non solo teoricamente il metodo formativo salesiano ma che hanno anche mostrato una reale passione educativa in linea con il carisma di don Bosco. Ma questa è proprio un’altra dimensione, che magari affronteremo prossimamente da queste colonne.
LA SENTINELLA DELL’ORATORIO
Marcello Rossi dovette attendere la maggior età per poter disporre liberamente di sé, ma nel 1869 si presentò a don Bosco per restare sempre con lui. Di costituzione piuttosto fragile, nel ’75 si ammalò di petto e sembrava avesse i giorni contati. Don Bosco gli impartì una benedizione e lo rassicurò che avrebbe invece continuato a lavorare a lungo con lui. Di fatto si riprese, e don Bosco avendo bisogno di un uomo accorto e coscienzioso da mettere in portineria, gli affidò provvisoriamente quel compito. Lo svolse provvisoriamente per 48 anni.
Ogni mattino alle 4,30 era puntuale all’apertura della chiesa, poi metteva ordine in ogni angolo della portineria, poi prendeva posto al suo sportello. Da quel punto di osservazione aveva modo di rendersi utile a tutti, informando e avvertendo, evitando disguidi e inconvenienti. Si assentava solo una settimana all’anno per gli esercizi spirituali, e qualche ora alla domenica per il catechismo ai ragazzi dell’oratorio. Altrimenti era sempre lì. Lo chiamavano «la sentinella dell’oratorio», oppure – con riferimento al famoso e misterioso cane che in anni precedenti aveva difeso don Bosco – «il grigio».
Ma era tutt’altro che un cerbero: sempre pacato e sereno, padrone delle situazioni, sapeva accontentare tutti e rendersi utile in mille occasioni. La sua portineria divenne un ufficio di collocamento: vi incontrava allievi in cerca di lavoro, e vi incontrava anche le persone agiate disposte ad assumerli. O disposte a pagare la retta a qualche ragazzo povero…
Nel 1911 sulla piazza di Maria Ausiliatrice venne eretto il monumento a don Bosco; qualche tempo dopo il cardinal Cagliero rientrò in Torino dai suoi soliti lunghi viaggi, ed era curioso di vedere il tanto declamato monumento. Come si affacciò alla piazza, guardando da lontano, vide anche Marcello Rossi sull’uscio della sua portineria, e additandolo ai suoi accompagnatori disse: «Eccolo là, il vero monumento di don Bosco».

















