LA NOSTRA BASILICA
Natale Maffioli
L’altare di SAN GIUSEPPE
È l’unico altare del santuario che è rimasto così come lo volle e lo vide san Giovanni Bosco. Anche nei recenti lavori di ampliamento e di abbellimento, non fu toccato. L’altare di san Giuseppe è dunque un caro ricordo di don Bosco.

Per don Bosco l’altare dedicato a san Giuseppe, assieme al principale con la grande tela dell’Ausiliatrice, rappresentavano il centro, iconografico e ideale, della sua chiesa. La tela, con la santa Famiglia di Nazareth, nel 1847 era ben lontana dall’essere realizzata; nel giugno di quell’anno don Bosco scriveva a Roma al cavaliere Luigi Oreglia di Santo Stefano: “Veda di mandarmi il disegno dell’altare di S. Giuseppe”; una richiesta così specifica significava che don Bosco non aveva ancora visto né la forma e neppure di quale materiale era fatto l’altare che, in seguito, sarebbe stato eseguito a Roma in un laboratorio della città e probabilmente pagato da un nobile romano suo amico.
L’anno seguente la struttura dell’altare in marmi variegati era già in loco. Ora analizziamo il manufatto: la disposizione dei marmi colorati è decisamente funzionale, ogni piano è stato realizzato con marmi di diversa natura e colore; il piano superiore, quello a diretto contatto con il dipinto (è diviso in due per dare spazio alla parte sommitale del tabernacolo) è di bianco di Carrara con ampi inserti di alabastro, la lastra sottostante, è per intero di marmo grigio bardiglio, due cornici modanate, in bianco di Carrara racchiudono lo strato inferiore, il primo per i candelieri, in verde Alpi con inserite rosette di marmo bianco e di bronzo dorato. Una leggera fascia in giallo di Siena lo separa dal gradino inferiore per il secondo dei candelieri: questo è arricchito da teste angeliche alate, sempre di marmo di Carrara, al centro il maestoso tabernacolo è sormontato da un timpano circolare. Cornici in bianco di Carrara lo separano da una fascia in rosso antico con elementi decorativi.
Il paliotto è stato realizzato in marmi di svariati colori: un decoro centrale, in marmo giallo di Siena, culminava con la testa alata di cherubino in bianco di Carrara e la decorazione era delimitata da una cornice sempre in marmo bianco. Questa poi era inserita su un fondo di marmo verde Alpi: questa parte centrale è contornata da filetti in bianco apuano, giallo di Siena e da una larga fascia in rosso antico. La mensa è contenuta tra due mensole di bianco apuano con modanature terminanti con foglie di acanto. Affiancano la mensa due ali laterali realizzate con le stesse qualità di marmi del paliotto: una parte centrale in verde Alpi contornata da fasce di giallo di Siena, bianco di Carrara e una fascia più larga di rosso antico; la mensa è affiancata da peducci di supporto per le ampolline su fondo di bardiglio. Mancava ancora all’appello l’elemento più importante dell’altare, la pala con l’effigie del santo non era ancora stata eseguita dal pittore Lorenzone.
Un piccolo “giallo”
Nel 1873 il pittore terminava questa seconda commessa per don Bosco; ma la tela è al centro di un piccolo giallo: don Bosco nel 1868, nel suo fascicolo intitolato “Meraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice”, descrive il dipinto come se fosse già collocato al suo posto sopra l’altare, mentre in una lettera del 14 ottobre 1873 a don Rua scrive: “Tra D. Cagliero e D. Savio pensate al quadro di S. Giuseppe che è presso al Sig. Lorenzone finito, e non manca più che della cornice poi si metta a posto”.
L’autore del volume delle Memorie Biografiche rettifica l’espressione di don Bosco: “Nella crociera di sinistra àvvi l’altare che sarà dedicato a San Giuseppe; ma il quadro non era ancora sul posto, l’artista Tommaso Lorenzoni lavorava a dipingerlo. Esso avrebbe rappresentata la Sacra Famiglia. La composizione era simbolica ed eccone il disegno. San Giuseppe è in piedi sopra una nuvola, portando sul braccio sinistro il Bambino Gesù, il quale tiene sulle ginocchia un panierino pieno di rose. Il Bambino piglia le rose e le dà a San Giuseppe e questi man mano le fa piovere sulla chiesa di Maria Ausiliatrice che vedesi di sotto ed ha per sfondo le colline di Superga”. Un fatto curioso è legato a questo dipinto: “Tre angeli stanno ai lati della Sacra Famiglia: quello che porta la verga fiorita ha le fattezze di una bimba, morta qualche anno prima, figlia della marchesa Fassati, che rimase profondamente commossa e riconoscente”.
Certamente quella del Nostro è stata una innocente ‘gherminella’ adottata per dare l’idea ai devoti dell’Ausiliatrice, e ai suoi benefattori, di una chiesa oramai completata se non in tutte le sue parti, almeno nell’arredo essenziale. Ma come poteva don Bosco descrivere nei particolari il quadro nel 1868 se è stato terminato nel 1873? La descrizione del dipinto era stata possibile grazie ad un bozzetto dimostrativo che il Lorenzone aveva approntato per il santo prima dell’esecuzione della pala. Il piccolo dipinto (cm 27,5 × 48) è stato di recente individuato in una collezione privata. Da poco restaurato, è in buone condizioni di conservazione; non si conosce quale sia stato l’iter che lo ha condotto dallo studio del pittore al mercato antiquario e da qui al collezionista. È stato agevole attribuirlo al Lorenzone, vista l’evidente parentela con l’opera definitiva; comunque sia, sul retro del telaio compare la scritta “Carlo Morgari” (1888-1970), a meno che non sia una nota di possesso da parte di questo pittore piemontese, la nota dimostra che l’attribuzione non è sempre stata così pacifica. Il piccolo lavoro non presenta sostanziali varianti rispetto al prodotto finale. Nel quadro definitivo, le figure sono più voluminose e l’angelo di sinistra presenta un panneggio leggermente più abbondante, con uno svolazzo di tessuto dietro le spalle. L’altare di San Giuseppe fu inaugurato il 26 aprile 1874. Bisognerà attendere un paio di decenni prima che venga messa in opera la corposa cornice marmorea che dovrà inquadrare l’immagine della Sacra Famiglia di Nazareth.
BREVE BIOGRAFIA SUL PITTORE TOMMASO LORENZONE
Il pittore era nato a Pancalieri (TO) il 13 febbraio 1824; studiò all’Accademia Albertina e si distinse come prolifico produttore soprattutto di quadri a soggetto sacro, di grandi e piccole pale d’altare. Nelle sue opere giovanili sono da apprezzare la fantasia e la freschezza del colore; in questo periodo della sua attività artistica è molto legato agli ambienti dell’Accademia di Torino, in un giro di committenze prestigiose per ritratti dei Savoia e di nobili famiglie torinesi, con varietà di soggetti che in seguito saranno assorbiti dalla sola arte sacra. Appartengono a questo periodo le pale d’altare per le chiese torinesi di San Francesco da Paola e di San Gaetano.
Si può, per certi aspetti, collegare la poetica del Lorenzone alla corrente pittorica dei nazareni forse conosciuta grazie alla divulgazione fatta dal pittore Tommaso Minardi e alle riproduzioni a stampa che di certo circolavano tra i pittori piemontesi. “Il loro credo (…) era la preferenza per il medioevo, l’accettazione del rinascimento fino alle opere giovanili di Raffaello, lo studio della natura, l’impegno etico-religioso”. Di fatto il Lorenzone, sia nella disposizione delle figure delle sue composizioni, sovente a sviluppo piramidale, sia nelle forme e nella purezza del colore si rifà alla pittura della fine del Quattrocento inizio Cinquecento.
Il Lorenzone fu appagato nelle sue aspirazioni. L’arte sacra che produsse, se appare valida dal punto di vista della funzione devozionale, resta caratterizzata esteticamente dall’‘handicap’ del risaputo, dei ’déja vu’. L’effetto religioso è soddisfacente, ma prodotto da una forma artistica datata avendo risalito i secoli anche se con le migliori intenzioni.
Purtroppo la sua capacità inventiva non fu sempre felice, specialmente nella maturità; ad un certo punto della sua professione, non fu in grado di uscire dagli angusti schemi di una pittura devota, intrisa di sentimentalismo, complice, forse, anche una committenza imperativa nei suoi confronti. Nel corso di questa evoluzione (o involuzione) si perderanno, purtroppo, la freschezza di ispirazione, la pastosità del colore, il gusto raffinato dei particolari. Esemplari di questo periodo sono le tele per le chiese cittadine di San Filippo e di San Secondo e per la collegiata di Giaveno. Anche dai contemporanei fu considerato un pittore privo di originalità e formalmente ortodosso. Il Lorenzone morì a Torino nel 1901.
Al Museo Casa don Bosco di Trino Valdocco è custodito un bozzetto autografo della pala dell’Ausiliatrice. La prima fase dell’elaborazione del progetto iconografico fu laboriosa; don Bosco avrebbe voluto che fossero illustrati: “In alto Maria SS. tra i Cori degli Angeli; intorno a lei, più vicini gli apostoli, poi i cori dei martiri, dei profeti, delle vergini, dei confessori. In terra gli emblemi delle grandi vittorie di Maria e i popoli delle varie parti del mondo in atto di alzar le mani verso lei chiedendo aiuto” 1.
Alle specifiche domande del pittore, che voleva chiarimenti sulla fattibilità del progetto, don Bosco non seppe dare risposta, “Quindi fu deciso che il dipinto avrebbe compreso solo la Madonna, gli apostoli, gli evangelisti e qualche angelo. A piedi del quadro, sotto la gloria della Madonna, si porrebbe la casa dell’Oratorio”.
Quest’ultima osservazione è interessante per la consapevolezza che don Bosco aveva circa la sua opera a Valdocco: era “convinto di una investitura particolare di Dio a favore della redenzione della gioventù”. Non più dunque gli “emblemi delle grandi vittorie di Maria e i popoli (…) in atto di alzar le mani”, ma l’Oratorio e con essa la moltitudine dei giovani assistiti, quasi a porre l’accento sul fatto che l’opera da lui iniziata era una vittoria di Maria e i giovani assistiti surrogavano “i popoli delle varie parti del mondo”.
1. G.B. LEMOYNE, op. cit., vol. VIII, Torino 1912, p. 4.
















