IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

C’è un tempo per nascere

Una maestra di scuola d’infanzia spiega pazientemente ai suoi piccoli allievi che in questo mondo tutti devono lavorare. «Tutti tutti?» chiede Evelina, 4 anni. «Beh, quasi tutti» risponde la maestra. «Allora, io da grande farò “quasi”!» conclude la bambina. Quante persone, in questo mondo, si accontentano di essere «quasi» …

Una parabola paradossale racconta: «Per tutta la vita ho vissuto in una noce di cocco. Non è un posto meraviglioso per viverci? C’era poco spazio ed era buio, soprattutto la mattina quando dovevo farmi la barba. Ma ciò che mi dispiaceva di più era che non avevo modo di mettermi in contatto con il mondo esterno. Se nessuno avesse trovato la noce di cocco o non l’avesse aperta, sarei stato condannato a passare tutta la mia vita lì dentro. Forse a morire lì dentro.

Morii in quella noce di cocco. Dopo un paio d’anni la trovarono e l’aprirono; dentro trovarono me, rimpicciolito e sgretolato. “Che peccato” dissero. “Se l’avessimo trovato prima, forse avremmo potuto salvarlo. Forse ce ne sono altri, chiusi dentro come lui”.

E andarono in giro e aprirono tutte le altre noci di cocco che trovarono. Ma fu inutile. Fu tempo sprecato. Di persone che scelgono di vivere in una noce di cocco ce n’è una su un milione. Non potei dir loro che ho un cognato che vive in una ghianda».

Il libro di Qoèlet, uno dei libri sapienziali della Bibbia, afferma: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato, ecc.»

C’è «un tempo per nascere».  La vita è un tempo di crisalidi. Viene per tutti il momento di uscire dal bozzolo, dispiegare le ali e realizzare il progetto che dormiva in noi. Significa prima di tutto che il destino non è una questione di fortuna, ma una questione di scelta. Non è qualcosa da attendere, ma qualcosa da compiere.

Dobbiamo smettere di ragionare sul passato, di chiederci continuamente se siamo stati nel giusto oppure se ci siamo macchiati di qualche colpa. Confidando nel perdono di Dio, dobbiamo perdonare noi stessi e smettere di ripensare a ciò che è stato. Forse abbiamo anche commesso degli errori. Ciò che conta è che diamo un’opportunità a Dio. E Dio può rinnovare la nostra vita in ogni istante.

Cominciamo allora da un “largo” e sincero perdono. Senza perdono non è possibile una vera convivenza. Che lo vogliamo o no, ci feriamo a vicenda: le offese reciproche possono logorarci fino a farci sanguinare. Allora l’amore muore a poco a poco. Se siamo pronti a perdonarci a vicenda, tuttavia, le ferite non ci inchioderanno al passato, bensì ci spalancheranno un futuro più sincero e pieno d’amore.

Lasciamo che si spezzi la corazza che abbiamo eretto intorno al nostro cuore. Eliminiamo i risentimenti e le voglie di rivalsa che si sono posati come polvere fastidiosa sulle nostre relazioni e sgombriamo gli occhi dalle “travi”. Tornate a guardare con amore e indulgenza chi vive con voi.

Troviamo il coraggio di Abramo. Aveva settantacinque anni. Si era sistemato bene a Carran. Aveva una moglie, servi e serve, e un grande gregge di pecore. Poi, però, Dio lo chiamò e gli disse che doveva andarsene dalla sua terra e dalla casa di suo padre. E gli fece una promessa destinata ad accompagnarlo lungo il cammino: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome. E possa tu essere una benedizione» (Gen 12,2).

Dobbiamo uscire dai legami che ci incatenano, dalle relazioni che ci limitano, dalle abitudini che ci inchiodano.

Troppe persone sono esitanti. La vita, semplicemente, scorre loro via tra le dita. Per questa situazione, Gesù ha raccontato una parabola che vuole farci coraggio: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò a tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». La parabola è un incoraggiamento per il cammino personale. Spesso abbiamo l’impressione che la vita spirituale ci scorra via fra le dita. Non sentiamo nessuna trasformazione. Allora la parabola è un segno di speranza: prima o poi la farina dentro di noi, sarà pervasa dal pizzico di lievito di Gesù Cristo. E allora noi ci trasformeremo in pane che nutre gli altri. Allora la nostra vita porterà frutto. Diventerà una benedizione per gli altri. La maggior parte di noi non vincerà i grandi premi della vita. Non diventerà milionario, né presenterà il Festival di Sanremo, non sarà eletto presidente, né vincerà il Nobel. Ma possiamo goderci i piccoli piaceri della vita. Una carezza sulla spalla. Un bacio sulla guancia. La luna piena. Un posto libero in un parcheggio. Un fuoco scoppiettante. Un bel tramonto.

A volte non è facile, ma la vita è disseminata di piccole delizie. Ce ne sono in abbondanza per ognuno di noi. Troppe volte ci rifiutiamo di vederle.

Oggi, come cristiani, ci sentiamo impotenti di fronte al mondo secolarizzato. Abbiamo l’impressione di riuscire a fare ben poco in questo mondo che vive secondo altre leggi.

Anche qui, però, la parabola del lievito vuole incoraggiarci a incominciare dalla nostra fede, a viverla, a celebrare insieme la liturgia, anche se la schiera dei fedeli diventa sempre più sparuta. Dobbiamo aver fiducia nel fatto che anche la nostra fede, che cerchiamo di vivere tanto da soli quanto nella comunità, si trasformi in lievito per la società. Là dove incominciamo a vivere la riconciliazione ci trasformiamo in lievito di riconciliazione per la società. Là dove siamo pieni di speranza, nonostante tutta la disperazione della nostra società, ci trasformiamo in lievito di speranza per questo mondo.

Nel profeta Isaia c’è uno splendido passo sul nuovo che è già insito in noi: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?».

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