In Prima Linea

Micheal Pace

La tragedia nascosta dei migranti haitiani a Tijuana

Cronaca da un centro di aiuto dei Salesiani per migranti.

Molto prima che l’uragano Matthew si abbattesse sulla vita di questo popolo, circa cinquantamila haitiani erano già fuggiti dalla loro patria in cerca di una nuova speranza in Brasile. Dopo la devastazione determinata dal terremoto del 2010, la promessa di trovare occupazione in Brasile aprì nuovi orizzonti per un popolo abbattuto. Purtroppo quegli orizzonti non si sono mai aperti. I problemi politici ed economici del Brasile hanno trasformato bruscamente gli Haitiani da ospiti invitati a persone non gradite.

Molti Haitiani, abituati a sopravvivere a un disastro dopo l’altro, trovarono il coraggio di fidarsi della promessa che il Presidente Obama aveva fatto loro nel 2010 di non abbandonarli. Non è garantito che quella promessa venga mantenuta. Con una tenacia che la maggior parte di noi, nella comodità del primo mondo, non avrebbe mai trovato in sé, migliaia di Haitiani hanno intrapreso un viaggio di tre mesi, una vera odissea, dal Brasile a Tijuana, in Messico, per cercare di entrare negli Stati Uniti.

Il loro percorso fino al confine con gli Stati Uniti dura in genere tre mesi. Si snoda attraverso il Brasile fino all’Ecuador o al Perù, poi in Colombia, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala e infine in Messico. Solo la parte del loro viaggio che si compie in Messico è pari a tremilanovecento chilometri, duemilaquattrocento miglia.

Queste persone viaggiano come possono: in autobus, in camion e a piedi, attraverso città, foreste e fiumi. Viaggiano con il favore della notte, con i bambini, si mettono in cammino anche donne in stato interessante o persone sole, lasciando dietro di sé il ricordo dei loro cari da cui sono partiti. Intraprendono il viaggio consapevoli dei pericoli che li attendono in ogni momento e con l’eventualità di essere rifiutati e rimandati a casa.

Da maggio 2016 questi coraggiosi migranti haitiani arrivano al Desayunador (mensa gratuita) Salesiano di Tijuana. Questo rifugio per migranti si trova a pochi passi dal confine tra Messico e Stati Uniti. Vi prestano servizio un sacerdote salesiano e un esercito di volontari che si impegnano qui con dedizione e sacrificio. I nostri fratelli e sorelle haitiani trovano una casa sicura sotto questo tetto salesiano, in attesa del permesso tutt’altro che scontato di passare negli Stati Uniti. Con loro sto imparando a conoscere il Vangelo della misericordia in azione.

La politica sull’immigrazione. Una questione di vita o di morte

Sono migranti haitiani. Il loro obiettivo è entrare negli Stati Uniti con un visto umanitario. Sono sopravvissuti a un viaggio di tre mesi partendo dal Brasile e rischiando la morte. Sono rimasti in media tre mesi a Tijuana in attesa dell’udienza per l’immigrazione da parte degli Stati Uniti, vivendo per strada, in un rifugio, o, nel caso di pochi privilegiati, in uno squallido albergo. Non è garantito che l’ingresso negli Stati Uniti avvenga rapidamente. Molti sono paralizzati dalla paura della deportazione.

Un giovane padre lamenta: «Ho due bambine in una scuola privata ad Haiti. L’insegnante della scuola pubblica viene nel villaggio solo una volta la settimana. Le mie figlie meritano di meglio. L’istruzione privata però è costosa. Mia moglie non riesce a trovare lavoro. Non mando denaro a casa da cinque mesi. Sono un uomo adulto e patisco i morsi della fame. Ma in che modo mia moglie può spiegare alle nostre bambine perché papà non mandi denaro a casa per dar loro da mangiare?»

Una signora abbassa lo sguardo e sorride, imbarazzata, quando le chiedo perché non si presenterà all’udienza per l’immigrazione. Le chiedo se abbia paura di essere deportata. La signora mi guarda e i suoi occhi si riempiono di lacrime. «Dopo tutto quello che ho già sacrificato, dove tornerò? Mia madre ha venduto il suo ultimo pezzo di sicurezza finanziaria, la sua casetta, per permettermi di arrivare qui. È morta il mese scorso perché non ho potuto mandarle denaro per le medicine. Ad Haiti non mi è rimasto più nulla. Devo realizzare questo sogno in memoria di mia madre». Un uomo che in passato aveva avuto un fisico possente, crollato sotto il peso della preoccupazione, condivide i suoi sentimenti di vergogna. «Voglio lavorare. Mi piace lavorare. Sono un ingegnere civile. Tutti a casa contano su di me per ricevere denaro. Tutti hanno sacrificato il poco che avevano per aiutarmi ad arrivare così lontano. Ora non posso deluderli».

Tutti concludono allo stesso modo: «Mais, comme Dieu veut. Dieu est grand». Sia fatta la volontà di Dio. Dio è grande.

«Mi scusi, che lingua parla?»

È uscito dalla fila formata per la colazione in cui si trovava per chiedermelo. Era uno delle centinaia di migranti messicani che vengono al Desayunador per ricevere il pasto quotidiano. I suoi occhi brillavano di interesse e il suo sorriso era gentile, sebbene le sue gengive fossero grigiastre e avesse solo pochi denti guasti.

«Francese», ho risposto. L’uomo era incuriosito mentre parlavo con una famiglia haitiana appena arrivata a Tijuana. Mi ha detto che era molto orgoglioso degli Haitiani per il coraggio che avevano manifestato. Voleva esprimere la sua ammirazione e incoraggiarli, ma non conosceva la loro lingua. Mi ha chiesto se potessi dirlo io. Ho accondisceso. I genitori haitiani lo hanno ringraziato, mostrando di apprezzare molto le sue parole. Si sono stretti la mano. L’uomo ha giocato un po’ con i due bambini piccoli, poi è tornato a mettersi in fila per la colazione. Dopo la colazione, il padre ha finalmente ricevuto cure mediche per l’infezione al dito del piede di cui soffriva da due mesi. Durante la traversata dalla Colombia a Panama hanno guadato fiumi per ore. Le scarpe da tennis bagnate che l’uomo calzava hanno sfregato la punta del piede ed è sopraggiunta l’infezione. È trascorso un altro mese prima che potesse avere un altro paio di scarpe. E tra l’altro questa famiglia non può rimanere nel nostro rifugio. Non c’è posto. Dopo colazione la famiglia sarà per strada. Con due bambini e problemi di salute urgenti, i genitori trascorreranno la giornata alla ricerca di un posto in cui stare. Senza denaro per pagare.

Le cicatrici che vediamo e quelle che non vediamo

Marie è una graziosa signora haitiana di circa trent’anni. È una moglie e una madre. È una migrante. Ha una cicatrice fresca sull’intera lunghezza della fronte, dall’attaccatura dei capelli all’orbita oculare. È il ricordo duraturo di una caduta su una roccia tagliente avvenuta mentre attraversava l’acqua alta fino al petto di un fiume a Panama nel suo viaggio dal Brasile al Messico, compiuto in gran parte a piedi. Ha un’altra cicatrice. Sul cuore. Il cuore di madre. Quando è caduta, portava in braccio il figlio di quindici mesi, Nie. Il bambino cadde nella corrente inesorabile. Marie rimase a guardare impotente mentre Nie scompariva dalla sua vista, trascinato dalla corrente. Nie non è mai più stato visto. Questa è la storia vera di una delle migranti che arrivano qui al Desayunador Salesiano, a Tijuana. Le sue cicatrici sono autentiche. La signora le porta con dignità. Giovedì celebreremo una Messa in suffragio per un bambino non battezzato.

I Santi Innocenti

Uno dei due grandi raduni della durata di tre ore organizzati presso il nostro rifugio per migranti questa settimana. Il Desayunador Salesiano è stato progettato per l’ospitalità di ottanta persone. Ora ce ne sono 437. Non è prevista una riduzione del loro numero. La risposta del governo messicano è simbolica. L’arcidiocesi di Tijuana sta valutando le modalità per un maggior impegno. È un processo lento e laborioso. Non c’è posto nella locanda e la nostra stalla è così affollata che sta per diventare instabile. Allontanare le persone è straziante. Chiedono un posto dove stare e i loro occhi si riempiono di lacrime, quando la realtà si manifesta: non possono entrare.

Fuori dal Desayunador Salesiano, ogni giorno continuano ad arrivare nuovi Haitiani. All’interno del Desayunador la situazione è consueta, ma non necessariamente più facile. Vari uomini e anche alcuni bambini dormono fuori perché tutti i posti di cui disponiamo all’interno sono occupati. Il nostro cortile è più sicuro e più caldo delle strade e ovviamente è gratuito. All’interno della struttura offriamo i nostri vari servizi sia ai migranti messicani, sia a quelli haitiani. Le donne trascorrono pazientemente lunghi periodi di tempo pettinandosi e accudendo i bambini. Questa settimana si sono verificati vari eventi di pertinenza medica: infezioni della pelle, gravidanze a termine, febbre… Nonostante tutto, l’umore è generalmente positivo e allegro.

Un’altra notte piena di mamme e bambini

Gli interminabili turni mattutini e notturni mettono a dura prova le riserve di energia dei nostri volontari, ma la bellezza dei bambini ravviva l’ambiente. Pablo, l’uomo che nel video guida i bambini, è il nostro psicologo interno e anche lui è un po’ bambino, grazie a Dio. Tutti questi piccoli e le loro mamme stasera erano come Cenerentola, che provava le scarpe finché non trovava quelle che le andavano bene. Per mia fortuna… Devo passare in rassegna i contenitori delle scarpe usate per trovare l’abbinamento giusto.

Ogni sera circa centocinquanta migranti haitiani arrivano al Desayunador dopo l’ultima tappa del loro viaggio, un percorso in autobus della durata di cinque giorni. Hanno viaggiato e dormito sull’autobus per 125 ore. Facciamo del nostro meglio per accoglierli, dare loro modo di trascorrere bene la notte e offrire loro un pasto. In teoria entro il giorno successivo il servizio di immigrazione dovrebbe trovare una sistemazione più stabile per loro. I nostri “migranti residenti” desiderano entrare a far parte del gruppo di accoglienza, servire pasti e tradurre in creolo. Alcuni uomini devono dormire fuori sotto una grande struttura di legno. Di notte la temperatura scende regolarmente a 9 o 10° C. Il flusso inarrestabile di migranti sta mettendo a dura prova l’energia dei Salesiani locali e dei nostri volontari, ma siamo molto determinati.

Freddo e pioggia. Cinquanta nuovi migranti haitiani erano stati sotto la pioggia e tremavano fuori del Desayunador Salesiano. Li abbiamo accolti tutti per la notte, finché il servizio di immigrazione non è stato in grado di trovare una sistemazione a lungo termine il giorno successivo. I nostri generosi volontari hanno lavorato a lungo per fornire loro abiti caldi puliti, articoli per la doccia, qualcosa per cena e un materasso, un cuscino e una coperta per passare la notte. Domani mattina celebrerò la Messa con loro in francese. Dovranno poi trasferirsi in un altro rifugio, ma stasera un po’ di animazione e musica in stile salesiano aiutano a passare il tempo.

Si stanno dunque orientando verso la residenza in Messico. Il loro obiettivo è ancora lavorare e guadagnare abbastanza per mantenere se stessi e inviare un po’ di denaro ai loro famigliari che sono rimasti a casa. Sono addolorato per gli Haitiani. E la nobiltà, la serenità e persino dal senso dell’umorismo con cui vivono l’ennesimo momento di impotenza legato alla povertà che cercano di fuggire, ricalibrando umilmente i loro sogni, è per me un motivo di riflessione.      

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