BS Luglio/Agosto
2025

IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE

Don Fabio Attard

La SINDROME di Filippo e quella di Andrea

Nel racconto del vangelo di Giovanni, capitolo 6, versetti 4-14, che presenta la moltiplicazione dei pani, abbiamo alcuni dettagli sui quali mi soffermo un po’ a lungo tutte quelle volte che io medito o commento questo brano.

Tutto inizia quando davanti alla “grande” folla affamata, Gesù invita i discepoli a prendere la responsabilità di darle da mangiare.

I dettagli di cui parlo sono, il primo, quando Filippo dice che non è possibile assumere questa chiamata a causa della quantità di gente presente. Andrea, invece, mentre fa notare che “c’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci” per poi sottovalutare questa stessa possibilità con un semplice commento: “ma che cos’è questo per tanta gente?” (v. 9).

Desidero semplicemente condividere con voi, carissimi lettrici e lettori, il fatto che, alcune volte, senza saperlo, possiamo essere contagiati dalla sindrome di Filippo o da quella di Andrea. Qualche volta forse anche da ambedue!

Nella vita della Chiesa, come anche nella vita della Congregazione e della Famiglia Salesiana le sfide non mancano e non mancheranno mai. La nostra non è una chiamata a formare un gruppo di persone dove si cerca soltanto di stare bene, senza disturbare e senza essere disturbati. Non è un’esperienza fatta di certezze prefabbricate. Fare parte del corpo di Cristo non ci deve distrarre e neanche toglierci dalla realtà del mondo, così com’è. Al contrario, ci spinge ad essere pienamente coinvolti nelle vicende della storia umana. Ciò significa innanzitutto guardare la realtà non soltanto con gli occhi umani, ma anche, e soprattutto, con gli occhi di Gesù. Siamo invitati a rispondere guidati dall’amore che trova la sua fonte nel cuore di Gesù, cioè vivere per gli altri come Gesù ci insegna e ci mostra.

La sindrome di Filippo

La sindrome di Filippo è sottile e per questo motivo, è anche molto pericolosa. L’analisi che fa Filippo è giusta e corretta. La sua risposta all’invito di Gesù non è sbagliata. Il suo ragionamento segue una logica umana molto lineare e senza difetti. Guardava la realtà con i suoi occhi umani, con una mente razionale e, a conti fatti, non percorribile. Davanti a questo modo “ragionato” di procedere, l’affamato smette di interpellarmi, il problema è suo, non mio. Per essere più precisi alla luce di ciò che viviamo quotidianamente: il rifugiato poteva stare a casa sua, non deve disturbarmi; il povero e il malato se la vedono loro e non spetta a me essere parte del loro problema, tantomeno per trovare loro la soluzione. Ecco la sindrome di Filippo. È un seguace di Gesù, però la sua maniera di vedere e interpretare la realtà ancora è statica, lontana anni luce da quella del suo maestro.

La sindrome di Andrea

Segue la sindrome di Andrea. Non dico che è peggio della sindrome di Filippo, ma ci manca poco per essere più tragica. È una sindrome fine e cinica: vede qualche possibile opportunità, però non va oltre. C’è una piccolissima speranza, però umanamente non è percorribile. Allora si giunge a squalificare sia il dono come anche il donatore.

Due sindromi che sono ancora con noi, nella Chiesa e anche tra noi pastori e educatori. Stroncare una piccola speranza è più facile che dare spazio alla sorpresa di Dio, una sorpresa che può far sbocciare una seppur piccola speranza. Lasciarsi condizionare da clichés dominanti per non esplorare opportunità che sfidano letture ed interpretazioni riduttive, è una tentazione permanente. Se non stiamo attenti, diventiamo profeti ed esecutori della nostra stessa rovina. A forza di restare chiusi in una logica umana, “accademicamente” raffinata e “intellettualmente” qualificata, lo spazio per una lettura evangelica diventa sempre più limitato, e finisce per sparire.

Quando questa logica umana e orizzontale è messa in crisi, per difendersi una delle reazioni che suscita è quella del “ridicolo”. Chi osa sfidare la logica umana perché lascia entrare l’aria fresca del Vangelo, sarà riempito di ridicolo, attaccato, preso in giro. Quando questo è il caso, stranamente possiamo dire che siamo davanti ad una strada profetica. Le acque si muovono.

Gesù e le due sindromi

Gesù supera le due sindromi “prendendo” i pani considerati pochi e per conseguenza irrilevanti. Gesù apre la porta a quello spazio profetico e di fede che ci è chiesto di abitare. Davanti alla folla non possiamo accontentarci di fare letture e interpretazioni autoreferenziali. Seguire Gesù implica andare oltre il ragionamento umano. Siamo chiamati a guardare alle sfide con i suoi occhi. Quando Gesù ci chiama, da noi non chiede soluzioni ma donazione di tutto noi stessi, con ciò che siamo e ciò che abbiamo. Eppure, il rischio è che davanti alla sua chiamata rimaniamo fermi, per conseguenza schiavi, del nostro pensiero e avidi di ciò che crediamo di possedere.

Solo nella generosità fondata sull’abbandono alla sua Parola arriviamo a raccogliere l’abbondanza dell’agire provvidenziale di Gesù. “Essi quindi li raccolsero e riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d’orzo erano avanzati a quelli che avevano mangiato” (v. 13): il piccolo dono del ragazzo fruttifica in maniera sorprendente solo perché le due sindromi non hanno avuto l’ultima parola.

Papa Benedetto così commentava questo gesto del ragazzo: “Nella scena della moltiplicazione, viene segnalata anche la presenza di un ragazzo, che, di fronte alla difficoltà di sfamare tanta gente, mette in comune quel poco che ha: cinque pani e due pesci. Il miracolo non si produce da niente, ma da una prima modesta condivisione di ciò che un semplice ragazzo aveva con sé. Gesù non ci chiede quello che non abbiamo, ma ci fa vedere che se ciascuno offre quel poco che ha, può compiersi sempre di nuovo il miracolo: Dio è capace di moltiplicare il nostro piccolo gesto di amore e renderci partecipi del suo dono” (Angelus, 29 luglio 2012).

Davanti alle sfide pastorali che abbiamo, davanti a tanta sete e fame di spiritualità che i giovani esprimono, cerchiamo di non aver paura, di non restare attaccati alle nostre cose, ai nostri modi di pensare. Offriamo quel poco che abbiamo a Lui, affidiamoci alla luce della sua Parola e che questa e solo questa sia il criterio permanente delle nostre scelte e la luce che guida le nostre azioni.

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