BS Dicembre
2023

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

La scomparsa di alcuni protagonisti

È solo grazie agli storici e agli studiosi in genere che la “la storia sconosciuta” di don Bosco si riduce sempre più e la figura del santo viene ad essere presentata sempre meglio, nella completezza dei tratti biografici, psicologici, pedagogici, spirituali. In questa puntata di fine anno vogliamo fare breve memoria di quattro dei maggiori protagonisti che hanno contribuito a questo work in progress; uno, don José Manuel Prellezo è venuto a mancare nel marzo scorso (BS maggio 2023), ma lo avevano preceduto tre colleghi, don Pietro Braido e don Francis Desramaut (2014) e ancor prima don Pietro Stella (2007).

Le Memorie prima della storiografia

Fino all’apparire dei loro scritti oltre mezzo secolo fa, a far da padrone fra le pubblicazioni delle case salesiane erano le famose Memorie Biografiche di don Lemoyne, don Amadei, don Ceria, nonché la loro sintesi per il pubblico nei due fortunatissimi volumi del Lemoyne, che costituirono la biografia del santo più conosciuta e sfruttata. Il modello cui si ispiravano questi scritti erano le Memorie dell’Oratorio in cui don Bosco si presentava “strumento del Signore” secondo i “bisogni del tempo” a favore della gioventù povera ed abbandonata. “Disegni della provvidenza, vie del Signore, sogni profetici”: tutto era visto in tale ottica. Don Bosco era celebrato, ammirato, amato come apostolo della carità cristiana. Il BS nelle varie lingue se ne faceva portavoce. Tale modo di scrivere la storia raggiunse la sua acme negli scritti dell’epoca della beatificazione-canonizzazione (1929-1934). Dopo la seconda guerra mondiale si ebbe un qualche sviluppo sotto l’aspetto religioso-agiografico e quello pedagogico, mentre studiosi di fenomeni sociali, di pedagogia e di scienze storiche cominciavano, invero lentamente, ad interessarsi del fenomeno-don Bosco.

La crisi di metà secolo xx

Ma all’inizio degli anni cinquanta i giovani teologi salesiani dello Studentato di Bollengo sollevarono serie domande circa il valore di tali “Memorie”: Si dice che D. Lemoyne non sarebbe uno storico, ma un romanzatore della storia; nelle M.B. ci sono troppi fatti che non reggono alla critica più benigna; D. Bosco, anche nelle sue Memorie, ha, per fini educativi, modificato, e aggiunto secondo che conveniva alla sua tesi: ci sono contraddizioni, specie nei primi volumi; anche i volumi curati da D. Ceria non sono pienamente storici, ma encomiastici e laudativi; mancano nelle M.B. le ombre della figura di D. Bosco e i legami con gli avvenimenti storici della nazione.

L’anziano compilatore don Ceria chiamato in causa cercò di rispondere come poteva anche a nome dei predecessori, aiutato anche da un altro studioso, don Eugenio Valentini che ne prendeva le difese quando affermava che si dovesse “avere una riconoscenza smisurata per questi primi raccoglitori delle Memorie di don Bosco, i quali non badarono a fatiche per poterci trasmettere tutto l’abbondante materiale che ora possediamo… un tesoro immenso di fatti e insegnamenti”.

Ma ormai il dado era tratto. Una memoria fatta di raccolta di aneddoti e di cucitura di episodi a scopo prevalentemente edificante, per quanto presentata da onestissimi e scrupolosissimi narratori, era ormai obsoleta. Bisognava cambiare registro e procedere ad una miglior definizione della figura storica di don Bosco; bisognava pure dare conto dell’evoluzione accelerata della “cultura del dopoguerra” rispetto al passato e dell’ormai inaccettabile mentalità di chi tendeva ad estendere più del dovuto la carismaticità di don Bosco, al punto di doverlo considerare come l’inventore primo di ogni sua attività. La lettura teo­logica delle fonti doveva venire ampliata con quella sociale, economica, politica. Non tutto don Bosco era spiegabile con l’intervento del soprannaturale, meglio, il soprannaturale non poteva non “tener conto” degli elementi e fattori naturali. Insomma occorreva passare, per così dire, dalla seducente memorialistica alla storiografia scientifica.

La nuova stagione

Punto di partenza doveva essere la revisione dei documenti e delle testimonianze e del loro valore. Ecco allora entrare in azione nuovi studiosi. Negli anni sessanta lo storico francese don Desramaut come tesi di laurea a Lione affronta lo studio scientifico del primo volume delle Memorie Biografiche. Ne recupera le fonti e soprattutto ne spiega l’originale metodo di lavoro. Poco dopo un altro storico di valore, don Stella, approfittando del suo ruolo di direttore dell’Archivio Salesiano Centrale, propone una piccola ma totalmente rinnovata biografia di don Bosco, e soprattutto ne presenta la mentalità religiosa collocata all’interno della storia della Religiosità cattolica. Un lavoro pionieristico nel suo genere che ha suscitato più di qualche perplessità. A sua volta il noto docente di pedagogia ed appassionato “figlio” di don Bosco, don Braido nel 1964 rinnova interamente il suo volume del 1955 sulla base di documenti originali d’archivio ormai accessibili. Farà poi seguire aggiornamenti e completamenti. (Interessante notare che a Torino a metà degli anni cinquanta fu improvvisamente sospeso dall’insegnamento sul sistema preventivo di don Bosco per eccessive novità!)

Si trattava di un frutto squisito di un momento storico. E sulla stessa scia del rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II si procede nei decenni seguenti con la fondazione dell’Istituto Storico Salesiano (1892), chiamato a presentare fonti salesiane in forma scientifico-critica. Don Desramaut e don Braido dispongono così di materiali adeguati (specialmente lettere) per procedere ad amplissime biografie di don Bosco, entrambe significativamente collocate nel complesso contesto del loro tempo: Don Bosco en son temps (1996); Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà (2002). A sua volta, don Prellezo, riconosciuto esperto di storia della pedagogia, appronta inappuntabili edizioni di testi critici, per l’ambito pedagogico, sia di don Bosco sia dei suoi immediati collaboratori. Di tali testi valuta l’originalità e l’autenticità, recupera le fonti utilizzate o di ispirazione, analizza l’uso fattone. Apporta così autentiche novità in particolare a riguardo dei citatissimi testi della “lettera sui castighi” e della “lettera da Roma”. Le sue conclusioni, che mettono in discussione opinioni consolidate, non sembra però scalfiscano più di tanto l’opinione pubblica salesiana. Del resto ha la medesima sorte don Braido stesso quando una decina di anni fa, nella succitata ampia monografia su don Bosco non ha ritenuto meritevole di interesse storico il sogno dei nove anni, mentre oggi, per l’imminente arrivo del bicentenario, è oggetto di studio e di grande attenzione nella famiglia salesiana.

La storia è maestra di vita, a condizione di essere conosciuta nella sua “verità” sempre in divenire. Ora grazie a questi (ed altri) studiosi la “storia sconosciuta di don Bosco” è meglio “conosciuta” e apprezzata, anche se troppo lentamente vengono a cadere le espressioni di ogni genere, spesso mai pronunciate e scritte dal santo, ma rese virali dai social network. Aggiornarsi sugli sviluppi della storiografia e non restare semplicemente fermi alla vulgata della aneddotica – e dei fioretti del “don Bosco che ride”, per intendersi – più che un invito, è un dovere.

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