MISSIONI DON BOSCO
Antonio Labanca
La Sacra Famiglia «RATTOPPATA»
“Questa statua è come la nostra famiglia e come la nostra storia: è a pezzi, ma possiamo riattaccarla!”.
Così un ragazzo ospite del Centro Don Bosco Fambul di Freetown in Sierra Leone ha dato una suggestione che è diventata una bella sfida per la comunità salesiana e i collaboratori.
Lo racconta don Luca Barone, presidente di Missioni Don Bosco, al suo rientro dal viaggio missionario compiuto a febbraio quest’anno. La vicinanza della congregazione ai confratelli che sono la punta avanzata del carisma di don Bosco nel mondo, è il primo obiettivo di questo genere di “visita”. A ciò si aggiunge l’osservazione diretta delle opere attivate con gli aiuti che provengono da migliaia di benefattori in Italia.
Un sogno fragile
La “storia” di quella statua inizia nell’estate dello scorso anno, quando un gruppo di volontari polacchi si stanno preparando per portare il loro supporto professionale al Centro di Freetown insieme con il salesiano don Jerzy di Kamyk, nel sud del Paese. Ricevono una richiesta imprevista: portare con il resto del bagaglio anche una rappresentazione della Sacra Famiglia da collocare nella “grotta” dedicata a Maria. Magda, fotografa, e Agata, psicologa, impacchettano alla meglio una statua di gesso colorato ad altezza naturale. Ma non tengono adeguatamente in conto lo sballottamento del pacco tra un aeroporto e l’altro, la scarsa attenzione degli addetti al carico e scarico se questi non ne avvertono la fragilità.
L’attesa da parte della comunità e dei bambini e ragazzi era dunque alta quando a ottobre ’25 il gruppo di polacchi arrivò a Freetown. Aprendo il pacco atteso, si resero conto che la statua era andata in frantumi. In mezzo alla delusione generale, uno dei più grandicelli fra i presenti espresse ad alta voce la considerazione riportata in apertura dell’articolo. Ed ecco accettata la proposta: i volontari e i giovani decisero di raccogliere tutti i pezzi e di ricomporli con l’impiego della colla. Fu un lavoro molto meticoloso perché il blocco si era spezzato in parti molto piccole. Ma, dopo alcuni giorni, il compito fu completato. La statua della Sacra Famiglia si guadagnò il posto a cui era destinata, e oggi descrive in maniera plastica il “sogno” che guida il Fambul.
“È un capolavoro di ricomposizione – commenta don Luca – in cui non si nascondono le ferite e i pezzi mancanti, ma campeggia nella grotta. Davanti all’opera artistica recuperata al suo scopo, ogni sera i giovani si ritrovano per affidare a Maria, Giuseppe e il Bambino la loro storia, la loro vita… e quella di chi generosamente permette loro di ricomporla”.
L’uscita dal tunnel
È questa una delle “fotografie” rimaste impresse dal viaggio della piccola delegazione di Missioni Don Bosco: con il presidente, c’erano Lucia Brigiati, del dipartimento Progetti, ed Ester Negro, del dipartimento Comunicazione.
La prima tappa è stata la Liberia. I salesiani arrivarono in quella terra nel 1979. Poco dopo, il 12 aprile 1980, un colpo di Stato militare organizzato da un gruppo di sottufficiali dell’esercito (probabilmente appoggiato da governi stranieri), al comando del sergente maggiore Samuel Kanyon Doe, portò all’uccisione del Presidente della Repubblica in carica da nove anni, William R. Tolbert Jr. Doe, e i suoi costituirono il Consiglio di Redenzione del Popolo, che varò una nuova Costituzione.
Il lavoro dei salesiani iniziò con la cura dei ragazzi e dei giovani, molti di questi resi orfani dalla violenza fratricida derivata dal contrasto fra i nativi e i discendenti degli ex schiavi africani provenienti dagli Stati Uniti, che nel 1822 avevano fondato – con l’appoggio del governo di Washington – il primo nucleo di quello che sarebbe diventato lo Stato della Liberia.
Ad azione, reazione. Nove anni dopo fu Doe ad essere ucciso dal Fronte Patriottico che si era costituito fra i profughi liberiani sconfinati in Sierra Leone. Si scatenò una seconda guerra civile caratterizzata da una terribile “pulizia” etnica. E poi ci fu l’epidemia di Ebola, virus che tra il 2013 e il 2016 causò la morte di quasi 5000 persone, fra le quali anche qualche operatore chiamato a gestire l’emergenza sanitaria. Esperienza simile si ripeté per la pandemia del Covid-19.
“È stato un lungo calendario intervallato da drammi e da periodi di ripresa” commenta don Luca; “i salesiani e le attività via via sono cresciute, con un servizio ai giovani, che si allargava a seconda delle necessità e delle ispirazioni della Provvidenza”.
In Liberia il 43,6% della popolazione è composto dai ragazzi fino ai quattordici anni. Tre comunità salesiane gestiscono decine di tipologie di attività e servizi con il coinvolgimento di laici: scuole, parrocchie, stazioni missionarie, oratori e centri giovanili, pastorale nel carcere e attività di sostegno e recupero di ragazzi di strada, formazione professionale e attività di evangelizzazione.
Tutti questi interventi mirano a rendere i giovani stessi protagonisti del loro futuro. Se ne ha riscontro quando i visitatori vengono accompagnati dentro al carcere di Matawi, con sezioni maschile e femminile. Sovraffollamento, tempi lunghi di detenzione prima della sentenza, presunzione della colpevolezza, igiene al di sotto della soglia minima necessaria. I missionari propongono corsi per l’installazione dei pannelli solari e corsi di cucito, per occupare il tempo, ma anche per consegnare un mestiere spendibile all’uscita dal tunnel.
La casa salesiana si trova nei quartieri più vulnerabili di Matawi; intanto si progetta un futuro centro di accoglienza nel sobborgo di Virginia Land dove i salesiani hanno potuto acquisire già il terreno. Un cartello arrugginito tiene viva la speranza di trovare le risorse per porre mano ai lavori. Intorno, il piano regolatore della città prevede l’affluenza di nuove famiglie e dunque di migliaia di ragazzi, fra i quali si potrà praticare il sistema preventivo di don Bosco, per evitare che diventino preda di un anonimato soffocante.
Nella chiesa di San Giuseppe si celebrano le liturgie domenicali. Don Luca osserva le famiglie con i figli più piccoli, i quali vengono accolti in uno spazio a loro dedicato, così che gli adulti possano partecipare al rito senza distrazioni. Lo stile di celebrazione risente dello stile protestante delle comunità di antica provenienza nordamericana. Per entrare, come in qualsiasi altro ambiente in Liberia, prima ci si lava le mani: il retaggio delle epidemie ha fatto diventare questo gesto una consuetudine.
La fortuna di Idrissa
Il trasferimento in Sierra Leone avviene via terra. Le sei ore previste su un pick up per percorrere circa 550 chilometri raddoppiano per via di un guasto alla frizione dell’automezzo. L’attesa del meccanico si fa lunga, ma anche questo insegna qualcosa dell’Africa. “Il sole, il paesaggio di alberi e cespugli a lato strada che ti donano un po’ di ombra; i bambini che vanno e vengono per chilometri a piedi per andare a scuola e ti salutano festanti; le moto che sfrecciano; le venditrici di banane e di altri frutti, lo scorrere del tempo” sono per don Luca le immagini che si imprimono negli occhi ed entrano dai pori della pelle per fissarsi dentro.
Con l’auto di soccorso, il viaggio riprende fino alla frontiera. L’ufficio di polizia è un tendone dove facce serie e domande di rito ti trattengono per sapere il motivo del viaggio. Alla pronuncia del nome don Bosco, il welcome ha un sapore tutto diverso. “Don Bosco!… ho studiato da don Bosco” dice uno, “Don Bosco mi ha salvato la vita” aggiunge un altro. “Il sorriso e la gratitudine che non meriti ti consolano e ti commuovono”, pensano i viaggiatori.
In Sierra Leone le strade sono ottime, si corre veloce (anche troppo) ma il guidatore pare sicuro. E poi non ci sono alternative…
La prima tappa è Bo, terza città del Paese, dove vive un amico di lunga data della procura missionaria di Torino: Riccardo Racca, coadiutore di lunga esperienza africana. Con la sua perizia di insegnante cura l’allestimento e la manutenzione dei pannelli solari, vera manna dal cielo nell’Africa tropicale per alimentare ogni cosa necessiti di energia elettrica anche in luoghi sperduti. Sperimenta personalmente i modi di valorizzare una pianta tipica del luogo altamente proteica, la Moringa.
L’economia del viaggio impone di procedere verso la capitale.
La Sierra Leone è uno degli Stati africani con la più alta densità di popolazione, ha uno dei più forti tassi di mortalità infantile del pianeta. La vicenda della liberazione degli schiavi rimasti nei territori della Sierra Leone è stata ricordata nel nome della capitale Freetown, “città libera”. È una città costantemente caotica, dove è impressionante il numero di bambini/e e ragazzi/e che vivono in strada, schiavi nel mondo della prostituzione e della marginalità economica.
Quattro comunità salesiane nel Paese lavorano in contesti di autentica frontiera per far gustare a questi giovani la bellezza di passare dal “ricatto” al “riscatto”: accoglienza, lavoro sulla strada e nel carcere, lavoro nelle scuole, parrocchie, oratori e centri giovanili… Don Bosco è sinonimo di giovani salvati. Quello che nella mente di don Luca fissa l’immagine dei suoi confratelli e del loro agire è contenuta in due ricordi speciali.
Il primo ha un nome: Idrissa, ragazzo di 17 anni, di cui tre vissuti in strada. Ha avuto la fortuna dell’incontro con don Bosco: una casa con persone che si curavano di lui. Sta imparando la meccanica d’auto, sogna di fare l’ingegnere; gioca a calcio con la potenza della vita, e il suo fisico grida la bellezza del crescere. “Quel che ho fotografato nella mia memoria – dice il Presidente di Missioni Don Bosco – è il suo sguardo, precisamente il modo con cui non perdeva di vista un movimento o una parola di don Piotr Wojnarowski, il missionario di origine polacca che oggi è il direttore del Fambul di Freetown”. Lo divora con gli occhi, è il suo eroe, è colui che lo ha accolto e rigenerato. È diventato il modello di identificazione del suo diventare adulto, è il papà da guardare e da cui imparare. Don Luca glielo ha fatto notare, e il ragazzo ha risposto: “Lui mi ha salvato, da grande vorrei essere un uomo come lui!”.
Il secondo ricordo speciale è l’ultima messa celebrata prima di ripartire in aereo dalla città di Lungi. “Sentivo un caldo terribile” dice il Presidente di Missioni Don Bosco, “e durante la celebrazione mi sono accorto che la stola che indossavo, con il sudore, si stava appiccicando alla pelle. Ho colto che il Signore mi stava ricordando proprio in quel momento che il mio sacerdozio è esattamente questo: lasciarmi incollare sulla pelle le persone e le loro situazioni e consegnarle al Suo altare, perché la sua storia di Salvezza diventi anche la loro, anche attraverso me”.


















