LA LINEA D'OMBRA
ALESSANDRA MASTRODONATO
La parola alle EMOZIONI
Siamo talmente disabituati a decodificare ciò che viviamo nella nostra interiorità da non riuscire a comunicare agli altri gli stati d’animo che si aggrovigliano dentro di noi.
La nostra esistenza è intessuta di emozioni. Esse rappresentano la nostra bussola interna: ci aiutano a capire i nostri bisogni e le nostre necessità, ci forniscono informazioni sul nostro stato interiore di benessere o malessere, ci permettono di elaborare risposte efficaci agli stimoli che provengono dall’ambiente esterno e di gestire i momenti di crisi, giocando un ruolo cruciale nei processi di decisione, giudizio e ragionamento. Le emozioni costituiscono, però, anche un canale essenziale per entrare in relazione con gli altri, per comunicare loro come ci sentiamo e per comprendere i loro stati d’animo: in altre parole, per uscire dalla nostra solitudine e costruire un rapporto di empatia con le persone che abbiamo accanto.
Eppure, in una società che tende ad anestetizzare la nostra capacità di provare emozioni, privilegiando sopra ogni altra cosa il principio di realtà e subordinando il nostro desiderio di autenticità alle esigenze pressanti di una rappresentazione di sé che risponda a precisi standard sociali da cui è bandita ogni manifestazione di potenziale vulnerabilità, facciamo sempre più fatica ad entrare in contatto con il nostro vissuto emotivo. E, anche quando ci proviamo, siamo talmente disabituati ad accogliere e decodificare ciò che viviamo nella nostra interiorità da non riuscire a verbalizzare e comunicare agli altri gli stati d’animo che si intrecciano, si stratificano, si aggrovigliano dentro di noi.
Non sono, del resto, solo i più piccoli o gli adolescenti a non saper riconoscere e nominare le proprie emozioni, complice una crescente semplificazione della comunicazione virtuale che condensa anche il sentimento più complesso in forme iconiche standardizzate – le cosiddette emoticon, o emoji – il cui obiettivo dichiarato è proprio quello di offrire una scorciatoia facilitata alla difficoltà di rappresentarsi e condividere stati d’animo che non si comprendono. Ad essere sprovvisti delle parole adatte per esprimere la propria tristezza, la propria rabbia, la propria frustrazione, ma anche le proprie gioie e gratificazioni, sono sempre più spesso anche i giovani adulti, non di rado prigionieri del proprio individualismo, timorosi di mettersi a nudo di fronte al prossimo per raccontargli le proprie paure e i propri desideri più intimi, rassegnati a una incomunicabilità che non sembra trovare vie di salvezza.
Ma l’incapacità di dare un nome alle nostre emozioni per poterle esplicitare a noi stessi e agli altri comporta inevitabilmente un impoverimento del nostro vissuto interiore, il misconoscimento delle infinite sfumature che contribuiscono a conferire significato e profondità alle nostre esperienze emotive, condannandoci a un’esistenza arida e asettica, refrattaria alla riflessione su noi stessi e alla relazione con l’altro. Affinché il cammino verso l’adultità non sia accompagnato da una crescente tentazione a vivere la vita in modo impermeabile, è allora quanto mai urgente ricominciare a dare ascolto alle risonanze emotive che abitano la nostra interiorità, educando con pazienza quell’«esprit de finesse» di cui parlava Pascal, quale strumento indispensabile per scendere a fondo nella conoscenza esistenziale di noi stessi e dei moti più intimi del nostro “cuore”. Solo una comprensione profonda delle emozioni che albergano dentro di noi può, infatti, restituirci la capacità, e il desiderio, di raccontarci agli altri, accettando la sfida liberante e rivoluzionaria di condividere le nostre paure e fragilità con le persone che ci circondano e ci camminano a fianco.
Che fine ha fatto Dio
o l’eminenza spaziale?
Forse sta dietro alla luna
e resta lì a guardare,
che ormai non sa più che fare,
ormai non sa più che farne di noi…
Dici: “Va bene lo stesso,
che si può sempre sognare”.
Ti prego, spegni la luce,
non voglio più pensare!
Smetti di immaginare,
a cosa serve tutto questo immaginare?
È troppo tardi adesso per ricominciare!
Lo so, sono soltanto altre parole
disperse tra miliardi di persone,
ma, forse, raccontarsi un’emozione
è ancora un atto di rivoluzione…
Davvero serve il male
per definire il bene?
Basta far finta di niente
e poi espiare le pene,
che non c’è niente che tu possa fare:
siamo animali incapaci di imparare.
È troppo tardi adesso per ricominciare!
Lo so, sono soltanto altre parole
disperse tra miliardi di persone
ma, forse, raccontarsi un’emozione
è ancora un atto di rivoluzione…
Che non è vero che sei solo,
non è vero, non è vero che sei solo,
non è vero!
Lo so che questa è solo una canzone
davanti a un grande muro di dolore,
ma, forse, raccontarsi un’emozione
è ancora un atto di rivoluzione.
Ma, forse, anche cantare un’emozione
è ancora un atto di rivoluzione…
(Diodato, Un atto di rivoluzione, 2024)

















