BS Febbraio
2024

L'INVITATO

FRANCESCO MARCOCCIO

La mia STORIA
Vita e vocazione di don Francesco Marcoccio, direttore della Sede Centrale dei Salesiani.

«Non ho mai pensato di meritare di diventare salesiano, ma non mi è mai venuto in mente di essere qualcos’altro. Gesù, incontrato da don Bosco, e sua madre Maria mi hanno sempre accompagnato, custodito, amato».

Sono nato a Civitavecchia (RM) il 13 dicembre del 1969, il giorno di Santa Lucia, lo stesso giorno e lo stesso anno nel quale papa Francesco veniva ordinato sacerdote. Durante la sua visita alla parrocchia del Sacro Cuore nel 2014 gli ho detto: “Santità, io sono frutto del suo sacerdozio!”, lui mi ha risposto: “In che senso?”. Gli ho spiegato che ero nato nel giorno della sua ordinazione presbiterale. Il Papa ha sorriso. A motivo del giorno di nascita, il mio secondo nome è Lucio. Mi piacciono questi due nomi che mi hanno donato i miei genitori. Francesco significa franco, libero e la vera libertà è stato sempre il mio desiderio più profondo. Allo stesso modo, Lucio viene da luce e mi ricorda che nel nome, come dicevano i latini (nomen/omen), c’è la vocazione ad essere luce. Mio padre, venuto a mancare nel 2014, si chiamava Gaetano ed era nato ad Arce (FR) vicino al luogo di nascita di san Tommaso d’Aquino, mia mamma Maria Antonietta è di Roma. Dopo circa due anni di matrimonio e la nascita di mia sorella Tiziana, i miei genitori si sono trasferiti a Civitavecchia a causa del lavoro in dogana di mio papà.

Da piccolo ero un bambino molto vivace, le maestre (suore) spesso mi mettevano in castigo a causa della mia irrequietezza. Ricordo che la fondatrice delle suore operaie, morta in concetto di santità, che viveva nella casa dove ho frequentato la scuola materna ed elementare, alcune volte mi portava fuori della classe in chiesa o in giro per la casa per poter permettere alla maestra di fare lezione.

Lei diceva a mia mamma: “Francesco non è cattivo, è solo molto vivace; finisce prima degli altri i compiti e non riesce a stare fermo!”. Mi piaceva molto giocare a calcio e per questo motivo mio padre, quando avevo 9 anni, mi ha condotto all’oratorio salesiano per poter giocare nella pgs Fulgor, società sportiva dell’oratorio. È stato un inserimento graduale e sempre più coinvolgente nell’ambiente oratoriano. Prima il calcio, insieme a tanto tempo trascorso in cortile, poi la catechesi d’iniziazione cristiana con la prima comunione e la cresima, successivamente il teatro con altri giovani ed exallievi adulti. La mia vita di preadolescente e adolescente è trascorsa tra le relazioni familiari, l’ambiente scolastico, la squadra di calcio e le amicizie dell’oratorio. Ho frequentato il liceo classico nella mia città e mi sono appassionato allo studio dei classici e della filosofia.

Preghiere e “pulcini”

L’ambiente salesiano è stato per me una casa, ne ho avute due: la mia famiglia e la famiglia dell’oratorio. Ricordo che, quando mia mamma è stata operata a Pisa (frequentavo il secondo superiore), i salesiani mi hanno ospitato per 10 giorni nella loro casa. Mi colpiva il loro vivere insieme tra generazioni differenti, la loro capacità di accoglienza e la fraternità.

Ah, dimenticavo una cosa importante: fin da piccolo ho sentito sempre molto vicino il Signore, come un amico, uno al quale ci si rivolge con fiducia, una persona con la quale parlare. Quando avevo 15 anni ho detto ad un salesiano, animatore vocazionale, che non mi sarebbe dispiaciuto diventare “salesiano”.

L’anno successivo, a 16 anni, questo salesiano mi ha invitato ad un campo vocazionale a Subiaco dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Per la prima volta ho vissuto l’esperienza della Lectio Divina e ho ascoltato una Parola che non ho più dimenticato. Quando Gesù disse a Natanaele, che lo aveva visto sotto il fico: “Vedrai cose più grandi di queste. Vedrai gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”. Quella Parola mi ha conquistato, mi sono sentito interpellato. Ho iniziato a pregare, senza che nessuno me lo avesse detto o chiesto, ad un ritmo quotidiano sostenuto (lodi, ora media, vespri, rosario, compieta, Santa Messa). Più pregavo, più trovavo gioia nel farlo. Mi ero innamorato o per dirla meglio: il Signore mi attraeva a Lui e io non potevo non rispondere. Dopo questa esperienza che, durante l’anno scolastico, è continuata in modo regolare anche se non così intensamente come durante l’estate, l’incaricato d’oratorio mi propose di diventare allenatore di una squadra di calcio della categoria “pulcini”. Oltre al giocare a calcio in una squadra della città, allenavo anche i più piccoli. Tale esperienza è stata fondamentale, insieme a quella della preghiera, per comprendere che il Signore mi chiamava a diventare salesiano. Durante la visita militare mi sono accorto di quanto mi mancassero i ragazzi che allenavo, la relazione educativa che si era instaurata mi ha fatto percepire per loro un affetto paterno oltre che fraterno. Questi motivi mi hanno spinto a fare la domanda, al termine della maturità, di entrare in noviziato. Avevo 18 anni e da casa sono andato direttamente al noviziato di Lanuvio.

Non è stato facile per i miei genitori accettare la mia scelta. Il legame con loro era molto intenso e hanno fatto molta fatica a comprendere una scelta così repentina e radicale. La vocazione che io avevo avuto il tempo di maturare interiormente, anche grazie all’accompagnamento spirituale di un salesiano, richiedeva anche per loro un tempo di maturazione e di “digestione” maggiore. Il primo anno è stato davvero difficile, soprattutto per mia mamma.

Un vestito su misura

L’8 settembre 1989 ho fatto la mia prima professione come salesiano. È stato come indos­sare un vestito che era fatto su misura per me. Mi sono sempre sentito felice di esserlo. Non ho mai pensato di meritare di diventare salesiano, ma non mi è mai venuto in mente di essere qualcos’altro. Gesù, incontrato da don Bosco, e sua madre Maria mi hanno sempre accompagnato, custodito, amato. I ragazzi, gli adolescenti e i giovani sono sempre stati l’orizzonte, il campo, la passione educativa dei primi anni di vita salesiana ma anche di quelli successivi. C’è un a-priori di simpatia e di volontà di avvicinarsi a ciascuno di loro che caratterizza noi figli di don Bosco, una passione per le anime – come la chiamava lui – che, se alimentata dalla preghiera e dall’unione con Dio, diventa per ogni salesiano il motore propulsivo della sua vita, capace di fargli superare ogni difficoltà. I giovani hanno bisogno di Gesù, nel loro desiderio più profondo, anche se sommerso e spesso soffocato dalla secolarizzazione, c’è Lui, la sua proposta di gioia piena e abbondante. Se noi salesiani lo “portiamo con noi”, i giovani saranno risvegliati dal sonno contemporaneo e sussulteranno di gioia come Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta. Ho vissuto i primi dieci anni di formazione con un mio amico salesiano, don Ugo Troccoli, condividendo con lui ogni tappa formativa, le diverse professioni e ordinazioni, lo stesso desiderio di donazione profonda per il Signore e per i giovani. Siamo diventati sacerdoti insieme e dopo quattro anni, Ugo è andato in Paradiso. È morto a causa di una grave malattia polmonare. Il suo esempio è stato luminoso, la sua amicizia indelebile, il suo esempio trascinante, il suo ricordo mi interpella ancora oggi e mi ricorda di dare fin l’ultimo respiro (come ha fatto lui) per i giovani.

Nella città del Papa

Gli anni di vita salesiana, dopo l’ordinazione sacerdotale, sono stati una benedizione: animatore e docente di religione, storia e filosofia nella scuola di Villa Sora a Frascati per otto anni, delegato di pastorale giovanile dell’Ispettoria Romana prima e poi dell’Ispettoria dell’Italia Centrale per nove anni, direttore e preside a Villa Sora per quattro anni, vicario dell’Ispettore per cinque anni e da settembre il Rettor Maggiore mi ha chiesto di diventare direttore della Sede Centrale al Sacro Cuore. In realtà i miei sogni erano diversi: ho sempre avuto nel cuore il desiderio di essere missionario ad gentes prima in Cina, poi in Patagonia.

Avevo anche ricevuto l’obbedienza di andare a Chos Malal nella Patagonia Argentina. Ma i pensieri dell’uomo non corrispondono ai piani di Dio. Lo stesso Rettor Maggiore che mi aveva indirizzato inizialmente in Argentina mi ha chiesto di svolgere il servizio missionario nella città del Papa al servizio dei salesiani che lavorano per tutte le case del mondo e per i giovani di Roma. Mi sono ricordato allora di una profezia di don Bosco del 5 aprile 1880 sull’opera del Sacro Cuore: “L’abbiamo accettata perché quando il Papa sarà in una situazione normale, metteremo nella nostra casa la stazione centrale per evangelizzare l’agro romano. Sarà opera non meno importante che quella di evangelizzare la Patagonia. Allora i Salesiani saranno conosciuti e risplenderà la loro gloria” (MB XIV, 592).

È questo il desiderio che porto nel cuore, non altri: evangelizzare i giovani della città di Roma, far conoscere i salesiani e far risplendere, attraverso di loro, la gloria del Signore. Detto in questo modo sembra una pretesa eccessiva! Ma questa opera non la realizzeremo noi, la farà il Sacro Cuore – diceva don Bosco quando i salesiani che facevano parte del suo Consiglio Generale, la prima volta, gli votarono tutti contro alla proposta di costruzione della Chiesa del Sacro Cuore al Castro Pretorio a causa degli ingenti debiti che aveva la Società Salesiana in quel tempo.

Nel servizio di direttore della sede centrale la sfida è quella di “respirare a due polmoni”: il polmone mondiale che coinvolge tutti i salesiani a servizio del Rettor Maggiore per l’animazione e il governo della Congregazione e il polmone territoriale che raggiunge i giovani immigrati, i giovani italiani, i poveri e le numerose persone che ogni giorno passano per la stazione Termini. Il respiro è un’opera sinfonica che mette insieme i polmoni e il cuore attraverso il processo di ossigenazione, allo stesso modo la duplice missione della sede centrale è chiamata a ossigenarsi al Cuore di Gesù che vede la sua presenza reale nell’Eucaristia.

Don Bosco che tanto ha desiderato aprire una casa a Roma, ora che vede nel Sacro Cuore la casa del suo successore, il Rettor Maggiore, benedica e renda feconda questa Opera che il Papa gli ha affidato.       

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invitato

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