IL TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia
LA “MESSE”
è ancora molta
“Solo in cielo potremo renderci conto di quanto siamo debitori verso i poveri per averci aiutato ad amare di più Dio” (santa Madre Teresa di Calcutta).
Sto tornando da Lubumbashi, profondo sud della Repubblica Democratica del Congo, in volo verso Addis Abeba e da lì poi stanotte volo verso Roma.
Una settimana intensa di incontri con diverse comunità, giovani in cammino di crescita verso o già dentro la vocazione e missione salesiana, e case di don Bosco abitate da migliaia di ragazzi e di giovani, frutto di una presenza che qui è iniziata nei primi decenni del ’900 e che sta continuando ad allargare le tende verso ulteriori orizzonti, tra cui una nuova università che sta già consolidandosi.
Le immagini che tornano alla memoria sono un caleidoscopio di colori, suoni, volti, emozioni, racconti… Scelgo un momento che è stato per me illuminante e condivido quel che ho visto e provato. Bakanja e Magone sono due centri nati da quella che è credo la più emblematica opera salesiana a Lubumbashi: la Cité des Jeunes, un grande centro che da decenni offre percorsi educativi e di formazione professionale, aprendo strade di futuro a generazioni di giovani.
Ma se c’è chi riesce ad entrare in un percorso scolastico regolare, c’è anche chi si trova in condizioni che non permettono questo. C’è sempre una fascia più marginale, più povera. Magone e Bakanja sono per loro: ragazzi e ragazze che vivevano o ancora vivono per strada, arrivati nella grande città da villaggi lontani, in cerca di sopravvivenza.
Quello che incontrano a Bakanja e Magone è un andare loro incontro. Questo mi ha fatto pensare. Gli standard che noi riteniamo “minimo comun denominatore” perché ci sia un percorso scolare regolare, un’efficace formazione tecnica e professionale in linea con il mercato del lavoro odierno, un ambiente con strutture, infissi, pavimentazioni e arredamento all’altezza di quello che noi riteniamo necessario per la scuola… a chi può essere offerto? A migliaia di ragazzi e ragazze anche a Lubumbashi, per esempio in scuole salesiane che lì si trovano e fan questo servizio da decenni.
Ma per chi non può arrivare lì, cosa si fa? E quanti sono che non possono arrivare lì, se abbiamo il coraggio di prendere sul serio le statistiche e guardare alla mappa del mondo? All’inizio dell’anno, prima di Davos, è uscito come ogni anno il rapporto Oxfam, che mette a fuoco le disuguaglianze sul pianeta. Sono percentuali scomode, come il fatto che solo il 30% degli alunni di scuola primaria nei paesi a basso reddito raggiunge gli standard minimi di lettura e che circa 124 milioni di bambini e giovani sono del tutto fuori dalla scuola, con il 57% concentrato nell’Africa sub-sahariana. Fermarci su questi dati ci fa male e insieme ci fa del bene, perché ci tiene i piedi per terra anziché nascondere la testa sotto la sabbia.
Se allarghiamo lo sguardo non solo a tutta l’Africa, ma anche a tante periferie esistenziali sparse su ogni continente e paese, chi non può arrivare al “minimo comun denominatore” dei nostri standard è la maggioranza.
A Bakanja e Magone non si risolvono i problemi di tutti quelli che vivono per le strade di questa grande città mineraria. Però si va loro incontro, si è pronti a rimanere in sentieri fangosi, a entrare nel sistema della raccolta dei rifiuti con l’inventiva di trasformare la tanta plastica che inquina in alternativa ai blocchi da costruzione di cemento, con mezzi semplici, quasi del tutto manuali, come quelli con cui si producono i mattoni di plastica neri che si vedono nella foto… oppure usare le bottigliette stesse come materiale da costruzione. Una microeconomia che però ha un suo respiro ecologico.
Le mani di Madre Teresa
Qui quel che conta non è la produzione e il profitto, o la riuscita scolastica che apra la via all’università. Qui si vive in un ritmo di giorno per giorno, di sopravvivenza, che però non cancella l’intensità delle relazioni, non diminuisce il valore di ciascuna vita.
Mi tornano in mente i volti dei villaggi rurali del Ghana, dove ho avuto la grazia di essere accolto quasi ogni domenica per dieci anni. Spesso al momento di dare la comunione, dicendo “The body of Christ” di fronte a mani callose di giovani mamme già usurate dalla fatica, dentro di me spuntava un interrogativo: dove sta il “body of Christ?” Nell’ostia bianca o nelle mani che la ricevono? Sicuramente sia di qua sia di là. Il primo che non ha avuto timore di scendere e di andare oltre ogni standard del suo tempo, fino a lavarci i piedi, fino alla nudità della croce, è proprio quel “body of Christ” che si fa prossimo a ciascuno così com’è, senza bisogno che siamo noi ad alzare lo standard per raggiungerlo. Ci insegna lui per primo a non chiudere gli occhi su questa maggioranza e a non pretendere di poter risolvere tutto; ci chiede solo di scendere dalla nostra cavalcatura, come il Samaritano.
Stamattina ho dato un saluto alla fine di una Messa domenicale a Salama, bellissima per me, tutta africana nei canti e nei ritmi, con cinque chierichetti che guidavano la danza dell’assemblea. Mi è venuto in mente quanto aveva fatto Madre Teresa con un giovane che sarebbe diventato prete dopo qualche settimana ed era andato da lei, presente a Roma in quei giorni, per chiedere un messaggio, un consiglio per la nuova vita da sacerdote che stava per iniziare. Madre Teresa ha fatto un gesto che ho ripetuto stamattina, facendomi prestare le due mani del giovane diacono che era di fianco a me. 5 + 5 dita. Madre Teresa ha scandito bene, contando sulle dita di chi le stava davanti: “Love as I loved you” – 12345 – Ama/amatevi come io vi ho amati. “You did it to me” – 12345 – Tu lo hai fatto a me. Poi in silenzio ha preso le due mani e le ha unite nella posizione della preghiera.
Credo che se abbiamo la grazia di poter scendere dalle nostre cavalcature sociali, culturali, religiose, razziali (ammettiamolo pure, senza vergognarci di chiamare per nome qualcosa che rischia di inquinare anche noi) ed entrare nel mondo di chi mai arriverà al nostro minimo comun denominatore, ciò che si accenderà dentro di noi vale immensamente di più del poco che possiamo offrire. “Solo in cielo potremo renderci conto di quanto siamo debitori verso i poveri per averci aiutato ad amare di più Dio” (Madre Teresa di Calcutta, santa).

















