LA NOSTRA STORIA

B. F.

La Marchesa di Barolo

Juliette Colbert de Maulévrier è stata una donna straordinaria, amica e benefattrice di don Bosco, una vera rivoluzionaria della carità. Dalla riforma carceraria alle attività di prevenzione e ricupero: ha segnato con la sua intensa attività la Torino risorgimentale.

Il Conte Cavour la chiamava “la marchesa di ferro”. La conosceva bene perché da bambino giocava nel cortile del suo palazzo con i figli del re. Giulia Colbert nacque nella Vandea “bianca”, teatro di un’eroi-ca resistenza al fanatismo antireligioso del “Terrore” rivoluzionario. La nonna, gli zii e altri parenti finirono sulla ghigliottina, mentre lei con i genitori era esule in Germania. Tornò in patria quando Napoleone prese il potere. Mentre si trovava alla corte parigina come damigella dell’imperatrice, Giulia conobbe il marchese torinese Carlo Tancredi Falletti di Barolo e lo sposò. Insieme formarono una coppia di sposi proprio come li vuole il Vange-lo: due giganti della carità, due cristiani veri. Poiché non avevano figli, essi decisero di “adottare” i poveri di Torino, accogliendoli nel loro palazzo e dando così, con largo anticipo sui tempi, un coraggioso quanto insolito esempio di “famiglia aperta”.

Per capire meglio il valore delle loro scelte bisogna tener presente che i marchesi Falletti di Barolo erano una delle famiglie più ricche del Piemon-te (le sue rinomate cantine rifornivano le corti di mezza Europa). Dal canto loro i Colbert (diretti discen-denti del famoso ministro delle Finanze di Luigi XIV, il Re Sole) non erano da meno. Insieme, Giulia e Tancredi possedevano qualcosa pa-ragonabile a svariate centinaia di milioni di oggi. Avevano avuto dalla vita tutto quello che secondo i mo-delli in voga nella nostra società potrebbe rendere felici: ricchezza, bel-lezza, salute, cultura (Giulia parlava correttamente cinque lingue) e amicizie importanti. Invece scelsero la via in salita della fede, dimostrando che qualche volta anche il ricco può entrare nel regno dei cieli, a patto che si faccia povero con e per i poveri.

Il processo di industrializzazione in pieno sviluppo aveva convogliato a Torino un proletariato contadino sfruttabile con salari da fame. Arrivarono così delin-quenza, prostituzione, alcolismo, accattonaggio. Erano i volti di una povertà diffusa alla quale il governo e la borghesia liberal-massonica non pensavano. La vera risposta la diede, come sempre, la Chiesa: il Cottolengo, don Bosco, il Murialdo, il Faà di Bruno, l’abate Saccarelli, la beata Anna Michelotti, l’Allamano e i Falletti di Barolo, per citare i più noti, concretizzarono un volume impressionante di opere destinate a cambiare il volto della città: ospedali, scuole, laboratori artigiani, centri di accoglienza, asili infantili, orato-ri. Strumenti per un’autentica evan-gelizzazione e promozione umana.

Un segno di Dio

Una prima svolta importante per Giulia si presentò nella domenica in Albis del 1814. Mentre per strada in-crociava un prete che, accompagnato dai chierichetti, portava il viatico a un malato, fu raggiunta dalle be-stemmie e dalle imprecazioni di un detenuto delle vicine carceri senato-rie. Quella voce rappresentava per lei un segno di Dio, un invito a inter-venire. Bussò immediatamente al portone del carcere per rendersi conto di persona delle condizioni di de-grado in cui vivevano là dentro uo-mini e donne. Ne uscì con un profondo senso di vergogna e, insie-me, di solidarietà per i “fratelli” che abitavano “quel covo tenebroso”. E decise di fare qualcosa secondo quello che sarebbe diventato un suo slogan: Carità sempre e subito.

Da ragazza anche per ragioni di studio si era interessata in Francia e in Inghilterra al problema carcerario e, attraverso incontri con i detenuti, si era convinta (anche se allora suo-nava utopia) che la prigione deve non soltanto punire con giustizia, ma anche rieducare. Ottenuto dalle autorità il permesso di trattenersi re-golarmente nelle carceri, Giulia si presentò alle detenute come un’ami-ca, disposta a condividere e ad alle-viare le loro sofferenze, a conoscere i loro bisogni, secondo un progetto ben preciso. Ma per l’attuazione pratica occorreva aggirare la buro-crazia governativa. E qui il “salotto” di casa Barolo giocò un ruolo importante: lo frequentavano i Cavour (Camillo, allora bambino, aveva un’ammirazione incredibile per Giulia, che chiamava familiarmente “la mia cocotte”), Cesare Balbo, Santorre di Santarosa, Federico Sclopis, il conte De la Tour, Silvio Pellico (che sarebbe poi diventato il segretario particolare dei Barolo), insomma la Torino che contava. Per non dire dell’amicizia che legava i marchesi a Carlo Alberto, alla mo-glie Maria Teresa e alla Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, nonché ai De Maistre, a monsignor Dupanloup e, in particolare, al poeta Alphonse de Lamartine (del quale ci rimangono 55 lettere indirizzate a Giulia).

La prima “riforma carceraria”

In pochi mesi, sotto la guida della marchesa, prese così il via quella che si può definire la prima riforma carceraria d’Italia: facce pulite, abiti decenti, processi rapidi per chi era in attesa di giudizio, scuola, lavoro e assistenza religiosa per le detenute: una prigione “umanizzata”. Le tre carceri femminili esistenti – tutte con locali bui e fatiscenti – furono abbandonate per una nuova sede, molto più adeguata, restaurata in parte a spese dei Barolo, della quale Giulia fu nominata sovrintendente. Il regolamento interno fu discusso articolo per articolo con le detenute riunite in assemblea: un coraggioso esempio di democrazia diretta “ante litteram” che responsabilizzava al massimo le persone impegnandole ad osservare le regole.

Dal carcere al “prima” e al “dopo-carcere”: Giulia pensò ad un’opera – il “Rifugio” – per l’educazione preventiva e riabilitativa delle ragaz-ze a rischio e delle ex detenute. Ma andò ancora più in là: oltre ad aver ricostruito moralmente molte donne uscite dalla detenzione, la sua efficace catechesi suscitò in alcune di esse addirittura il desiderio di una specia-le consacrazione religiosa per riscat-tare il proprio passato e impetrare la misericordia di Dio sul mondo me-diante la preghiera e la penitenza. Nasceva così la congregazione delle “Sorelle penitenti di S. Maria Mad-dalena”, che oggi si chiamano “Figlie di Gesù Buon pastore”.

Poi, in un’ala del loro sontuoso pa-lazzo torinese, i marchesi fondarono il primo asilo infantile d’Italia (l’abate Ferrante Aporti avrebbe aperto in città il suo, ma quattro anni dopo).

L’improvvisa morte di Tancredi provocò la svolta definitiva nella vita di Giulia. In una lettera ad un amico londinese, la vedova scri-veva tra l’altro: «La sventura mi ha percossa, mi ha trasformata… Il mio cuore è saldo, ma il dolore umano è così profondo, che io mi domando se avrò sempre il coraggio di contem-plare il suo tragico volto. Dinanzi a me c’è una durissima strada; devo percorrerla senza stanchezza: è fian-cheggiata da pezzenti, da miserabili, da rifiuti umani. Io devo vincere il ri-brezzo e tutti i disgusti». Ed ecco il passo forte: «In nome di colui che è finito come un pezzente, io devo de-dicarmi a tutti i miserabili. Devo scontare i secolari privilegi degli avi, devo saldare i debiti che essi hanno contratto coi paria e con gli sfruttati, devo pareggiare l’implaca-bile conto che ciascuno ha con la propria coscienza. Una voce cara e indulgente mi incita! Io non avrò più altra dolcezza che obbedire a quel comandamento».

Sarà tutto un susseguirsi di inizia-tive. Nel 1845 apre l’Ospedaletto di S. Filomena, destinato a bambine disabili; accanto al Monastero di S. Anna costruisce una casa di acco-glienza per orfane. Nel 1847, all’in-terno del suo palazzo, da vita a tre “Famiglie di operaie”: gruppi di una dozzina di ragazze dai 14 ai 18 anni guidate da una “madre” laica e ospi-tate per un periodo di sei anni, du-rante il quale imparano un lavoro presso botteghe di artigiani onesti e fidati.

La marchesa e don Bosco

La marchesa aveva una mente vulcanica, ma imperiosa fino a far cedere tutto dinanzi a lei. A Torino la conoscevano tutti sia per la ricchezza che per l’intelligenza e lo spirito brillante. L’accoglienza del suo salotto, la sua eleganza, il tono squisito, la grazia delle maniere, tutto in lei era seducente. Sempre elegantissima per il mondo, portava il cilicio e consacrava ore alla preghiera. Aveva una carità attiva, un amore efficace per il bene. Ma tutto doveva piegarsi dinanzi alla sua volontà.

La sua volontà aveva appena creato il «Rifugio» per le ragazze sviate; cappellano era un brav’uomo, don Borel. Egli pregò la terribile marchesa di fargli avere come aiutante don Bosco. La marchesa acconsentì, anzi fece di più: autorizzò don Bosco a riunire i suoi monelli in un cortiletto di fianco all’istituto. Gli furono date due stanze che don Bosco stipò di ragazzi.

Nel contempo don Bosco era diventato «cappellano» del Rifugio stesso alle dipen-denze della marchesa.

La soluzione però non poteva essere defi-nitiva sia per la scarsità dello spazio e sia per l’accostamento di due elementi infiammabi-li quali i ragazzi di don Bosco e le ragazze della marchesa. Questa perciò decise assai presto di estromettere dal Rifu-gio i “guastatori” di don Bosco. Ma avrebbe pure voluto che lui rima-nesse a occuparsi delle sue ragazze.

«Al Rifugio c’è abbastanza da fare, non cerchi occupazioni diverse…».

«Io non cerco occupazioni diverse, si-gnora» replicò don Bosco. «Con tutto il rispetto sono un prete, non un segretario».

La Marchesa pazientò otto mesi. Era molto per lei. Alla fine don Bosco dovette sloggiare, pur conservando lo stipendio di cappellano aggiunto al «Rifugio».

Nell’inverno 1845 la salute di don Bosco peggiorò seriamente, i suoi polmoni non reggevano più, tanto che don Borel ne informò la marche-sa che si trovava a Roma. Giulia propose a don Bosco un periodo di riposo, mantenendogli lo stipendio, ma ponendogli l’alternativa: o continuare la sua opera presso l’Ospedaletto, o tenere l’oratorio.

Nel corso di un burrascoso colloquio, riferito anche dalle Memorie Biografiche con toni forse un po’ troppo caricati (don Lemoyne era un drammatur-go), don Bosco rinunciò all’offerta di Giulia che lo licenziò. Al termine dell’incontro, comunque, la marchesa si inginocchiò davanti a don Bo-sco chiedendogli di essere benedetta da lui. E in seguito attraverso don Borel e don Cafasso, continuò a far giungere generose offerte per i suoi ragazzi.

Il pane e il coraggio

Don Bosco era sempre a testa alta con tutti. Anche con la potente Marchesa Barolo.

«Una volta» racconta il Lemoyne «andò ella stessa a visitare l’umile tettoia-cappella, inaugurata presso la casa Pinardi; ed ignorando la celeste mis-sione affidata al Santo, al rimirare quella povera stamberga, le parve ancor più inesplicabile che si potessero rifiutare le sue ge-nerose offerte per crearsi uno stato così miserabile. Avvisato della sua presenza, don Bosco le andò incontro, e la Marchesa, non appena gli fu vicina, gli disse: «Ed ora lei che cosa potrà far qui, se non le porgo aiuto? Non ha un soldo, lo so! E con tutto ciò non vuole arrendersi alle mie proposte? Peggio per Lei! Pensi prima di decidere: si tratta del suo avvenire!»

Un’altra volta recatosi il Santo presso di lei per parlarle, ella, non appena lo vide comparire sulla soglia, quasi trionfalmente gli chiese:

«Si trova nella miseria, non è vero?»

«Oh no! rispose don Bosco con affabilità ma con contegno grave e riserbato; non son venuto a parlarle di danaro; conosco le sue intenzioni e non voglio disturbarla, tanto più che non ho bisogno di niente… e, se mi permette una parola che aggiungo senza intenzione di offenderla… non ho bisogno neppure di lei, signora Marchesa!»

«Sì, eh? replicò essa; ecco il superbo!»

E il Santo, con la sua mirabile calma incisiva: «No, non cerco il suo danaro. So dirle, facendo una supposizione inammissibile, che se la signora Marchesa cadesse nella miseria ed abbisognasse di me, io mi caverei il mantello dalle spalle e il pane di bocca per soccorrerla».

Giulia Colbert si spense a Torino il 19 gennaio 1864. Aveva quasi 78 an-ni. Secondo le sue disposizioni testamentarie, le sue cameriere la rivestirono dell’abito di terziaria di S. Francesco.

Tra tutti i torinesi si diffuse un senso di cordo-glio e di rimpianto.

È sepolta accanto al marito nella bella chiesa di Santa Giulia che lei aveva fatto costruire in una zona popolosa di Torino. Le sue opere continuano. Sono diventate una “cittadella” della carità e della promozione umana, tra Valdocco, il Cottolengo e il

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