LA LINEA D'OMBRA
ALESSANDRA MASTRODONATO
La lezione della SCONFITTA
Vivere non significa essere perennemente in corsa in una competizione infinita in cui chi non vince è un perdente. E noi non siamo atleti costantemente in gara cui viene chiesto di eccellere in tutto, di essere sempre i migliori, di vincere a qualsiasi prezzo.

A nessuno piace perdere. Nello sport come nella vita, tutti aspiriamo alla vittoria, che non coincide necessariamente con l’arrivare primi, ma anche più semplicemente con il riuscire a raggiungere il traguardo, a perseguire un obiettivo che ci siamo prefissati, a superare un nostro limite. Non c’è sapore più dolce di quello che ci lasciano in bocca un successo ottenuto, un progetto realizzato, un risultato conquistato. A maggior ragione in una società della prestazione come la nostra, che misura la qualità di una persona dalla buona riuscita dei suoi piani, mentre scarta inappellabilmente chi fallisce.
Nessuno stupore, dunque, che la paura della sconfitta sia in cima alle preoccupazioni dei giovani adulti, sempre meno abituati a confrontarsi con la frustrazione dell’errore. Di fronte a una relazione finita, a un esame andato male, a un contratto di lavoro non rinnovato, ci sentiamo inadeguati, ci lasciamo sopraffare dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione e facciamo fatica ad accettare il fallimento. Questo perché siamo figli di una cultura della performance che ci impone di primeggiare ad ogni costo, che non ammette sbagli o dilazioni, che ci ripete ad ogni passo che per chi si impegna e dà il meglio di se stesso prima o poi i risultati arrivano. Ma che succede se questo non accade? Quando, nonostante tutti i nostri sforzi, continuiamo a fallire, a collezionare un buco nell’acqua dopo l’altro, a mettere in fila una serie infinita e sconfortante di insuccessi?
Molti giovani reagiscono al fallimento ritirandosi dalla partita o, peggio ancora, rinunciando a priori a mettersi in gioco. Schiacciati dall’ansia da prestazione e paralizzati dal timore del giudizio altrui, scelgono di non esporsi al confronto con sfide troppo ambiziose, decidono semplicemente di non scommettere più sul futuro, accontentandosi di vivere un’esistenza senza pretese piuttosto che rischiare di ritrovarsi a raccogliere i cocci dopo l’ennesima delusione. Troppo doloroso guardarsi allo specchio sentendosi un fallito! Troppo umiliante dover ammettere, in primis con se stessi, di non avercela fatta! Troppo sfibrante essere costretti ogni volta a ricominciare da capo, ad affrontare un’altra lotta, senza alcuna garanzia di riuscita e anzi con la concreta possibilità di fallire…
Ma come ha giustamente sottolineato in una recente intervista un grande allenatore e dirigente sportivo di successo come Julio Velasco, «la vita non è un campionato»! Vivere non significa essere perennemente in corsa in una competizione infinita in cui chi non vince è un perdente. E noi non siamo atleti costantemente in gara cui viene chiesto di eccellere in tutto, di essere sempre i migliori, di vincere a qualsiasi prezzo, pena l’esclusione dalla possibilità di essere convocati per giocare la partita più importante. L’esistenza che siamo chiamati a vivere è fatta, al contrario, di percorsi individuali e differenti per ognuno, di strade scelte per passione e non per ragioni di classifica, di traguardi conquistati con fatica e a cui ciascuno giunge con i propri tempi, ma anche di obiettivi mancati e inevitabili fallimenti che però non rappresentano una condanna senza appello, una resa incondizionata che ci inchioda alla nostra inadeguatezza. Anche le sconfitte, anzi, si rivelano fondamentali per imparare a fare i conti con i nostri limiti, per mettere alla prova la nostra determinazione e la nostra forza di volontà, per liberarsi dall’ossessione del risultato e della perfezione, che spesso costituisce il primo passo per iniziare a vivere davvero. Perché vivere in maniera autentica ed essere felici, pur con i nostri piccoli e grandi fallimenti e con i nostri errori, è più importante di arrivare primi e non c’è lezione più preziosa di questa!
Io non ho una scappatoia,
io non ho più nessuna rotta o scorciatoia,
io non ho più unghie per scavarmi la fossa,
io non ho voglia di girare in tondo,
mi sono rotta di toccare il fondo:
mi sono rotta e piano piano mi ricompongo.
Io non ho il coraggio di guardarmi in faccia
e dirmi che non ce l’ho fatta
un’altra volta, un’altra pacca sulla spalla,
un’altra volta, un altro giro, un’altra corsa,
un’altra volta, ma questa volta
io non devo farne un dramma,
mettere un muro e sbatterci la testa,
soffiare per soffocare la fiamma e alimentarla
un’altra volta, un’altra volta…
Io mi autodistruggo al tempo record
di una bomba a mano, un kamikaze,
un aeroplano contro una montagna
di costrutti, una valanga di disegni invano,
di progetti morti su un divano.
Sarebbe più sano non preoccuparsi del futuro.
Cosa siamo? Cosa ci contraddistingue?
Come lo sappiamo?
Cos’è che ci spinge a fare quello che facciamo?
Cos’è che ci spinge anche quando è tutto vano?
Un’altra volta, un altro buco dеntro l’acqua,
un’altra volta, un altro grido, un’altra lotta,
un’altra volta, un altro giro, un’altra corsa…
Vorrei, se si può, ogni tanto
spegnere le voci nella testa,
solo per un attimo, solo per un attimo,
perché in fondo so che
non devo farne un dramma,
non devo farne un dramma.
Imputare a qualche fallimento una condanna,
dopo una montagna, dopo una montagna
ce n’è sempre un’altra anche più alta
e questa volta
non devo farne un dramma,
non devo farne un dramma…
(Ditonellapiaga, Io, 2026)


















