LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

La geografia del buio

E mi dicevi tutto passa, io ti chiedevo: “Quando passa davvero?” Ma poi la promessa dell’alba si fa più vicina e il buio si scambia con la luce della mattina…

l buio, spesso, ci fa paura! Nell’oscurità ci sentiamo persi, smarriti, disorientati; facciamo fatica a distinguere pieni e vuoti, a riconoscere il profilo di ciò che ci circonda, a individuare punti di riferimento affidabili che demarchino la strada da percorrere. Abbiamo la sensazione di aggirarci in un labirinto bendati, incapaci di trovare l’uscita, ma anche di dar senso al nostro camminare, che assomiglia sempre più a un vagare a tentoni nella notte.

Ma, a volte, l’oscurità può anche esercitare su di noi un certo fascino. Al buio possiamo perderci, eclissarci, nasconderci allo sguardo giudicante degli altri, rifuggire da quell’eccesso di luminosità che talvolta ci disturba, nella misura in cui ci costringe a uscire allo scoperto con tutti i nostri passi falsi e le nostre fragilità.

È quello che ci capita ogniqualvolta, nel faticoso cammino verso l’adultità, sentiamo il bisogno di rintanarci in noi stessi, di chiudere a chiave il nostro cuore e, più o meno consapevolmente, decidiamo di cedere alla tentazione dell’oblio, quale allettante quanto illusoria panacea contro gli affanni e le delusioni di una vita che, con le sue luci abbaglianti e violente, ferisce i nostri occhi e ci ustiona la pelle. Accucciarci nell’ombra ci sembra, allora, il rimedio più efficace, una condizione quasi rinfrancante che, per quanto ci privi della possibilità di godere appieno dello scintillio e della brillantezza del mattino, quantomeno ci garantisce un po’ di ristoro e ci mette al riparo dal rischio di rimanere scottati.

Ma accade talvolta che, a furia di schivare la luce, ci abituiamo a tal punto a vivere nella penombra da non essere più capaci di tirarcene fuori e da diventare prigionieri di quel buio che per primi abbiamo ricercato e imparato ad amare. Ed è allora che, nella nostra esistenza, si verifica qualcosa di simile a un black-out, un temporaneo oscuramento di tutte le nostre energie vitali che ci lascia spauriti e disorientati, incapaci di raccapezzarci nell’inestricabile “geografia del buio” per riuscire a rintracciare l’interruttore generale – sempre che ne esista uno – in grado di riattivare tutto ciò che si è spento.

Anche al buio, tuttavia, possiamo imparare a riconoscere qualche vago sfavillio di luci, timidi segnali di speranza ai quali aggrapparci con tutte le nostre forze per trarci in salvo dalle tenebre. Le luci fioche di una casa in lontananza o di un paesello abbarbicato sulla collina che, illuminato come un piccolo presepe, ci testimonia di una presenza umana discreta, ma concreta, cui chiedere aiuto e ospitalità nell’attesa che albeggi. Il flebile baluginare di una lampara in mezzo al mare, icona della fatica umana nella solitudine e nel silenzio della notte, che ci rammenta l’importanza di perseverare nella ricerca di risposte alle nostre domande di senso. Il bagliore pulsante delle stelle che, squarciando il buio della sera, illuminano la strada e forniscono, a chi impara a leggerle, una mappa essenziale per orientare il cammino. Fino a scoprire che noi stessi possiamo farci “sentinelle del mattino” e divenire fonte di luce per rischiarare la nostra quotidianità e quella di chi ci sta accanto, se solo siamo capaci di liberarci di tutte quelle scorie, di quel pessimismo rinunciatario, di quella corrosiva disperazione che spesso oscurano e opacizzano la nostra naturale luminosità interiore, impedendoci di godere pienamente della solarità del giorno.      

 

La geografia del buio

è una stanza dipinta di nero,

un mare d’ansia dove annega il pensiero,

io ti parlavo, ma in realtà non c’ero.

La geografia del buio,

i consigli poi ti servono a zero

fino a che il falso si sovrappone al vero,

fino a che il piombo copre tutto il cielo.

Ed è facile caderci dentro,

più di quello che pensi,

basta un movimento sbagliato,

per toglierti il fiato.

È come camminare nel labirinto bendato,

senza trovare l’uscita,

cercare di dare una spiegazione a tutto in questa vita

che alla fine, per intero, non può essere capita…

Ma poi la promessa dell’alba

si fa più vicina

e il buio si scambia con la luce della mattina…

Il nero che si trasforma in acqua marina,

la nebbia si dirada

e si intravede la riva…

E mi dicevi tutto passa,

io ti chiedevo: “Quando passa davvero?”,

e non è uscito ancora il binario del treno

per portarci via da questo peso.

E io che non ricordo più la leggerezza

di un discorso scemo,

di ridere per niente,

di fregarmene un po’ meno,

di vedere ancora questo bicchiere un po’ più pieno.

Perché è pericoloso, sai, parlare del futuro,

come quando splende il sole

e dopo viene giù un diluvio.

Perché non basterebbero cent’anni di studio

per orientarsi nella geografia del buio…

Ma poi la promessa dell’alba

si fa più vicina

e il buio si scambia con la luce della mattina…

Il nero che si trasforma in acqua marina,

la nebbia si dirada

e si intravede la riva…

E non è un caso,

e non è colpa mia,

che la materia che poi si conosce meno

è la geografia…

(Michele Bravi, La promessa dell’alba, 2021)

 

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