LA NOSTRA STORIA

GIANPIETRO PETTENON

La fontana, il pozzo e la cucina

Casa Pinardi era dotata di una fontana addossata al muro esterno sul lato meridionale. Serviva agli inquilini come unica fonte di approvvigionamento di acqua potabile per cucinare, lavarsi, irrigare l’orto…

Ma da dove traeva l’acqua questa fontana a pompa? Ovviamente non dall’acquedotto comunale che in quegli anni era ancora lontano a venire, ma dal pozzo sottostante, fatto costruire dai fratelli Filippi contemporaneamente alla casa, ed avente la profondità di circa dieci metri e diametro di circa un metro.

Quando don Bosco decide la demolizione di casa Pinardi per costruire la nuova ala dell’Oratorio, sta ben attento a preservare questa preziosa fonte di vita, ed anzi, crea un secondo accesso al pozzo. Si potrà così attingere acqua non più soltanto in superficie tramite la fontana, ma anche direttamente dal piano interrato del nuovo fabbricato dove colloca la nuova e spaziosa cucina che sarà in funzione dal 1856 al 1927.

È stato un lavoro edile delicato quello voluto da don Bosco. Hanno scavato proprio accanto alla canna del pozzo per costruire il piano interrato e poi hanno forato questa canna sul lato interno addossato al nuovo fabbricato, per darvi un facile accesso – come vediamo nella foto sotto – a chi sta lavorando in cucina e ha bisogno di prelevare acqua dal pozzo.

Visitando la cucina dell’Oratorio che si trova nel museo Casa Don Bosco, affascina non poco questa distribuzione di locali e impianti della cucina.

Anzitutto è un ambiente dotato di grandi e luminosissime finestre che, seppur trovandosi il locale nel piano interrato, sono capaci di portare dentro tantissima luce naturale.

Sul lato esterno del locale poi troviamo ancora ben conservato l’accesso al pozzo di cui abbiamo appena detto e, da un lato e dall’altro dello stesso, vediamo la dispensa e la stufa a legna. La dispensa è un vero e proprio locale accessibile discendendo tre gradini che ci portano fuori dal perimetro dell’edifico, sotto il cortile. Sono belli e ben conservati i ripiani in mattoni che, su tre lati, servivano per appoggiare le vettovaglie da mantenere fresche. Dall’altra parte del pozzo invece c’era una stufa a legna di cui resta una parte del forno e la canna fumaria, dentro il muro perimetrale.

Interessante, e direi scontato per il tempo in cui si costruisce questo edificio in cui non c’erano elettrodomestici e isolamenti termici artificiali, che la dispensa e il punto di cottura fossero separati dal pozzo: con la sua frescura contribuiva a non contaminare le derrate alimentari con il calore prodotto per cucinare i cibi.

Completa l’area della cucina un semplice locale attiguo, destinato a funzione di collegamento con i refettori. Chi serve i pasti, infatti, non entra mai in cucina. C’è sempre un locale intermedio dove chi ha cucinato deposita il cibo da servire, e chi serve lo preleva e lo porta in sala da pranzo.

Tornando al tema della fontana, dobbiamo sapere che nei lavori di restauro conservativo e di allestimento del museo Casa Don Bosco si è voluto dare un segno a terra di questo luogo, così particolare nel contesto degli edifici che costituiscono la Valdocco salesiana.

L’architetto ha scelto di perimetrare il complesso edilizio del primo Oratorio, ora museo, con un ampio marciapiede in listelli di pietra di Luserna. La pietra di Luserna è elemento lapideo tipico e tradizionale dei marciapiedi torinesi, ma non la forma a listelli stretti e lunghi, che rappresenta un tocco di contemporaneità – delicato ed efficace – nel delimitare il contorno di questo luogo così simbolico.

È durante i lavori di costruzione di questo marciapiede che è emersa una bella sorpresa: la pietra che raccoglieva l’acqua della prima fontana di casa Pinardi.

Si tratta di una grossa pietra quadrata di circa un metro di lato, che non era sospesa a muro ma poggiava a terra, avente anche la funzione di coperchio superiore del pozzo, scanalata nella parte centrale per creare una vasca con il bordo perimetrale rialzato per contenere l’acqua.

Questo è uno di quei ritrovamenti che mettono in discussione alcuni elementi tramandatici dagli scritti storici.

La rappresentazione della primitiva casa Pinardi, fatta dal pittore Bellisio allievo di don Bosco, mostra la fontana con la semicoppa a muro, come è tutt’oggi ben visibile e riconoscibile nella forma. E così la descrive anche don Giraudi nel suo libro sull’Oratorio di Valdocco: “era fissata al muro una vasca di pietra con una pompa…”.

Una possibile risposta a questo dilemma potrebbe essere la seguente. Nella primitiva casa Pinardi la pompa ed il getto d’acqua della fontana erano sicuramente addossate al muro meridionale della casa. La vasca in pietra però era poggiata a terra e serviva a non disperdere l’acqua eccedente che, se non raccolta, avrebbe creato fango e una pozza di acqua ristagnante.

Nella costruzione del primo ospizio avvenuta nel 1853, il progetto edilizio prevedeva il porticato con colonne e archi regolari su tutta la facciata meridionale della casa. Nel 1856 si demolisce la vecchia casa Pinardi e si costruisce la nuova ala con le medesime caratteristiche costruttive, ripetendo l’alternanza di colonne e archi; ma proprio dove c’era la primitiva fontana il progetto prevede il vuoto di un arco.

È allora, a mio parere, che si trova la soluzione di spostare leggermente a occidente la fontana, che sarà addossata alla colonna più vicina, e con l’occasione si sostituisce la prima vasca in pietra collocata a terra (semplice e grezza che continuerà a stare al suo posto con la sola funzione di coperchio del pozzo) con la semicoppa in pietra, sospesa a muro (più elegante e funzionale) che ancora oggi vediamo. Il rinnovo della fontana ben si inquadra in quell’insieme di particolari costruttivi più attenti e meno austeri che hanno caratterizzato questo secondo edificio, come già descritto in precedenza.

Per finire merita citare un altro piccolo particolare costruttivo che si trova nell’atrio del piano interrato prima di entrare in cucina e nei refettori lì vicini. Abbiamo ritrovato integro un piccolo lavamani, anch’esso con base e catino in pietra, ricavato da una nicchia nel muro ed illuminato naturalmente dall’alto da un oblò rotondo che si può vedere nel pavimento del porticato della buona notte. A fianco del piccolo lavandino c’è un’altra nicchia in cui si poggiava la brocca con l’acqua che serviva all’igiene delle mani prima dei pasti.

La grande cantina

Nei lavori di restauro l’ambiente della cantina è quello che ha riservato più sorprese. Sapevamo bene dai documenti storici che in questa parte dell’edificio in origine c’era la cantina, ma in anni abbastanza recenti questo ampio locale era stato ristrutturato e destinato ad archivio contabile dell’economato di Valdocco. Il pavimento era in gres, vi era un corridoio che collegava numerosi locali divisi fra loro, era stato costruito un controsoffitto in fibra minerale, le porte metalliche servivano ad isolare gli archivi da eventuali incendi. Insomma della primitiva vocazione di questo spazio non si percepiva proprio nulla.

La prima cosa che si fece fu quella di togliere le pareti divisorie e il controsoffitto. Si potè quindi cogliere lo spazio arioso della cantina nel suo perimetro originale ed anche la sua destinazione, non vocata alla vita dei ragazzi e dei salesiani di Valdocco, ma ad essere un luogo di deposito e conservazione del vino. Questi i segni che abbiamo trovato.

  1. Le pareti erano intonacate in maniera grezza; non come le finiture dei muri negli altri ambienti del piano interrato, finiti con cura ed intonacati. Qui si possono notare gli spessori diversi del muro che a circa un metro di altezza dal piano di calpestio ha un’unghia rientrante perché il muro si riduce di spessore.
  2. In una parete vicina all’ingresso si nota un masso tondeggiante proveniente dal fiume, di dimensioni notevoli, che forma ancora oggi una gobba che esce dal muro; i costruttori non si sono curati di scalpellarlo per poterlo coprire con l’intonaco.
  3. La grande volta a botte non è intonacata; i mattoni sono a vista, imbiancati dalla calce viva che si usava per disinfettare le pareti ed evitare muffe.
  4. Nell’opera di ripulitura, alla fine si è dato mano alla rimozione del pavimento contemporaneo. Subito sono venuti alla luce dei mattoni in cotto. Piano, piano, senza arrecare danni, si è proceduto a togliere le piastrelle e il fondo cementizio ed è emerso nella sua interezza il primitivo pavimento in mattoni rossi di terracotta.

Insieme al pavimento in lastre di pietra di Luserna del refettorio dei ragazzi che stava sotto la chiesa di San Francesco di Sales, questo grande pavimento della cantina è il secondo originale portato alla luce nella creazione del museo Casa Don Bosco. Al centro, a filo pavimento, c’è un pozzo a perdere con una vera in pietra. Altri piccoli pozzi a perdere sono ancora visibili davanti a quelli che erano gli stalli per le grandi botti, in corrispondenza della cannella per spillare il vino.

Nella parete di fondo si è ben conservato un armadio a muro con i ripiani in pietra e le ante di legno originali, dove si conservava il vino in bottiglie.

Ultimo particolare di questo locale sono i fori sul soffitto voltato che mettono in comunicazione la cantina con il grande porticato del piano terra. Servivano a calare direttamente l’uva nei tini al tempo della vendemmia, senza dove portare le ceste su e giù per le scale.         

DB LADRO
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