LE CASE DI DON BOSCO

Janez Jelen

La casa Salesiana in Mužlja (Vojvodina, Serbia)

L’ultima volta che ho visitato i malati, un’anziana donna è uscita di casa tre volte e mi ha chiamato: «Dio vi benedica per essere venuti. Che Dio vi accompagni nel vostro cammino».

Il nostro lavoro in Vojvodina iniziò nel 1965. Su richiesta dell’allora arcivescovo di Belgrado Gabriel Bukatko, i Salesiani vennero a Mužlja dalla Slovenia. Quando arrivarono i Salesiani s­loveni, l’intero consiglio parrocchiale si ritirò in segno di protesta e le autorità comuniste trasferirono nella parrocchia l’ambulatorio e l’ufficio postale. Così restava poco spazio per il parroco e l’ufficio parrocchiale.

Ma la situazione iniziò presto a migliorare. La gente vide che i Salesiani s’interessavano ai bambini e ai giovani e si avvicinarono. Cominciò l’istruzione religiosa regolare. In quel tempo, lo stato ateista faceva ogni sorta di pressione contro i fedeli cattolici. Alcuni insegnanti a scuola ridicolizzavano gli alunni religiosi, o li punivano con voti bassi o addirittura li malmenavano se andavano in chiesa o all’istruzione religiosa. Ma i nostri Salesiani hanno lavorato coraggiosamente anche nelle circostanze difficilissime.

In quel periodo c’era un movimento catechistico molto forte in Slovenia, anche grazie al professore salesiano Valter Dermota. I confratelli frequentavano i corsi di aggiornamento e la parrocchia godeva di un sistema catechistico moderno e attuale. In Vojvodina, i Salesiani sloveni sono stati i primi a iniziare una messa nella lingua ungherese che i fedeli hanno accettato con entusiasmo.

All’inizio c’erano solo due salesiani qui: Jože Tkalec e Štefan Zorko. Tkalec conosceva così bene l’ungherese che tradusse bellissimi sermoni in ungherese dallo sloveno. Aranka Palatinus nel suo libro “Sotto la protezione di Madonna”: «I Salesiani furono inizialmente accolti con diffidenza dalla comunità ecclesiale; ma quando i fedeli sperimentarono la gentilezza di questi monaci e videro il loro sacrificio, si innamorarono di loro».

LA BABILONIA D’EUROPA

La Vojvodina è una provincia autonoma della Serbia, grande come la Toscana. La possiamo definire la «Babilonia d’Europa». In essa convivono pacificamente serbi, croati, ungheresi, rumeni, bosniaci, montenegrini, sloveni, macedoni, slovacchi, albanesi, rom, polacchi, valacchi, russini (un’etnia poco conosciuta, praticamente gli slavi per eccellenza, la cui lingua è un misto di tutte le lingue slave) e perfino tedeschi. Tutti protesi verso un sogno, o meglio verso un’utopia, chiamata Unione Europea.

La regione è prevalentemente agricola, era il granaio della ex Jugoslavia.

Importanti sono i soldi inviati da persone emigrate nei paesi europei, negli USA e in Australia. Tutto sommato la Vojvodina è una regione benestante e potrà diventare un punto di riferimento per la nazione.

I nostri impegni

Oggi siamo qui tre confratelli: Stojan è il direttore di Emmaus, la nostra comunità, e parroco, io sono un cappellano e Stanko è un assistente spirituale che svolge diligentemente tutti i doveri parrocchiali.

Io devo la mia vocazione a mia madre e mia nonna. Si chiamavano Maria tutte e due e pregavano tanto. Eravamo nove fratelli e non avevamo nessun aiuto da parte dello stato comunista perché mio padre si era rifiutato di entrare nella cooperativa e nel partito. Mio padre era un vivaista e le tasse arrivavano inesorabili. Per completare gli studi andai nel Ginnasio Salesiano di Križevci. Durante gli esercizi spirituali, mi sono sentito vicino a Dio ed è allora che ho sentito la prima volta una vocazione salesiana e sacerdotale come un gran valore.

Don Stanko Tratnjek è venuto dai Salesiani da una parrocchia dove sono nate tante vocazioni spirituali. Anche don Stojan Kalapiš è un frutto degli esercizi spirituali. È l’unico salesiano bulgaro al mondo che ha frequentato gli esercizi spirituali in Slovenia.

Io visito di più i fedeli malati o anziani. Vale a dire, quando sono stato a Belgrado come cappellano, quasi tutti morivano senza sacramenti. Perciò ho iniziato a visitare i fedeli a casa, nelle case gerontologiche e negli ospedali e lentamente la situazione ha cominciato a migliorare. Così, anche a Mužlja, la maggior parte va nell’aldilà riconciliata con Dio Padre. Purtroppo adesso, a causa della pandemia, non possiamo andare negli ospedali per visitarli, perciò li visito solo a casa.

Stanko Tratnjek trascorre la maggior parte del suo tempo con il lavoro d’ufficio, dove è insostituibile.

Don Stojan è il più giovane tra noi e ha anche le idee più originali. È responsabile dell’internato di Emmaus, organizza oratori annuali, guida gli scouts e realizza programmi alla radio e alla rtv e dirige Radio Maria.

Non ci manca dunque il lavoro. Naturalmente lavorano con noi degli ottimi volontari di don Bosco.

Sono molto commosso quando incontro i miei ex studenti, noto che si ricordano ancora di me, e dei miei insegnamenti. Uno è venuto di recente dal carcere e mi ha salutato davanti alla chiesa dicendo: “Vorrei confessarmi”. Poi un altro, ancora in prigione, che piangeva al telefono: «Non ho una casa, non ho genitori, sono solo, lei è come un padre che mi aiuta e mi dà buone lezioni». Quando sono arrivato a Mužlja nel 1984, c’erano qui molti giovani. Durante e dopo la sfortunata guerra, giovani e intere famiglie hanno cominciato ad andarsene. Per lo più vanno a lavorare in Germania. Il numero dei nostri credenti sta diminuendo. Solo il numero dei funerali è sempre elevato.

Difficoltà e sogni

Il problema più grande oggi è l’emigrazione. Recentemente abbiamo sofferto molto per la pandemia. Non potevamo andare negli ospedali e nelle case per disabili, molte persone anziane non osavano andare in chiesa e ai sacramenti. La guerra fratricida ci ha causato molti mali.

Questa guerra civile ha causato la morte di innocenti e la distruzione di molte chiese cattoliche; molti dei nostri fedeli hanno lasciato tutto e sono andati all’estero. A causa delle condizioni economiche sfavorevoli, i giovani continuano a emigrare. Se questa tendenza continua, le nostre parrocchie verranno svuotate, soprattutto nei villaggi.

Ciò che mi rende più felice è quando qualcuno dopo molto tempo si confessa sinceramente e ritorna al Padre celeste. Non sono pochi. Siamo tutti felici di poter lavorare secondo il principio di don Bosco: “Da mihi animas, coetera tolle!”

La nostra gioia più grande è il cortile pieno di giovani allegri, che vengono nelle chiese anche per la Messa e i sacramenti.

Il nostro più grande desiderio sono nuove vocazioni. C’è una grave carenza nella nostra diocesi, ma anche nella nostra ispettoria. Ogni anno, i nuovi salesiani non riempiono i vuoti di quelli che vanno in Paradiso.

La gente ci vuole bene. Tra gli ungheresi vi sono molti buoni cattolici che amano Maria Ausiliatrice e il Santo Padre. Hanno una mentalità simile a quella slovena, amano cantare e i fiori. Un loro proverbio dice: “Chi ama le piante e ha voglia di cantare, non può essere un uomo cattivo”.

Quando la gente ha visto il nostro amore per le anime, ci ha amato davvero. Il movimento scout è iniziato a Mužlja, con più di 400 ragazzi e ragazze. Abbiamo aperto il collegio maschile Emmaus. Il lavoro parrocchiale dà i suoi frutti: è alta la frequenza dell’insegnamento religioso parrocchiale, sono tanti i bambini della prima comunione e della cresima. Anche l’oratorio estivo è frequentatissimo.

Siamo generalmente molto ben accolti dalla gente e dalle autorità.

L’ultima volta che ho visitato i malati, un’anziana donna è uscita di casa tre volte e mi ha chiamato: “Dio vi benedica per essere venuti a trovarmi nonostante la pandemia e per rafforzarmi con i santi sacramenti. Che Dio vi accompagni nel vostro cammino”.

L’Ecumenismo difficile

Nell’area dell’ex Jugoslavia i Salesiani hanno tre vescovi: l’arcivescovo di Belgrado, il metropolita in Slovenia Peter Štumpf, e Zef Gashi, arcivescovo di Bar e primate di Serbia.

L’ecumenismo qui è una cosa difficilissima. Al suo arrivo a Belgrado dalla Slovenia come arcivescovo nel 1986, il nostro ex professore e arcivescovo Franc Perko nutriva una grande speranza nel movimento ecumenico. Grazie a lui, che è stato per molti anni il decano della Facoltà di Teologia di Lubiana, si incontravano gli studenti di tre seminari teologici cattolici e ortodossi: di Belgrado e Lubiana, poi anche di Zagabria. Tuttavia, quando è arrivato in Serbia, si è presto reso conto che c’era poco vero ecumenismo. Solo discorsi alati e niente di effettivo. A quel tempo, il nazionalismo serbo era in aumento. Così, deluso, ha dichiarato al mensile cattolico di Novi Sad, Agape: “L’ecumenismo qui non arriverà neanche fra un milione di anni. L’unità dei cristiani ci sarà solo nel Giorno del Giudizio, e solo al tardo pomeriggio”. Qui da parte ortodossa veramente manca una vera voglia di lavorare in senso ecumenico per l’unità dei cristiani.

Che cosa resta? Stabilire contatti amichevoli con persone di buona volontà, che per adesso è l’unica forma possibile di ecumenismo. E soprattutto ci resta un mezzo forte: la preghiera e la speranza.    

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