LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
La benedetta AVVENTURA
Il positivo esito del primo biennio missionario oltreoceano.
Nelle parole del primo capospedizione
Per iniziare questa rubrica di corrispondenze dalle missioni diamo anzitutto spazio al grande missionario don Giovanni Cagliero, l’evangelizzatore della Patagonia. Testimone diretto, anzi protagonista in terra sudamericana nel biennio 1875-1877, pochi mesi dopo essere rientrato in Italia in un’inedita lettera al papa Pio IX traccia un circostanziato resoconto dell’operato dei 34 salesiani, sacerdoti, chierici e laici, sbarcati a Buenos Aires nelle due prime spedizioni missionarie (1875, 1876).
Una chiesa nella capitale e in un collegio della provincia
Scrive dunque don Cagliero: “Santo Padre… Ascoltate. Il mattino del 14 dicembre, [1875], arrivammo sulle sponde del Plata, ed un padre senza averci mai né veduti né conosciuti ci accoglieva tra le sue braccia, mentre come cari fratelli altri si stringevano attorno a noi offrendoci generosa ospitalità. Monsignor Federico Aneiros Arcivescovo di Buenos Aires riceveva come amati figliuoli i Missionari Salesiani, e loro concedeva le necessarie facoltà perché potessimo subito lavorare nella sua vastissima Arcidiocesi pel bene delle anime”… “I Confratelli [della confraternita della chiesa] della Misericordia fecero calde istanze perché alcuni di noi si fermassero presso di loro per provvedere al bene spirituale di più di trentamila Italiani disseminati pe’ vari quartieri della Città”.
L’invito non sorprese i missionari in quanto veniva incontro agli accordi presi per posta da don Bosco con l’arcivescovo prima della loro partenza. Così “due Sacerdoti con un Catechista sospesero il cammino e riaprirono al Divin Culto la Chiesa della Misericordia detta appunto de los Italianos. Quivi il lavoro cresceva a misura che aumentavano i Catechismi e la predicazione della parola di Dio… superava le forze e il buon volere del piccolo numero degli evangelici operai”. In effetti l’immenso lavoro apostolico cadde sulle spalle di don Cagliero – che però come superiore si assentava spesso per seguire gli altri missionari – ma soprattutto di don G.B. Baccino che a soli 34 anni soccombette: il primo della innumerevole schiera di salesiani che nei 150 anni successivi sarebbero morti “in terra di missione”.
Continua poi don Cagliero nel suo resoconto: “Gli altri sette nostri compagni partirono per San Nicolás de los Arroyos [240 km da Buenos Aires] dove un mese dopo aprivano un collegio con sessanta allievi. Iddio benedisse anche qui le nostre deboli fatiche, ed il numero degli allievi in breve crebbe fino a duecento. Allora apparve cosa indispensabile aprire al pubblico la chiesa del collegio, la quale ogni domenica, mattino e sera, si riempiva di fedeli… Si notò pure il bisogno di provvedere al bene spirituale dei carcerati detenuti in quella città… I poveri abitanti della campagna, sparsi in lontane vastissime pianure vivevano privi di preti e di chiese con danno delle anime loro, ed una o due volte al mese un nostro sacerdote si recava a procurare loro i soccorsi spirituali specialmente agl’infermi”.
Don Cagliero al Papa non racconta però le complessità burocratiche per avere libertà di azione nella chiesa della Misericordia, i problemi economici per la costruzione del collegio di San Nicolás, le difficoltà della vita comunitaria dei confratelli… Questo lo riservava soprattutto a don Rua e solo in parte a don Bosco.
Il collegio di “Villa Colon” in Uruguay e l’Ospizio di Buenos Aires
Presto si offersero loro due altre possibilità di lavoro prettamente salesiano: aprire un collegio nei pressi di Montevideo nel vicino Uruguay e un Ospizio per “giovanetti abbandonati e pericolanti” in Buenos Aires. Potevano forse rifiutarsi? No di certo e così – scrive soddisfatto sempre don Cagliero al papa – “Le due nuove case si riempirono ben presto di allievi: il collegio Pio fu inaugurato in Villa Colón… con il Vostro Augusto Nome… Cento sono gli allievi, che con la scienza ricevono la cristiana educazione”.
A Buenos Aires poi con l’aiuto de’ soci di S. Vincenzo nel maggio 1876 si aprì un Ospizio che accoglieva cinquanta orfanelli, “i quali col mestiere, che li fa buoni operai, ricevono la Religione, che li farà buoni cristiani”.
La prima parrocchia salesiana nel mondo
Ancora in attesa di festeggiare il primo anno di presenza in America, a fronte delle dimissioni del parroco della Parrocchia di S. Giovanni Evangelista, l’arcivescovo di Buenos Aires la offrì ai salesiani. Parrocchia difficilissima, ubicata nel quartiere della Boca (del diablo come fu definita) con oltre 22 mila italiani, tanto poveri, quanto ostili e nemici della religione, della chiesa, del papa. I salesiani accettarono e due di loro, al dire di don Cagliero, impavidi e al rischio pure della propria vita, “incominciarono con la costante predicazione agli adulti e il catechismo ai fanciulli, ad avvicinare quella popolazione alla povera chiesa di legno e alla frequenza dei SS. Sacramenti”.
La prima “missione” fra indigeni e coloni fuori città
Ma i missionari non potevano pensare solo agli italiani, benché questi quanto ai costumi fossero più “indianizzati” degli stessi indios. Don Bosco li aveva mandati anche per i “selvaggi” ai quali non era mai arrivato il vangelo. Così don Cagliero confidava a Pio IX la loro prima esperienza missionaria in senso stretto: “Essendo poi nostro vivo desiderio di avanzarci verso i selvaggi due nostri missionari, tra cui l’umile esponente, incominciarono a portarsi tra gl’Indigeni di Entre-Rios [a nord di Buenos Aires]. Quivi… convertita in cappella una rozza capanna di paglia, si catechizzò, si predicò durante 15 giorni agli indigeni ed ai coloni, i quali così poterono tutti accostarsi ai SS. Sacramenti della Confessione e Comunione. Si amministrò a molti il S. Battesimo e si convalidarono parecchie unioni illegittime. Lo stesso hanno fatto e tuttora fanno i salesiani di S. Nicolás”.
















