NUOVI SALESIANI
O. Pori Mecoi
Josef PREVOR
«Vengo dal centro geografico della Repubblica Ceca. I miei genitori avevano una fede profonda e frequentavano uno dei gruppi segreti guidati da un salesiano».
Qual è la tua carta d’identità?
Sono salesiano. Ho 32 anni. Vengo dal centro geografico della Repubblica Ceca e ho vissuto la mia giovinezza in campagna, si può dire quasi in mezzo ai boschi. Adesso studio teologia a Torino, alla Crocetta.
Com’è la tua famiglia?
Ho una sorella più grande e tre fratelli. Io sono il più piccolo. Mio padre lavorava come guardia forestale, la mamma stava soprattutto con noi a casa. Avevamo una piccola fattoria con tanti animali.
Chi ti ha raccontato per primo la storia di Gesù?
I primi che mi hanno raccontato la storia di Gesù sono stati i miei genitori. Avevano una fede profonda e conoscevano la spiritualità di don Bosco. Mi ricordo soprattutto la nostra preghiera della sera, al buio con la candela nel centro e le storie di alcuni missionari che ci leggeva mio padre prima di dormire.
Come hai conosciuto i salesiani?
Già i miei genitori si sono conosciuti dai salesiani. Era ai tempi del comunismo, quando ai salesiani era vietata ogni forma di attività. I miei genitori frequentavano uno dei gruppi segreti guidati da un salesiano. Dopo il matrimonio andarono ad abitare in campagna in una casa nei boschi. E lì si svolgevano i campi estivi organizzati in segreto dai salesiani. Uno dei salesiani divenne un grande amico della nostra famiglia. Ci visitava frequentemente anche se abitavamo lontano da un oratorio salesiano. Così lui è diventato il mio confessore ed accompagnatore spirituale. Riuscivo a partecipare alle diverse attività organizzate dai salesiani.
Com’è nata la tua vocazione?
La vocazione cresceva in me piano piano. Divenne più forte quando avevo 17 anni. Da quel momento è iniziato il cammino del discernimento che è durato circa 5 anni. Ho fatto anche un percorso vocazionale dai salesiani e una esperienza missionaria come volontario in Bulgaria per un mese. Nell’ultimo anno dell’università, ho sfruttato anche la possibilità di abitare presso la comunità salesiana a Brno. Tutte queste occasioni mi hanno aiutato a capire che cosa Dio vuole da me. Durante tutto questo tempo di discernimento ho lasciato le porte aperte per tutte le possibilità, dove Dio mi chiamasse. Certo, mi sono anche innamorato, ma ho scoperto dentro di me qualcosa ancora di più forte, un desiderio, la vocazione religiosa, e sentivo che non potevo fare altro che rispondere.
Qual è la tua situazione attuale?
Ho fatto un anno di prenoviziato in Repubblica Ceca, noviziato e post noviziato in Slovacchia e adesso sono già al terzo anno a Torino, dove studio teologia nel nostro istituto internazionale. È un’occasione unica per conoscere confratelli provenienti da tutte le parti del mondo. È una grande ricchezza. In questo momento mi sto preparando al diaconato. L’anno scorso ho fatto la professione perpetua.
Come sono i giovani nella Repubblica Ceca?
Come tutti gli altri giovani europei, ma se devo dire qualche caratteristica speciale… forse direi che da noi non c’è tanta povertà materiale, ma affettiva sì. Tanti giovani vengono da famiglie che non funzionano bene, spesso sono molto fragili e senza orientamento nella vita.
Altra caratteristica del nostro paese è che è molto secolarizzato. Tanti giovani non sanno più neanche cosa sia la chiesa oppure non gli interessa. La povertà della fede è dal mio punto di vista la più grande sfida per noi.
Quali sono le opere salesiane?
Le nostre opere sono molto diverse. Ogni centro giovanile ha qualche specificità. Lavoriamo anche con diversi gruppi di giovani: ragazzi della parrocchia, ragazzi dell’oratorio spesso non credenti, ragazzi in difficoltà sociale, ragazzi zingari. Soprattutto la sensibilità nei confronti dei giovani in difficoltà sociale è abbastanza caratteristica nelle nostre opere.
Quali sono i problemi che devi affrontare?
La nostra Ispettoria, secondo me, deve affrontare alcune sfide decisive: trovare un giusto modo per evangelizzare la nostra società e la pastorale delle vocazioni. Sulla evangelizzazione penso che abbiamo bisogno di trovare il giusto equilibrio tra una pastorale religiosa nelle parrocchie e il puro aiuto sociale. Direi che nella nostra cultura secolarizzata c’è sete per una spiritualità, ma c’è un sospetto verso le istituzioni, compresa la Chiesa. Offrire una vera e autentica spiritualità senza paura dell’evangelizzazione anche esplicita, ma con una sensibilità verso la società contemporanea è una vera sfida. A questo riguardo direi che è necessario anche ripensare le strutture dei nostri centri giovanili perché corrispondano a questo scopo.
Altra sfida è la pastorale vocazionale. Come in tutta l’Europa anche da noi c’è un calo di vocazioni. È necessario ripensare alla nostra identità. La nostra vita attrae i giovani? Cosa possiamo offrire loro? Stiamo utilizzando i giusti metodi per il discernimento vocazionale? Sappiamo fare con efficacia la domanda decisiva sul senso e il significato della vita?
Quali sono le tue più dolenti preoccupazioni?
La più dolente preoccupazione è per me che tanti giovani escono dalla chiesa. Questo succede per diversi motivi. A volte le famiglie non riescono a trasmettere la loro fede, a volte i giovani non trovano il loro spazio dentro la Chiesa, a volte la causa è la Chiesa stessa. Questa è la nota più dolente per me.
E i tuoi progetti e sogni per il futuro?
Non voglio costruirmi i grandi progetti. Vorrei che i miei progetti fossero quelli di Dio. La situazione nel nostro paese ci chiede sicuramente un attento discernimento. Ma se devo dire il mio desiderio, vorrei che le nostre case fossero proprio il luogo dove i giovani possono trovare non solo un aiuto sociale, psicologico oppure pedagogico, ma soprattutto luogo dove possono incontrare Cristo.
Come vedi il futuro della Congregazione nella tua Ispettoria e in Europa?
La situazione sarà sicuramente diversa rispetto ad oggi. Questo porterà ad alcuni cambiamenti. Saremo in meno, arriveranno i missionari dall’esterno e certamente dovremo ripensare la nostra attività, soprattutto il coinvolgimento dei laici nelle nostre opere. Dovremo abbandonare alcune opere. Ma questo cambiamento non deve significare un peggioramento. Conoscendo i confratelli, direi che non siamo “in difesa”, ma ancora “all’attacco”.


















