IL TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia - Consigliere generale per la Formazione
Istanbul International Airport:
LA BELLEZZA DELL’ESSERE UMANO
Scrivere mentre si viaggia: ho cominciato a farlo quando ero missionario in Nigeria (1997-2005), perché non ero capace di mettermi a tavolino e rispondere con calma a messaggi di parenti e amici: da lì il ghiribizzo di raccontare qualcosa di quel che mi stava capitando, mentre tornavo in trotro (i pulmini del trasporto pubblico) da Lagos a Ondo, e mandarlo in copia a chi mi era vicino, pur con il Sahara e il Mediterraneo di mezzo. Da allora non ho più smesso, e ogni tanto, dal treno o dall’aereo, faccio una chiacchierata a distanza prendendo spunto da quello che il caleidoscopio infinito del viaggio della vita offre in quel momento.
Mi hanno chiesto di condividere qualcuna di queste chiacchiere anche sul Bollettino Salesiano. Comincio con una che è di qualche anno fa, in questo stesso periodo dell’anno. Buon viaggio!
Sto aspettando il volo delle 21.30 per Nairobi, dopo l’atterraggio da Fiumicino nel pomeriggio.
Una delle prime cose che vorrei raccontarvi è la varietà dei volti e delle nazionalità con cui mi trovo a condividere il lavoro, gli incontri, i dialoghi… Non parlo del fiume di gente che scorre senza sosta davanti a me in questo momento qui dove son seduto adesso in aeroporto, ma di coloro con cui ho interagito di persona a Manila la settimana scorsa e con cui lo farò a Nairobi da domani in poi. Mi son tolto lo sfizio di mettere in fila i loro paesi di origine, seguendo l’ordine alfabetico: Angola, Belgio, Benin Republic, Brasile, Cina, Congo rdc, Etiopia, Filippine, Giappone, India, Indonesia, Kenya, Korea, Madagascar, Mali, Messico, Myanmar, Nigeria, Polonia, Rwanda, Spagna, Sri Lanka, Sud Africa, Tanzania, Timor Est, Vietnam… e forse ne ho dimenticato qualcuno.
Questo mix di nazioni non è così strano per i salesiani di don Bosco, perché siamo sparsi in 133 paesi e siamo missionari fin dalle origini (11 novembre 1875, per essere precisi). Molti di questi fratelli miei si trovano a vivere in una nazione che non è quella in cui sono nati.
Veniamo da paesi così lontani, culture e storie di vita così diverse: eppure quanto abbiamo in comune è così tanto, fin dal primo saluto, dalla prima stretta di mano. È per via di don Bosco? Senz’altro. È ancor prima per via dello stesso nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo con cui cominciamo insieme a pregare, pur con la girandola di lingue che entrano nello stesso coro? Certamente sì.
Mi vien proprio voglia di credere che l’essere così prossimi pur con tante diversità viene da una radice ancora più profonda, da ancora più dentro di noi: l’essere umani è un patrimonio talmente grande, talmente infinito che non c’è nulla in questo universo che possa fare da contrappeso a questa dignità. Non c’è niente di “così di più” o di “così di meno” che possa rendere Pedro nato in Angola più uomo o meno uomo di Camiel, nato in Belgio.
La bellezza della nostra vita risplende in modo tanto più chiaro ed evidente quanto più ci si lascia prendere dalla meraviglia per la diversità dei modi con cui questa stessa vita è vissuta; la diversità delle culture e delle lingue; l’incomparabile diversità della storia unica che ciascuno di noi disegna su questo micro-puntino nella Via Lattea che chiamiamo Terra. Se l’Europa ci offre già un buon aperitivo circa questa varietà di colori, a confronto Asia e Africa sono un pranzo di nozze con 18 portate. È lì che vive la più parte del mondo. In Europa ci abita meno del 10% dell’umanità. Ma non voglio cominciare a mettere dei distinguo e a tirare confini.
Sono estasiato dalla bellezza di quanto abbiamo in comune, ed è quanto mi fermo a contemplare stasera con voi, da questa seggiola nell’aeroporto di Istanbul.
Tra i poeti e i mistici, gli artisti, i musici, i sapienti di tutte le tradizioni e paesi c’è chi ha saputo lungo la storia cogliere splendidamente l’unità che sta dentro la vita, e non solo di noi umani, ma di tutto l’universo di cui noi siamo parte. Non siamo fuori. Siamo dentro. È parte di noi, come e più ancora di quanto noi siam parte di lui. Senza Via Lattea, senza la nostra galassia nulla sarebbe di nessuno di noi, di questa tastiera, delle dita mie che scrivono e degli occhi tuoi che leggono.
C’è un’unità, una connessione così forte tra tutto ciò che esiste: non rendersene conto e comportarci come se fossimo noi i padroni del vapore, come se tutti e tutto fossero lì solo a nostro uso e consumo, significa perdere il meglio della nostra esistenza. Cosa c’è di più angusto e ristretto di un mondo grande solo quanto le mie voglie e le mie idee?! Più ci si avvicina al tesoro che sta al cuore di tutto, più ci si scopre davvero vicini tra di noi: le distanze nei secoli e sulla carta geografica, la differenza di lingue e di religione, smettono di fare da steccato. È molto di più quanto ci unisce, senza bisogno di coprire o nascondere nulla della diversità di cui ci vestiamo e con cui ci esprimiamo.
Gate 211: è la porta d’imbarco per Nairobi e i primi si sono già messi in fila. Meglio che anch’io mi metta in riga.
Come ultima battuta prima di chiudere il laptop mi torna in mente un proverbio zairese: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”. Questo è il mio augurio per tutti a cominciare da me stesso: che questa primavera dello spirito, che per noi si chiama quaresima, pasqua e pentecoste, ci aiuti a recuperare il vero senso della nostra grandezza, quella che abbiamo in comune con ogni altro essere umano, e a non lasciare che nessun altro interesse o distrazione si metta di traverso e ci faccia stimare anche solo un grammo o un centimetro in meno il valore della vita che ci portiamo dentro: tutto, tutti, sempre, dappertutto.



















