ANNIVERSARI
Ans
Intervista al RETTOR MAGGIORE
Nel primo anniversario della sua elezione.
… continua dal numero precedente

I Salesiani sono la seconda Congregazione religiosa più numerosa. Nonostante il leggero calo numerico, come percepite la crescita delle vocazioni per il futuro? Come pensate di consolidare i numeri e le presenze?
Ci sono due aspetti da considerare.
In primo luogo, per quanto riguarda le vocazioni, è chiaro che i cambiamenti demografici influenzano la crescita vocazionale. Ad esempio, quella che chiamiamo crisi vocazionale in Europa è strettamente legata ai cambiamenti nella struttura familiare e nello stile di vita. Non abbiamo più famiglie numerose come un tempo; abbiamo famiglie nucleari. Ora stiamo assistendo a cambiamenti simili in alcune parti dell’Asia: dai sistemi familiari patriarcali alle famiglie nucleari, dalla vita rurale a quella urbana.
Questo cambiamento non va interpretato come se qualcuno stesse facendo qualcosa di sbagliato. Piuttosto, ci invita a rivedere il nostro modello pastorale. Come ci impegniamo nell’educazione e nell’evangelizzazione in una società postmoderna? Quale linguaggio dobbiamo usare?
Allo stesso tempo, sebbene le vocazioni alla vita consacrata possano essere meno numerose in alcune aree, stiamo assistendo a un aumento significativo di collaboratori laici che appartengono profondamente alla nostra missione. Oggi, quando parliamo di presenza salesiana, non ci riferiamo solo ai salesiani consacrati, ma alla comunità pastorale educativa – laici e salesiani che condividono la stessa missione.
Ora, per quanto riguarda il consolidamento: una delle priorità della Congregazione negli ultimi vent’anni è stata la coerenza della vita comunitaria. I salesiani non sono presenti solo per garantire un funzionamento regolare. Sono presenti per testimoniare attraverso la loro consacrazione.
Non si tratta di avere uno o due salesiani sparsi in molti luoghi. Si tratta di avere comunità la cui stessa vita è un messaggio. Se i numeri diminuiscono, potremmo dover unire le presenze, rafforzare le comunità che accompagnano molteplici opere, o addirittura chiudere alcune presenze dopo un serio discernimento. La sfida vocazionale può ridurre i numeri, ma non deve indebolire la nostra identità.
Avete 93 Ispettorie che operano in 137 Paesi. Come promuovete l’unità e una visione condivisa in una Congregazione così culturalmente diversificata?
Questa domanda tocca la forza del carisma.
Quando ci riuniamo per un Capitolo Generale, abbiamo più di duecento Salesiani provenienti da circa 137 Paesi. Eppure, in qualche modo, il linguaggio del carisma è lo stesso. Le immagini, i riferimenti, l’ispirazione – sono condivisi.
La Congregazione è abbastanza matura da permettere alla forza del carisma nel cuore di ogni Salesiano di dialogare con le realtà locali. L’espressione della nostra proposta può differire in un contesto cristiano rispetto a uno non cristiano. Il vocabolario può cambiare. Ma quando raggiungiamo il cuore dei giovani – il loro desiderio di senso, di amore, di accompagnamento – il sistema preventivo parla universalmente.
La forza della Congregazione sta nell’essere profondamente radicati nella nostra identità consacrata e profondamente impegnati nel contesto in cui serviamo. Quando incontriamo i giovani a livello umano, con empatia e rispetto, il carisma trova la sua strada.
Quale è ritenuta la priorità più urgente per la missione salesiana oggi?
La priorità più urgente è la nostra identità.
Se perdiamo la nostra identità di credenti sulle orme di don Bosco, rischiamo di essere plasmati interamente dalla cultura che ci circonda. Presenteremmo un prodotto invece di un’esperienza.
La nostra identità – radicata nei valori evangelici e arricchita dal sistema preventivo – ci permette di offrire un’umanità ispirata a Cristo. Più andiamo avanti, più chiara deve diventare la nostra identità.
Come sta rispondendo la Congregazione ai rapidi cambiamenti culturali e digitali che interessano i giovani?
La sfida digitale viene affrontata a vari livelli nelle diverse Ispettorie. Fa parte della nostra realtà e non possiamo ignorarla.
In molte università e centri, questo tema è già oggetto di studio approfondito. Ciò che ci preoccupa è: che cosa ci dice il mondo digitale come educatori alla luce del Vangelo?
Ho proposto l’idea di un think tank internazionale – non per produrre documenti, ma per consentire una seria riflessione sull’intelligenza artificiale e sulla cultura digitale a livello di leadership, con l’aiuto di esperti provenienti da tutto il mondo. Questa riflessione potrà poi filtrare verso le Ispettorie.
Dobbiamo porci due domande: come stiamo integrando il digitale nella nostra missione e in che modo il digitale sta plasmando il nostro modo di pensare? Entrambe le cose devono andare di pari passo.
È interessante notare che la nostra insistenza su questa sfida ha preceduto l’elezione di papa Leone. Quando anche lui l’ha sottolineata con forza, ciò ha confermato che stiamo andando nella giusta direzione.
Qual è il contributo speciale che i Salesiani danno al mondo oggi?
Credo sia l’esperienza dello spirito di famiglia.
Spesso, quando le persone entrano in una casa salesiana, dicono: «Mi sembra di essere già stato qui». Questa è l’atmosfera di famiglia.
Essere amici dei giovani non è solo un’azione; è un atteggiamento. Non significa che loro ci conoscano già. Significa che abbiamo deciso di stare con loro e per loro.
Nei luoghi di conflitto, le persone accorrono alle case religiose, come le nostre case salesiane, perché sanno che questi luoghi sono spazi di accoglienza e protezione. Ciò che don Bosco offre è un senso di casa – un luogo di gioia, accoglienza e appartenenza.
I Salesiani continuano a promuovere l’ecologia e l’educazione alla pace? Come si vede questo oggi?
Sì. Nei recenti Capitoli Generali abbiamo dedicato particolare attenzione all’ecologia.
Quando visito le nostre scuole, rimango sempre colpito da quanto siano puliti, organizzati e rispettosi gli ambienti. Non si tratta di essere i primi della classe; si tratta di creare consapevolezza per ambienti ecologicamente sostenibili. E quando si rispetta la persona, si rispetta naturalmente il creato.
Per quanto riguarda l’educazione alla pace, in molte delle nostre presenze ci sono giovani di diverse religioni e gruppi etnici, eppure c’è armonia. Perché? Perché all’interno delle nostre case ci sono familiarità, rispetto e comunione.
Non chiediamo un certificato di religione o di etnia. Ci sono fraternità e solidarietà. Forse dobbiamo rendere questa testimonianza più esplicita, ma è già profondamente vissuta.
Che cosa la sostiene personalmente ogni giorno in questa missione impegnativa?
Ciò che mi sostiene ogni giorno è la vita di preghiera.
Questa missione è radicata nella nostra consacrazione. È lì che troviamo nutrimento, luce per le decisioni e incoraggiamento a continuare a servire i giovani. Essere consacrati non è un dettaglio: è ciò che siamo. Da questa convinzione, andiamo avanti insieme come comunità, cercando di essere don Bosco oggi.
C’è un passo della Scrittura o un’espressione salesiana che l’ha guidata quest’anno?
Sì, il passo che ho scelto per la Strenna: “Fate quello che vi dirà.”
Durante il Capitolo, ho sentito che eravamo molto aperti a ciò che lo Spirito ci stava dicendo. Nella scena evangelica di Cana, Maria non ha offerto una soluzione; ha offerto un atteggiamento. Ha invitato alla fiducia e all’ascolto attento.
Oggi, piuttosto che affrettarci a trovare soluzioni, siamo chiamati a chiederci: chi dobbiamo essere? Dobbiamo essere ascoltatori attenti a ciò che lo Spirito ci dice e avere il coraggio di andare avanti di conseguenza.
Qual è stato il momento più felice in questo primo anno?
L’incontro di papa Leone con il Consiglio Generale.
Non abbiamo avuto l’opportunità di incontrare papa Francesco durante il Capitolo Generale a causa della sua salute, e papa Leone è stato eletto dopo la conclusione del Capitolo. Quindi, quando ci è stato concesso un appuntamento con lui, non vedevo l’ora.
Ci ha accolti come un padre, ci ha trattati come suoi figli e ci ha incoraggiati profondamente. Quello è stato davvero un momento determinante per me.
Qual è stato il momento più impegnativo del suo primo anno?
La mia costante preoccupazione per i confratelli in situazioni di guerra e di conflitto.
Ogni settimana sono in contatto con loro, accompagnandoli a livello umano e spirituale. Invito anche altri ad accompagnarli nella preghiera.
Il loro feedback è profondamente commovente. Si sentono parte della Congregazione. Si sentono accompagnati. E sapere che la Congregazione è al loro fianco li aiuta ad affrontare con coraggio le sfide esterne.
All’inizio del suo secondo anno come Rettore Maggiore, quale parola vorrebbe affidare a ogni Salesiano nel mondo?
Due parole: Gioia e Speranza.
Gioia, perché ciò che stiamo facendo non è nostro – stiamo rispondendo alla chiamata di Dio. E speranza, perché quella convinzione ci riempie di fiducia per il futuro.
È una gioia che diventa contagiosa. Vivendola, ne diamo testimonianza. E testimoniandola, offriamo senso e speranza ai giovani. In questo modo, il domani si sta già plasmando oggi.

















