BS Giugno
2022

In Prima Linea

MANUEL GARCIA
Traduzione di MARISA PATARINO

Incontro con padre Camiel Swertvagher

«Ho scelto di essere missionario “ad gentes” e “ad vitam”»

Qual è la sua carta d’identità?

Il mio nome è Camiel Swertvagher. Sono nato il 27 marzo 1952 a Veurne, nelle Fiandre occidentali, in Belgio (ho appena festeggiato il mio 70° compleanno, questo 27/03/2022, nel luogo santo di don Bosco Valdocco-Torino). I miei genitori, Henri e Alice, hanno dato alla luce sei figli, tre maschi e tre femmine, e io sono il più grande. I miei genitori erano agricoltori; da bambino e da giovane ho goduto di questa vita nella fattoria. I miei cari genitori erano profondamente cristiani e ci hanno educato nella fede e attraverso la loro testimonianza di vita.

Com’è nata la sua vocazione?

1953: ho più o meno un anno; mamma è molto malata, potrebbe anche morire; è all’ospedale di Lovanio; mamma e papà pregano e invocano la beata Madre Maria e… don Bosco (questo tramite una signora che è in contatto con la Famiglia Salesiana e dà alla mamma una copia della novena a don Bosco); la mamma comincia a stare sempre meglio e all’uscita dall’ospedale, i miei genitori vanno alla casa provinciale di Bruxelles e comprano una piccola statua di Maria Ausiliatrice; a casa, poco prima dell’ingresso della nostra fattoria, papà ha costruito una piccola “grotta” e su una lastra di pietra ha fatto scrivere le seguenti parole: “Maria Ausiliatrice, prega per noi – 1953”; andavamo lì e dicevamo il Rosario in famiglia circondati da fiori e candele accese; quando arrivavamo all’ultima decade, papà interveniva e diceva: “l’ultima decade è per ringraziare…”; eravamo piccoli allora e solo molto più tardi abbiamo capito che cosa voleva dire…

Quando ero in seconda o terza elementare, padre Gerard, un prete missionario in Congo, ci mostrò delle diapositive sulla sua missione; non l’ho mai dimenticato. Forse è stato l’inizio del mio interesse per la vita missionaria.

1964: che cosa farò in futuro? Andare a Nieuw­poort (studiare agricoltura?); no, ma invece vengo mandato a Poperinge dove completo la 7a classe ma non vado oltre. Rimango lì solo un anno…

1965: c’è un ragazzo del mio villaggio, Frans Candaele, ed è allievo della scuola Don Bosco di Courtray. Don Antoine Pollet è un prete salesiano che gira tutta la diocesi di Bruges in cerca di allievi per la sua scuola; nella parrocchia vicina, il parroco, don Georges Lecluyse, che conosce bene i miei genitori, un giorno dice loro: “La scuola Don Bosco di Courtray è un’ottima scuola!”. Ed è lì che approdo. Eppure, durante tutti gli anni precedenti, don Bosco ci era rimasto sconosciuto.

Tra il 1965 e il 1972, sono immerso nello spirito salesiano; a 11 o 12 anni, comincio a pensare di diventare prete; durante i miei studi alla scuola Don Bosco, mi chiedevo che cosa dovevo fare: diventare prete diocesano o salesiano? Ero già stato catturato dal “virus salesiano”; sentivo che non potevo più separarmi da don Bosco! E il desiderio di diventare missionario era ancora presente.

Alcuni missionari venivano nella nostra scuola e ci raccontavano molte cose del loro lavoro missionario: Congo, Corea, India, Sud America. Fu così che entrai nel noviziato salesiano di Heverlee (Lovanio) nel 1972 e l’8 settembre 1973 feci la mia prima professione religiosa.

Perché ha scelto l’Africa?

Infatti, non ho “scelto” l’Africa all’inizio della mia vita salesiana. Naturalmente, fin dal noviziato, avevo espresso il mio desiderio di essere missionario. A quel tempo, era consuetudine che un giovane salesiano che voleva andare in missione fosse mandato in un luogo dove c’erano già altri missionari dell’ispettoria di origine (Belgio del Nord). Questo è stato fatto per dare al giovane confratello un buon inquadramento e per accompagnarlo nella sua formazione pratica. Solo i confratelli più anziani o i sacerdoti salesiani o i fratelli di voti perpetui potevano andare in altri paesi dell’America o dell’Asia. In breve, per me e per altri giovani confratelli, la destinazione della missione era l’Ispettoria Salesiana dell’Africa Centrale (afc), composta all’epoca da tre paesi: Congo (oggi Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Burundi). Nell’afc c’erano molti confratelli belgi. Dopo il post-noviziato e i miei studi di filosofia, ho avuto la fortuna di poter andare per la prima volta in Africa, in particolare in Burundi. Era il 1975, 100 anni dopo i primi missionari che don Bosco mandò in Patagonia. Ho sempre trovato questo significativo!

Quanti paesi africani ha conosciuto?

Finora, durante 42 anni di presenza “effettiva” in Africa, ho vissuto principalmente in quattro paesi: 2 anni in Burundi, 26 anni in Ruanda, 10 anni in D.R. Congo e 4 anni in Kenya. Se sono stato in altri paesi africani (e in Madagascar), è semplicemente per riunioni regionali o altri servizi. Sono stato in Etiopia, Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria, Camerun, Congo-Brazzaville, Uganda, Tanzania, Angola, Zambia, Mozambico, Sud Africa e Madagascar. Nel 2021, il Rettore Maggiore mi ha chiesto di fare la visita straordinaria alla Vice-Provincia di ate; così, oltre al Camerun, ho avuto l’opportunità di visitare Gabon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale e Togo.

Qual è stato il suo “percorso” salesiano?

Dopo gli studi teologici al cks di Leuven (Belgio), sono stato ordinato il 4 aprile 1981. L’anno seguente ho fatto l’insegnante e l’animatore della Scuola Tecnica Ufficiale di Don Bosco di Kicukiro a Kigali (Rwanda); allo stesso tempo responsabile della Pastorale Interscolastica (tra scuole secondarie) a Kigali. Sono stato in seguito direttore, vice ispettore ed ispettore della nostra Ispettoria per tutti questi anni.

Quali opere ricorda meglio?

Ho ottimi ricordi del mio servizio nell’educazione e nell’evangelizzazione durante gli anni 1981-1991 quando ero alla Scuola Tecnica Don Bosco a Kicukiro, Kigali, Rwanda. È lo stesso per tutti gli anni di servizio nella pastorale giovanile quando ero nella casa che ho appena menzionato, ma anche al Centro Giovanile di Gatenga dove ho potuto organizzare la pastorale giovanile alla “Maison d’Accueil et de Prière” (map) tra il 1991 e il 1994.

Qual è il suo compito attuale?

Nel 2018, il Rettor Maggiore mi ha chiesto di occuparmi della formazione permanente nella Regione dell’Africa e del Madagascar. Con François Dufour (dell’Ispettoria Salesiana dell’afm) abbiamo formato l’equipe del safcam (= Centro Salesiano di Formazione Africa Madagascar). Poiché ci sono pochi confratelli nell’afm, François è tornato nella sua provincia d’origine dopo tre anni di servizio al safcam. Attualmente, sono al mio secondo mandato triennale e sono in attesa di un confratello che sostituisca François. Il safcam assicura la formazione permanente non solo dei confratelli, ma anche dei membri della Famiglia Salesiana e dei collaboratori laici. Quando riceviamo gruppi, possiamo utilizzare le strutture della nostra casa “Don Bosco Youth Educational Services” (dbyes) a Nairobi. Ma siamo anche un’équipe mobile; a volte le Ispettorie Salesiane della Regione ci chiedono di andare ad animare gruppi in loco. Ogni anno diamo un corso di formazione per i nuovi direttori di comunità. Altri temi di formazione, specialmente nel campo della “salesianità”, sono occasionali, come “Il sistema preventivo in contesti africani”, “Educazione all’amore”, “L’oratorio e la missione salesiana”, “La lettera da Roma – 10 maggio 1884”, “Francesco di Sales”, ecc. Spesso ci viene chiesto di animare il “quinquennio” dei confratelli e la preparazione dei confratelli alla professione perpetua. La formazione dei formatori e degli accompagnatori spirituali sono laboratori formativi che stanno diventando sempre più importanti. La situazione della pandemia ha creato la necessità di animare e formare online, e allo stesso tempo siamo stati in grado di avviare il sito web safcam (www.safcam.org). Due volte all’anno pubblichiamo anche la Newsletter Safcam. Come servizio regionale, il safcam è sempre rappresentato nella Commissione Regionale di Formazione (rfc) e nella civam (Conferenza dei Provinciali di Africa e Madagascar).

Come sono i giovani africani?
E quali sono i problemi della Famiglia Salesiana in Africa?

Come in tutto il mondo, anche in Africa i giovani vivono l’entusiasmo della gioventù. Quando siamo vicini a loro, si aprono al dialogo amichevole o fraterno. Il nostro sorriso apre i loro cuori: don Bosco diventa “africano”! E quando parliamo la “loro” lingua, allora siamo ben collegati. Nella mia vita missionaria, ho visto l’importanza di conoscere la cultura e la lingua locale. Certo, i giovani sono anche desiderosi di imparare, di trovare lavoro, di vivere con dignità. In diversi paesi, ho trovato giovani che si impegnano per gli altri. I giovani costituiscono la maggioranza della popolazione in Africa e hanno grandi necessità. In alcune parti del continente, i bambini e i giovani affrontano la violenza, il terrorismo e la guerra. La parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, per esempio, soffre da decenni! Altri sono vittime di fame, povertà, disoccupazione, disordini familiari e altri problemi.

Quali sono i suoi progetti e sogni per il futuro?

Per il momento e nel prossimo futuro, intendo continuare il mio impegno di formazione permanente nella nostra Regione Africa-Madagascar. Naturalmente, altre persone collaboreranno a questa formazione. Naturalmente, verrà il giorno in cui sarò sostitui­to da un altro confratello: è bene e necessario ringiovanire la squadra del safcam. Se piace a Dio, vorrei ancora essere disponibile ad aiutare dove c’è bisogno nella missione salesiana. Avevo scelto di essere missionario “ad gentes” e “ad vitam”. Con la grazia di Dio, voglio continuare a servire i giovani, i confratelli, la Famiglia Salesiana e le persone coinvolte nella stessa missione di don Bosco nella nostra Regione che è in costante crescita.          

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