BS Marzo
2024

IN PRIMA LINEA

ANTONIO R. LABANCA DI MISSIONI DON BOSCO

Incontro con
DON MARCELO FARFÁN
Ispettore salesiano dell’Ecuador

«Noi salesiani siamo conosciuti per il nostro lavoro con i ragazzi di strada e con i popoli indigeni. Restiamo fermi sul nostro carisma educativo per dare istruzione e per affrontare la fatica di vivere senza prospettive di occupazione».

L’allerta sulla situazione in Ecuador è stata lanciata da tempo, ma solamente i fatti recenti l’hanno portata all’attenzione dei media internazionali. E, come accade spesso, cambia il modo di reagire alla violenza manifestatasi a seconda delle analisi che si fanno sulla condizione sociale del Paese.

Don Marcelo Farfán è l’ispettore salesiano dell’Ecuador. Il contatto quotidiano con i giovani negli spazi degli oratori e delle scuole gli consente di comprendere dove risiedano le cause neanche molto remote dei fenomeni oggi alla ribalta della cronaca.

“La situazione è di una grande insicurezza, le scuole sono chiuse e anche molti lavori si stanno svolgendo a distanza. È stato decretato il coprifuoco, dalle 23 alle 5 del mattino. Il governo parla di un conflitto armato interno, una specie di guerra delle bande locali alleate con il narcotraffico internazionale contro le forze dell’ordine dello Stato”.

Ma chi compone le bande armate?

“Sono giovani e giovanissimi non addestrati militarmente. Sono espressione della criminalità organizzata e questo, da un certo punto di vista, è più preoccupante perché compiono azioni molto violente e imprevedibili. In questi giorni, ad esempio, hanno lanciato una bomba in una zona di Quito molto frequentata, e solo per un caso non hanno provocato una strage”.

Gran parte dei componenti delle bande sono senza preparazione all’attività terroristica, e questo si è chiaramente manifestato nell’occupazione degli studi televisivi, con la polizia che è riuscita a immobilizzarli senza incontrare una resistenza efficace. “Sono giovani che non hanno la consapevolezza di quel che fanno né delle conseguenze delle loro azioni” sottolinea don Farfán.

Ma come si creano queste bande?

“Una delle strategie dei narcotrafficanti è di offrire gratuitamente la droga ai ragazzi per creare dipendenza, così questi diventano pronti a fare qualsiasi cosa pur di averne. Il pagamento delle loro prestazioni avviene con denaro e sostanze. In Ecuador non c’era grande consumo di stupefacenti, ma negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale”.

C’è anche una fertilità del terreno sociale per questo fenomeno. “Il problema del traffico commerciale della droga” spiega il salesiano “si deve prendere sul serio, incominciando dall’investimento su scuola e lavoro. Tanti giovani che fanno parte delle bande armate sono caduti nella trappola perché non vedono un altro futuro. Abbiamo bisogno di un vero cambiamento dello Stato, delle politiche dell’istruzione pubblica e dello sviluppo economico”.

Gli Ecuadoriani chiedono l’aiuto internazionale perché la ramificazione del narcotraffico ha dimensioni che superano quelle del Paese. “Ci sono ventidue gruppi distinti, con capi locali, ma questi sono sottoposti ai cartelli della droga di Messico, Colombia e Albania. I vertici dell’organizzazione sono fuori da qui, e negli ultimi anni hanno creato alleanze molto forti sul nostro territorio nazionale”.

Incominciare dai giovani

Relativamente tranquillo fino al decennio scorso, l’Ecuador era considerato solamente una via di passaggio della coca dal Perù, dalla Bolivia e dalla Colombia verso le piazze mondiali dello spaccio. “Dopo la pandemia e anche a causa di questa, abbiamo registrato un impoverimento della popolazione” spiega don Farfán, “il 30% vive in situazione di povertà, il 15% di grave povertà. Il governo ha diminuito il finanziamento per l’istruzione e anche quello per il contrasto al traffico di droga”.

Da qui una desolata denuncia: “Il nostro Paese dal 2020 è diventato per i cartelli centroamericani una specie di paradiso per operare senza la pressione delle polizie specializzate che operano negli altri. L’Ecuador è diventato centro di smistamento. La malavita è entrata negli apparati statali, nella magistratura, nella polizia, nella classe politica”.

Una compenetrazione fra società sana e società malata avviene anche nella vita quotidiana. Il nostro interlocutore spiega che anche i giovani degli oratori e delle scuole si trovano a fianco a fianco dei figli e dei nipoti dei narcotrafficanti e dei giovani apprendisti del settore. “Fatti di estorsione sono molto presenti: il nostro collegio della città di Esmeralda ha visto allontanarsi 80 ragazzi perché le loro famiglie erano sotto minaccia. Nella stessa città come a Guayaquil, nei quartieri molto poveri si pratica una violenza ordinaria che interessa le bande contrapposte, ma coinvolge inevitabilmente l’intera popolazione”.

Rimane – anche in queste situazioni – il dovere di resistere: “Quel che vogliamo fare è offrire uno spazio di speranza per chi non ha opportunità. Noi salesiani siamo conosciuti per il nostro lavoro con i ragazzi di strada e con i popoli indigeni. Restiamo fermi sul nostro carisma educativo per dare istruzione e per affrontare la fatica di vivere senza prospettive di occupazione. Grazie a Dio la nostra comunità non incontra ostacoli in questo compito, e non abbiamo registrato nessun attacco ai confratelli. Siamo rispettati, ma non sappiamo come le cose potranno evolvere”.  

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