BS Luglio/Agosto
2024

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

Il tempo dello STUPORE

Possiamo trasformare i giorni di pausa e di vacanza nei giorni dell’incanto e della riscoperta della meraviglia della Creazione.

Don Bosco cercava di sviluppare nei suoi ragazzi il sentimento del bello, del naturale, dell’estetico e lo faceva con poetici ritratti della natura. Raccontava ai suoi ragazzi che, quando saliva in camera a notte tarda, dopo un’intensa giornata di lavoro: “Giunto sul balcone mi fermava a contemplare gli spazi interminabili del firmamento, mi orizzontava coll’Orsa Maggiore, fissava lo sguardo nella luna, poi nei pianeti, poi nelle stelle; pensava, contemplava la bellezza, la grandezza, la moltitudine degli astri, la lontananza sterminata fra di loro, la distanza da me; e inoltrandomi in questi pensieri, saliva fino alle nebulose e al di là ancora…tanto ne era preso che mi venivano le vertigini. L’universo mi appariva un’opera così grande, così divina…che non poteva reggere a quello spettacolo” e mio unico scampo era di correre presto nella mia camera…».

Tutti i giovani a questo punto stavano sorpresi, ritenendo il respiro, aspettando che cosa avrebbe detto ancora don Bosco; ed egli, fatta breve pausa, ripigliava: «… e correva a cacciarmi sotto le lenzuola» (Memorie Biografiche, IV, 202).

Sole, luna e stelle

È un’esperienza intensa sentire che noi esseri umani siamo un filo nel tessuto della natura e del cosmo, inseriti nel ritmo di una vita che determina fisicamente la nostra esistenza. Il sole, la luna e le stelle non sono semplici astri nel firmamento. Da tempi immemorabili gli esseri umani vi hanno visto un simbolo della loro esistenza.

«Spesso, la sera, in giardino, mio padre spiegava a noi bambini le stelle. Nelle sue parole sentivo la sua meraviglia per la bellezza delle stelle e per la grandezza dell’universo. Non riuscivo a ricordarmi le singole costellazioni. Ma, ancora oggi, quando alzo lo sguardo al cielo notturno stellato, sono affascinato da quello che vedo. Grazie all’astronomia so quanto le stelle siano lontanissime dalla Terra e che possiamo vederne soltanto una piccola parte. Tanto maggiore è la mia reverenza di fronte al cielo stellato. Mi immagino quanto sia piccola la nostra Terra in confronto alle innumerevoli stelle che riusciamo a vedere e al numero ancora più grande di stelle che ci restano invisibili. Allora non sono colpito soltanto dalla bellezza, ma anche dalla grandezza del creato. E mi fermo. Allo stesso tempo lo sguardo rivolto al cielo stellato mi lega alle molte persone che so che adesso, nel loro Paese, molto distanti da me, stanno osservando lo stesso cielo. Non è soltanto il sole a sorgere sopra tutti gli uomini, anche la luna ci lega gli uni agli altri, proprio come le stelle e le diverse costellazioni» (Anselm Grun).

Ogni giorno la Chiesa canta l’aurora con immagini che interpretano il mistero della risurrezione. Cristo scaccia ogni tenebra dal nostro cuore. Egli risorge vittorioso sulla morte. La luce ha vinto le tenebre. La vita e l’amore sono più forti della morte. Vediamo il sole come immagine del tepore e dell’amore. Se, in autunno o in primavera, ci mettiamo al sole, possiamo immaginare come l’amore di Dio pervada il nostro corpo, come ci sentiamo totalmente amati. In estate non solo ci ripariamo dal sole cocente, ma ci godiamo anche il sole che dona la sua bellezza al paesaggio.

Anche le stelle del firmamento hanno sempre affascinato l’uomo. Lo sguardo verso il cielo notturno ci fa sentire la vastità del cosmo e intuire la grandezza di Dio, che ha creato tutto questo. Il numero inconcepibile delle stelle risveglia in noi l’anelito dell’infinito.

Ammirate il cielo stellato, guardate con stupore la grandezza di Dio che – ci dice la Genesi – ha adornato di stelle la volta celeste in modo così meraviglioso. Lo stupore non è soltanto l’inizio della riflessione e della filosofia. È anche una via di devozione e una via verso Dio.

La certezza

Anche gli scienziati attuali, tra i quali molti premi Nobel, ammettono che è impossibile guardare il cosmo senza pensare a Dio. Carlo Rubbia, professore di fisica all’Università di Harvard e premio Nobel per la fisica nel 1984, dice chiaramente: «Parlare di origine del mondo induce inevitabilmente a pensare alla creazione e, guardando la natura, si scopre che esiste un ordine troppo preciso che non può essere il risultato di un “caso”, di un equilibrio tra “forze” come noi fisici continuiamo a sostenere. Credo che per noi sia più facile mettere in evidenza l’esistenza di un ordine prestabilito nelle cose. Noi arriviamo a Dio percorrendo la strada della ragione».

Camminando nella natura

“Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (Salmo 8).

«Contemplando l’immensità dell’universo, la straordinaria bellezza della natura, la sua potenza, sono risalita spontaneamente al Creatore del tutto e ho avuto come una nuova comprensione dell’immensità di Dio. L’impressione è stata così forte e così nuova che mi sarei gettata subito in ginocchio ad adorare, a lodare, a glorificare Dio. Ho sentito un bisogno di far ciò, come se questa fosse la mia attuale vocazione.

E, quasi mi si aprissero ora gli occhi, ho compreso come non mai prima, chi è colui che abbiamo scelto come ideale, o meglio colui che ha scelto noi. L’ho visto così grande, così grande, così grande che mi sembrava impossibile avesse pensato a noi. E questa impressione della sua immensità mi è rimasta in cuore per alcuni giorni. Ora il pregare così: “Sia santificato il tuo nome” o “Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo” è un’altra cosa per me: è una necessità del cuore. Contemplare magari una distesa di mare senza fine, una catena di monti altissimi, un ghiacciaio imponente o una volta del cielo punteggiata di stelle… Che maestosità! Che immensità! E, attraverso lo splendore abbagliante della natura, risalire a colui che ne è l’autore: Dio, il Re dell’universo, il Signore delle galassie, l’Infinito. Egli è presente dovunque: è sotto lo scintillio d’un ruscello, nello schiudersi d’un fiore, in un’alba chiara, in un rosso tramonto, su una vetta nevosa…» (Chiara Lubich).

«Se, quindi, guardo più a fondo, anche in un fiore vedo qualcosa di più di un fiore. I fiori diventano metafore: simbolo di morte e di risurrezione, di amore e di gioia. Posso riconoscere tutto questo, se osservo un fiore abbastanza a lungo» (Anselm Grun).       

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