LA LINEA D'OMBRA
ALESSANDRA MASTRODONATO
Il sogno mancato della città
Ha perso la città, ha perso un sogno, / abbiamo perso il fiato per parlarci. / Ha perso la città, ha perso la comunità, / abbiamo perso la voglia di aiutarci…
In ogni tempo e in ogni civiltà, lo spazio politico e sociale della città ha rappresentato per antonomasia un luogo privilegiato di scambio e di aggregazione, il cuore pulsante della vita associata, il laboratorio in cui sperimentare forme inedite di protagonismo civile e l’utopia di un’identità condivisa e plurale. Nell’immaginario collettivo di intere generazioni di giovani – e non solo – la città è sempre stata sinonimo di cambiamento e di emancipazione sociale: l’orizzonte sognato in cui poter uscire dal proprio isolamento e dove poter trovare migliori condizioni di esistenza, tanto a livello materiale quanto sul piano relazionale e culturale. Non a caso, in tanta parte della letteratura e della cinematografia più o meno recenti l’esperienza “formativa” del trasferimento nella grande città coincide con la conquista di una maggiore consapevolezza di sé e di un ruolo significativo all’interno della società, con l’appropriazione di uno “spazio di senso” al di fuori del proprio individualismo. In altre parole, con la costruzione della propria adultità.
Ma nella presente fase storica, segnata da un sempre più marcato sfilacciamento dei rapporti di solidarietà orizzontale e di buon vicinato e da una certa rarefazione della socialità a tutti i livelli, la dimensione utopica della città si traduce spesso in un “sogno mancato”. Lungi dal configurarsi come incubatrici di comunità, le nostre città assumono spesso i tratti di templi della frenesia e dell’anonimato, in cui i ritmi di vita sono scanditi dal consumismo e dall’omologazione. Un paesaggio antropico fatto di luci elettriche e cemento, di “alveari umani” e centri commerciali aperti a tutte le ore del giorno e della notte, di strade trafficate e freddi grattacieli, in cui non c’è più posto per i mestieri antichi, per i piccoli negozi di quartiere, per relazioni autentiche e solidali. E in questi “non luoghi” spesso privi di una propria identità distintiva, i giovani faticano a trovare il proprio “posto nel mondo” e ad individuare punti di riferimento sensati, limitandosi il più delle volte ad attraversare distrattamente lo spazio urbano, senza riuscire a radicarsi compiutamente nel tessuto connettivo della città.
Eppure, a dispetto di una società che fa dell’individualismo il proprio principio ispiratore e che ci sollecita a ripiegarci egoisticamente nella sfera del privato disinteressandoci di tutto ciò che avviene “al di fuori del nostro giardino”, mai come oggi i giovani adulti appaiono affamati di comunità! Mai come oggi avvertiamo il desiderio di recuperare una dimensione di socialità che si nutra della condivisione di idee, progetti, speranze e difficoltà. Mai come oggi sperimentiamo il bisogno di “mettere radici” in un luogo che ci sentiamo in diritto di chiamare “casa”, al quale “appartenere”, in cui trovare accoglienza e identità, pur senza dover rinunciare all’apertura costruttiva verso la dimensione più ampia e sfaccettata del globale, in un equilibrio dinamico tra localismo e universalismo.
Certo, siamo consapevoli di quanto il valore della cittadinanza possa essere esigente e difficile da esercitare: esso richiede impegno vigile e responsabilità, capacità costante di discernimento critico degli eventi politici e dei fenomeni sociali, disponibilità a farsi carico anche delle povertà e delle ingiustizie che emergono dalla compagine sociale, per farsi promotori di iniziative di “cura” a beneficio dello spazio urbano e dell’intera collettività. Ma solo scommettendo sulla logica virtuosa dell’essere con e dell’essere per possiamo sperare di restituire alle nostre città un’autentica qualità di vita e una preziosa funzione di “generatività sociale”, nella consapevolezza che una comunità non la si trova preconfezionata in qualche negozio, ma la si costruisce pazientemente tutti insieme dando, ognuno nel proprio piccolo, un contributo significativo per edificare una società più umana e “all’altezza dei nostri sogni”.
Hanno vinto le corsie preferenziali,
hanno vinto le metropolitane,
hanno vinto le rotonde e i ponti a quadrifoglio
alle uscite autostradali.
Hanno vinto i parcheggi in doppia fila,
quelli multipiano vicino agli aeroporti,
le tangenziali alle otto di mattina
e i centri commerciali nel fine settimana.
Hanno vinto le corporazioni infiltrate
nei consigli comunali,
i loschi affari dei palazzinari,
gli alveari umani e le case popolari.
Hanno vinto i pendolari…
Ma ha perso la città, ha perso un sogno,
abbiamo perso il fiato per parlarci.
Ha perso la città, ha perso la comunità,
abbiamo perso la voglia di aiutarci…
Hanno vinto le catene dei negozi,
le insegne luminose sui tetti dei palazzi,
le luci lampeggianti dei semafori di notte,
i bar che aprono alle sette.
Hanno vinto i ristoranti giapponesi,
i locali modaioli frequentati solamente
da bellezze tutte uguali,
le montagne d’immondizia, gli orizzonti verticali,
le giornate a targhe alterne e le polveri sottili.
Hanno vinto le filiali delle banche,
hanno perso i calzolai…
E ha perso la città, ha perso un sogno,
abbiamo perso il fiato per parlarci.
Ha perso la città, ha perso la comunità,
abbiamo perso la voglia di aiutarci…
(Niccolò Fabi, Ha perso la città, 2016)

















