BS Aprile
2024

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Il SOGNO dei NOVE ANNI

Una storia da interpretare (segue dal numero precedente)

Tenuto presente quanto detto il mese scorso, si impone ora la necessità di individuare come leggere il sogno, quali siano i criteri di lettura. Siamo fortunati, perché ci sono offerti da alcuni fattori storico-linguistici in esso contenuti.

Quattro criteri di lettura

Dalle modalità con cui don Bosco è solito utilizzare le testimonianze scritte è facile pensare come anche nella narrazione di questo sogno avuto 50 anni prima abbia proiettato esperienze successive. 

In questo caso particolare poi ci soccorre anche una certa terminologia relativa ai luoghi e tempi in cui avvengono tali sogni. Il “cortile assai spazioso” del sogno del 1824, “la stupenda ed alta chiesa, un’orchestra, una musica istrumentale e vocale” del sogno del 1844 fanno facilmente pensare al futuro spazio ricreativo di Valdocco e al grande tempio dell’Ausiliatrice, inaugurato pochi anni prima che don Bosco si mettesse a redigere le Memorie dell’Oratorio.

Lo stesso si dica ad esempio per il campo di azione pastorale: “Mi ordinò di mettermi a capo di quei fanciulli”. Come non vedere che per tutta la vita don Bosco è stato a capo di fanciulli: quando organizzava “una specie di oratorio festivo” ai Becchi e benché piccolo di età e statura esercitava un fascino incredibile sui coetanei; quando studente a Chieri fondava “la società dell’allegria”; quando da seminarista concepiva il suo sacerdozio in funzione dei giovani; quando avviato da don Cafasso all’apostolato fra i carcerati la sua attenzione spontaneamente si polarizzò sui giovani raccolti in quel luogo di pena; quando al momento della scelta del servizio sacerdotale alla conclusione degli studi nel 1844 al Cafasso confessava senza esitazione “di volersi occupare della gioventù bisognosa”.

Dunque in quella “moltitudine di fanciulli, che si trastullavano… ridevano… giuocavano… non pochi bestemmiavano” e che avrebbe dovuto guadagnare “non con le percosse” ma “colla mansuetudine e colla carità”, don Bosco vedeva i carcerati della Generala, la massa di ragazzi poveri, orfani ed immigrati che girovagavano per Torino in cerca di lavoro, i giovani che aveva raccolto a Valdocco.

Così pure fra i “quattro quinti di quegli animali… diventati agnelli”, che “cangiavansi in pastorelli, che crescendo prendevano cura degli altri” e che “si divisero e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili” (sogno del 1841) come non vedere decisamente adombrati i suoi primi ragazzi di Valdocco diventati vari salesiani: don Rua, don Cagliero, don Francesia, don Bonetti, don Ruffino ecc.?

Da quello che si conosce di altri “sogni” raccontati e giunti fino a noi non si può dare per scontato che don Bosco abbia fedelmente scritto quello che poté essere il suo sogno e tanto meno che dietro ciascun particolare del sogno ci sia stata effettivamente un’esperienza onirica identica. Eventi e immaginazioni successive necessariamente ricoprirono, razionalizzarono, arricchirono le scene sognate. Pertanto più che fedeltà all’esperienza onirica avuta si può pensare alla fedeltà in ordine ad una narrazione che riteneva utile fare per i giovani salesiani cui era destinato e riservato il sogno: vale a dire trasmettere determinati insegnamenti spirituali e pedagogici. Insomma un racconto funzionale ad un preciso obiettivo: tramandare un carisma, evidenziare che la Congregazione salesiana era opera di Dio. Lo aveva espresso lui stesso all’inizio del racconto: “Servirà di norma a superare le difficoltà future, prendendo lezione dal passato; “servirà a far conoscere come Dio abbia egli stesso guidato ogni cosa in ogni tempo”.

Dalla propensione di don Bosco a non ricorrere ad astrazioni, ma a concretizzare concetti, a giocare sul significato delle parole, a suggerire, evocare, offrire suggestioni ai suoi ascoltatori o lettori, ciò che in tutto il sogno ha più valore sembra essere il messaggio che don Bosco fa intendere di aver percepito nel sogno. Si dà il caso infatti che don Bosco, ormai abituato ad assistere a spettacolini teatrali al suo oratorio – qualcuno inventato da lui stesso – sia riuscito a redigere il suo sogno come fosse un copione di teatro, tanto risulta ricco di molti elementi scenici richiesti da tale arte. Scambi di battute tra i personaggi e determinate situazioni o movimenti di scena trasmettono allo spettatore-lettore messaggi educativi e morali più facilmente che non dimostrazioni e discussioni teoriche. Di conseguenza ciò che è importante è individuare ancora il nocciolo del sogno; il resto, i contorni di quella esperienza, i singoli particolari, gli arricchimenti successivi di don Bosco possono leggersi in modo più allusivo, creativo.

Infine una notazione particolare. Ebbe la vita tracciata da un sogno: è un’espressione che si legge, tradotta in varie lingue, in libri, fascicoli, spettacoli teatrali, fiction televisive, pagine web, video oratoriani. L’espressione non può essere accettabile nel senso che don Bosco ebbe per tutta la vita, spianata davanti a sé, una strada semplicemente da percorrere per giungere alla meta finale. La sua fu piuttosto una corsa ad ostacoli che superò a prezzo di sacrifici, lavoro, sofferenze, incertezze, notti in bianco; ha dovuto fare delle sofferte scelte nella sua vita, dire cioè tanti sì e altrettanti no.

Rimanere contadino o studiare? Farsi francescano o entrare in seminario? Approfondire gli studi teologici o limitarsi a quelli del seminario? Prete in cura di anime oppure precettore di giovani ricchi? Religioso in una congregazione o missionario fra gli infedeli? Cappellano stipendiato delle Opere Barolo o educatore e parroco squattrinato di ragazzi della strada? Per non dire della facile tentazione di abbandonare l’opera avviata, visti i pericolosissimi momenti politici dell’epoca (il famoso “quarantotto”), le ostilità in ambito ecclesiale locale e pontificio, il costante rischio di bancarotta, le immancabili delusioni educative e vocazionali, i problemi politico-istituzionali con mons. Cagliero in Patagonia…

Dunque i sentieri della sua chiamata a fondare e lanciare la Congregazione salesiana furono ben più complessi e contorti di quanto potrebbe lasciare immaginare il sogno dei nove anni.

In sintesi

La lettura della vita di don Bosco a partire dal sogno dei 9 anni si può fare, perché il sogno esistette, ci è stato raccontato con tanti particolari anche posteriori da lui stesso, ma in esso non c’è tutto: mancano molte altre tessere del mosaico della sua vita, come gli accadimenti dell’epoca, le situazioni in cui si è venuto a trovare, le persone coinvolte nella sua vita, i “successi” e le “criticità” delle sue operazioni… Se il dato teologico e pedagogico viene trasformato in criterio carismatico totalizzante, incombe il rischio di ridimensionare notevolmente il dato storico, che invece ha giocato un imprescindibile ruolo nella vicenda umana e spirituale di don Bosco. Il sogno, se ben interpretato, può dunque essere fonte di legittimità carismatica per i membri della Famiglia Salesiana; ma la storia di don Bosco resta un’altra cosa.

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