BS Settembre
2023

SALESIANI

EZIO MARINONI

Il Salesiano che ha dato il nome ad una città
Don Alessandro Stefenelli

Studioso poliedrico e appassionato, osservatore attento e abile costruttore, botanico, agronomo, meteorologo, ha messo nozioni scientifiche e tecniche a servizio dell’utilità pubblica, ideando e costruendo un sistema idrico che permettesse di controllare e drenare i flussi stagionali del Rio Negro. Trasformò una terra aspra e povera in una vallata ricca e fertile.

Nasce

Fondo, un piccolo paese del Trentino, il 15 dicembre 1864. Alessandro Stefenelli nasce in un ambiente agiato, figlio di un medico e di una nobildonna; la generosità e l’altruismo sono nei geni di famiglia, come recita la lapide del papà, nel cimitero del paese: “A De Stefenelli Dottor Enrico che solerte per anni XXV prestò l’opera sua in patria a medicare gli infermi morto di anni cinquanta il 13 aprile 1875. La comunità riconoscente pose”. Da questa epigrafe apprendiamo della morte precoce del genitore e del predicato nobiliare nel cognome, omesso poi dal religioso.

Quando ha sei anni, Alessandro sente leggere dal papà una notizia su «un certo prete torinese che si chiamava don Bosco che a Torino aveva fondato parecchi oratori e come si occupasse della gioventù che numerosissima correva a lui attratta dalla sua paterna e soave figura di sacerdote. Questa notizia rimase fortemente scolpita nella mia memoria».

Tecnica, scienza e missioni

Mancato il papà, è lo zio, don Guidobaldo de Stefenelli, direttore spirituale del seminario di Trento a occuparsi della sua educazione. Ha imparato a leggere e scrivere da una maestra privata, solo dal 1875 frequenta la “scuola popolare”, in coincidenza con la perdita del genitore. Si immagina ingegnere o missionario, ma la vita e gli incontri lo porteranno a scegliere: l’incontro rivelatore a Mezzolombardo con don Decarli, cooperatore salesiano (che lo indirizza all’Oratorio di don Bosco a Torino) e gli incontri a Valdocco con don Bosco stesso, durante gli studi.

Il 14 ottobre 1879 la partenza dalla stazione di San Michele segna una cesura con la famiglia e l’inizio di una nuova vita; il giorno dopo avviene il primo incontro con don Bosco, che si compiace perché «adesso cominciano a venire anche da Trento». Di lì a poco, infatti, arriverà anche Alessandro Garbari. Un appunto nei quaderni autografi («Garbari morì qualche anno fa fra i lebbrosi di Colombia») ci aiuta a capire il tempo della loro stesura.

Alessandro riceve il primo abito talare da don Bosco, poi è novizio a San Benigno Canavese (TO), dove ha per maestro don Giulio Barberis, autore del Vademecum dei giovani salesiani. La salute del novizio è cagionevole, ma grazie a un carrettiere può curarsi con l’acqua solforosa della fonte di San Genesio.

Il 7 ottobre 1882 Alessandro Stefenelli emette i voti perpetui a San Benigno Canavese. Per completare gli studi e ritardare la visita militare (fino alla stipula dei Patti Lateranensi, i religiosi prestavano il servizio militare di leva), invia una supplica a Sua Maestà l’imperatore Francesco Giuseppe, tramite il distretto militare di Cles; l’ipotesi non è contemplata, la supplica viene respinta e lui risulterà per sempre renitente.

Un’altra esperienza che lo segnerà è l’incontro con padre Denza, del quale è allievo a Moncalieri; lo accompagna più volte all’osservatorio astronomico collocato a sinistra dell’entrata principale dell’Esposizione Universale di Torino. La sua naturale inclinazione, in questo contesto si perfeziona e lo farà diventare un uomo di tecnica e di scienza.

Don Stefenelli respira il clima delle prime missioni salesiane verso il Sud America, iniziate con don Cagliero e nove missionari. Quando padre Denza prega don Bosco di fondare in Patagonia una rete di osservatori meteorologici, il Santo pensa a don Stefenelli. Nel 1885 è destinato alle missioni, con la IX Spedizione salesiana. Il viaggio verso il Sud America è lungo: Sampierdarena, Alassio, Nizza (dove assiste alle esequie del vescovo, monsignor Postel). L’imbarco a Marsiglia, il 14 febbraio, sul battello “La Bourgogne”, lo porta a Montevideo il 13 marzo successivo, dove lo riceve l’ispettore, don Costamagna. Quando arriva in Argentina, la prima tappa è al Collegio Pio IX nel Barrio Almagro (Buenos Aires), il cui Prefetto è don Valentino Cassini, per iniziare ad apprendere la lingua spagnola. Il 3 giugno parte per Patagones, con il chierico Dallera, accompagnati da monsignor Fagnano.

Partecipa alla costruzione del primo osservatorio meteorologico, dal quale effettua osservazioni e misurazioni, che trasmette a padre Denza. La passione per la fotografia lo porta a riprendere la flora e la fauna locali, con una macchina fotografica Alpina fornita dalla Ditta Bardelli di Torino, con una cassa di lastre al bromuro Monkowen.

Accompagna quasi subito don Pestarino a Roca, poi è a Pringles, con don Remotti, nel giugno 1886. Sono le prove generali per il suo apostolato in terra di missione.

Un fantastico sistema idrico

Nel 1888 conosce i nativi Araucani. Sono certamente persone da catechizzare, adulti e bambini, ma con spirito cristiano e di tolleranza, ai quali fa catechismo in araucano; fra di loro, scopre una religione dualistica che prevede un Dio buono in cielo e uno spirito malefico sotto la terra (Gualicho).

Il passo successivo è un incarico delicato, propostogli il 10 giugno 1889, a Patagones, dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale da monsignor Cagliero: «Ti sentiresti di andare a fare una missione a Roca?». Inizia così una nuova avventura e, con una marcia di circa 75 km al giorno, don Stefenelli compie un nuovo lungo viaggio: Pringles, Conesa Nord, Chympay, Chilforò, Chichinales, Santa Flora, Roca. Nella nuova località, riceve un locale in disuso dalla Società Spagnola (una stanza di m 6×10) e costruisce in economia i primi banchi. Poi ottiene una capanna, sopra cui innalza la prima croce e dà vita alla prima scuola. Su due lotti di m 50×50, con l’aiuto dell’esercito, costruisce un salone per i bambini abbandonati, e un altro per le bambine e le Figlie di Maria Ausiliatrice.

Tra le fine del 1894 e l’inizio del 1895 sorge una nuova opera, che lui definisce «Umile principio della Scuola di Agricoltura». In un viaggio a Bahìa Blanca, nella colonia Tornquist, trova la disponibilità della famiglia lombarda di Carlo Sada, che inizia a dissodare il terreno, per il quale «era necessario aver acqua per irrigare». Scavato un pozzo, si possono coltivare sei ettari, «con verdura, un bel carciofeto, qualche pianta da frutto e vigna».

Il 25 maggio 1895 presenta un’ampia memoria al Ministro della Pubblica Istruzione per chiedere l’attenzione governativa sulla neonata scuola. Ottiene 400 pesetas mensili che, con altre donazioni, permettono l’acquisto di un motore a vapore da una fabbrica di tessuti, una macchina di m 6×3, con 14 HP e una centrifuga di 14 pollici, per l’irrigazione dei terreni.

La svolta è rappresentata dal viaggio di don Stefenelli a Buenos Aires, a presentare un nuovo progetto a Julio Argentino Roca, nel frattempo eletto Presidente della Repubblica per la seconda volta, per scavare un canale di irrigazione con relative prese d’acqua, che realizza nel 1890 e desta ammirazione per la grandiosità dell’opera. L’area diventa ricca e fertile, grazie alle sue intuizioni e conoscenze: ha creato dal nulla un sistema idrico (fatto di chiuse, canali e condotti) che permette di controllare e drenare i flussi stagionali del Rio Negro. Il suo progetto è nato dall’osservazione delle condizioni di vita dei coloni, quasi al limite della sussistenza, in una terra soggetta alla stagionalità e ai capricci di un fiume impetuoso.

Su proposta del generale Godoy è nominato cappellano militare delle truppe di stanza, con decorrenza dal 1889.

La sua opera scolastica diventa il Collegio San Michele, per il quale egli stesso accende le prime fornaci di mattoni, con una dedicazione «contra nequitias et insidias diaboli» (forse ispirato dalla spiritualità araucana).

È bene ricordare che la scuola ospita anche ragazzi deboli, denutriti, malaticci. La sua visione della missione, in stretta relazione con le condizioni della popolazione locale, gli ha fatto aprire la prima scuola agraria della regione, che offre ai ragazzi un convitto, senza discriminazione di origine tra europei e indigeni; donare un pasto e un luogo dove dormire offre la possibilità di ricevere istruzione anche per i ragazzi provenienti dai ceti più bassi. È duplice la visione antesignana di don Stefenelli: dare cultura e lavoro ai giovani poveri e non separare per classe o provenienza etnica gli allievi.

Il 30 e 31 maggio 1899 arriva il diluvio. Il Rio Negro spazza via villaggi e seminativi; don Stefenelli raccoglie i suoi ragazzi e si rifugia sulle colline intorno. La notte del 18 luglio, la campana della chiesa precipita. «I nostri cuori piangevano lagrime di sangue», scrive il missionario trentino. Con fatica, dedizione e nuovi aiuti, tutto verrà ricostruito.

Amaro ritorno

Alle soglie del nuovo secolo, si concludono gli appunti di padre Stefenelli. Forse perché il clima politico è cambiato. Alla fine del 1912 un Decreto annulla quello del 3 maggio 1902 con le concessioni a don Stefenelli e, l’anno dopo, il governo argentino espropria 200 ettari alla sua opera. Le terre libere erano ancora sconfinate, perché accanirsi contro di lui? Amarezza e sconforto lo portano a richiedere il rientro in Italia, che gli viene accordato.

Nel 1919 è inviato a Roma, dove fonda una Scuola Agraria al Mandrione, per orfani di guerra. Anche qui, realizza un pozzo e opere irrigue all’avanguardia, che ne faranno la scuola modello fra quelle salesiane fino al secondo dopoguerra. Torna, infine, alle sue montagne. Dal 1927 al 1929 è Prefetto a Rovereto, infine nella casa salesiana di Trento, dove si spegnerà il 16 agosto 1952.

Ha lasciato segni profondi in Argentina: la sua scuola agraria esiste ancora, il comprensorio è divenuto un quartiere di General Roca intitolato a lui, con la sua stazione ferroviaria. In Italia, il suo paese natale, Fondo, gli ha intitolato la scuola elementare.

Nell’umiltà delle sue parole si rispecchia l’operato di una vita: se qualcuno ne tesseva le lodi, egli attribuiva tutto ciò a quella che considerava la sua unica gloria, essere stato salesiano e missionario (incurante di essere diventato Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia il 28 maggio 1942!).

Il 6 marzo 2017 il Collegio San Michele da lui fondato è diventato Patrimonio Nazionale dell’Argentina. «La scuola San Miguel è molto più di un vecchio edificio, è un monumento che racconta la storia viva della fatica, del coraggio e della perseveranza di coloro che hanno scommesso sull’educazione e sulla conoscenza come mezzo per raggiungere il progresso e la promozione delle persone, affrontando tutte le avversità che la Patagonia imponeva loro a quei tempi», ha dichiarato la deputata Maria Emilia Soria. A lei si deve l’iniziativa, a ricordo di un missionario che ha aperto la Scuola Agraria Sperimentale per fornire educazione agli orfani, agli indigeni e ai migranti, e ha formato quelli che sarebbero divenuti gli agrotecnici della regione. Il suo ricordo non è mai sbiadito nell’immaginario popolare locale, tanto che già nel 1933 la stazione precedentemente denominata “General Roca” viene ribattezzata con il nome di “Stazione Stefenelli”; anche altre istituzioni (come la stazione meteorologica, case per ritiri, ong, canali di irrigazione e altro) hanno acquisito il nome del sacerdote trentino, in segno di eterna gratitudine nei suoi confronti.       

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