I FIORETTI DI DON BOSCO

B.F.

Il Natale del 1842

Sibilava un vento gelido nelle strade di Torino nel dicembre del 1842. Don Bosco non lo sapeva, ma stava nascendo il suo Oratorio. Era studente al Convitto, in una via nobile del centro città, ma ormai il suo cuore era tutto dedito ai ragazzi carcerati, poveri e sbandati che riusciva a radunare tutte le volte che poteva.

Don Bosco cercava ogni mezzo per rendere più amene che poteva le radunanze domenicali.

Egli sapeva suonare discretamente l’organo ed il pianoforte. 

Avvicinandosi pertanto la festa del Santo Natale, volle preparare una canzoncina in lode di Gesù Bambino. La poesia fu composta e scritta sul davanzale di un coretto della Chiesa di S. Francesco. Esso stesso la mise in musica. Ecco i versi:

Ah! si canti in suon di giubilo,

Ah! si canti in suon d’amor.

O fedeli, è nato il tenero

Nostro Dio Salvator.

Oh come accesa splende ogni stella

La luna mostrasi lucente e bella

E delle tenebre squarciasi il vel.

Schiere serafiche, che il ciel disserra

Gridan con giubilo: sia pace in terra!

Altre rispondono: sia gloria in ciel!

La musica non era secondo le regole del contrappunto, ma riusciva così affettuosa da strappare le lacrime. La fatica più dura era farla imparare a quei ragazzetti, privi di ogni istruzione e ignari di canto corale e di gentilezza con la melodia. Nonostante le pazienti indicazioni che don Bosco dava loro, stavano letteralmente maltrattando le note della composizione. E non finisce qui. Il luogo delle prove non era nemmeno una chiesa. Stavano cantando e provando mentre passeggiavano per le vie del centro di Torino.

I passanti guardavano stupiti quel sacerdote che, tra risate e burle, ripeteva il ritornello: “Ah! si canti in suon d’amor. O fedeli, è nato il tenero Nostro Dio Salvator”.

La solita perseveranza di don Bosco superò ogni ostacolo.

E arrivò il giorno di Natale. Con tutto il suo coraggio e la sua faccia tosta, don Bosco portò i suoi ragazzi nella chiesa della Consolata, la chiesa più importante che in quel momento c’era a Torino.

Li fece salire piano piano sul coro e qui successe una cosa del tutto inaspettata. Quei ragazzi, dopo aver spolverato con attenzione le proprie giacche sgualcite, con in mano i loro cappelli da manovali, stavano cercando di mantenere calmi i nervi e dall’alto guardavano con un po’ di apprensione la chiesa affollata di gente manierosa ed elegante. Don Bosco sedeva all’organo. Finita la comunione, guardò i ragazzi, fece un piccolo sorriso di complicità, alzò le braccia e iniziò ad appoggiare le dita sui tasti dell’organo.

I ragazzi iniziarono quindi a cantare. Temendo il peggio, don Bosco chiuse gli occhi. Sbagliava. Le voci di quei ragazzi s’innalzarono chiare e sicure e si potevano capire tutte quante le parole.

I Torinesi, non assuefatti allora ad udire in orchestra le voci bianche dei fanciulli ne furono entusiasmati, poiché solo i maestri, colle loro voci robuste e talvolta poco simpatiche, a quei tempi cantavano nelle funzioni di Chiesa.

I fedeli che assistevano alla messa si voltarono, stupiti, verso il coro. E negli occhi di alcuni di loro fiorirono le lacrime. Quei ragazzi, con le loro voci, avevano fatto qualcosa di più di un semplice canto di Natale.         

LA STORIA

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