SALESIANI
Romano Modugno Gugliotta
Il mitico PADRE PEPPE
Intervista a don Giuseppe Leo, da 44 anni missionario in Centro America.
«Ad un missionario consiglierei di partire senza grosse valigie, libero di equipaggio, considerando che l’ufficio personale del missionario deve essere il cortile.»
Sono nato a Villa Santo Stefano (FR) il 05/03/1949. In famiglia eravamo cinque, una sorella più grande ed un fratello più piccolo.
Come sei arrivato alla vocazione?
Da bambino. La domenica ogni tanto venivano in paese i Missionari Passionisti provenienti dall’Abbazia di Ceccano. Uno di questi era missionario in Brasile. Avevo le idee chiare sul mio futuro, volevo fare il prete.
Un giorno di agosto, era l’anno 1961, passò un ragazzo del paese vestito da prete, tirocinante salesiano. Gli espressi i miei desideri, si fece carico di aiutarmi ed il 24 settembre di quell’anno fui accettato all’aspirantato salesiano. Avevo 12 anni, iniziava così il mio percorso vocazionale. Feci i miei studi tra Gaeta, Lanuvio e Genzano, fino al diploma di liceo classico. A seguire 3 anni di tirocinio, primo anno a Villa Sora a Frascati, secondo anno ad Arborea in Sardegna, terzo anno tornai a Roma, al Pio XI. Proseguii gli studi teologici per tre anni a Roma, il primo al Sacro Cuore, il secondo a Santa Maria Liberatrice a Testaccio e alla fine a Santa Maria della Speranza, la parrocchia dell’università salesiana. Avevo 28 anni.
L’anno seguente ci fu la mia ordinazione sacerdotale a Villa S. Stefano, il mio paese natale.
E quando nasce la vocazione missionaria?
Era nata sin da piccolo, ma la tenevo per me. Appena ordinato sacerdote andai subito dal Rettor Maggiore di allora don Egidio Viganò, volevo essere mandato in missione in Brasile nel Mato Grosso. Don Viganò mi disse che servivano due sacerdoti per Managua, in quegli anni si parlava della rivoluzione sandinista in Nicaragua. Mi chiese se me la sentivo perché era una sfida impegnativa ma accettai. Confesso che furono anni difficili. Dopo tre anni il governo nicaraguense ci costrinse a lasciare la capitale, così ci spostammo a sud del paese a Masaia, nella zona indigena del paese, dove restammo sei anni.
Che cosa successe dopo?
Dall’ispettoria centroamericana fui mandato a Panama. Come prima cosa ristrutturammo la scuola salesiana della capitale. Dopo tre anni mi assegnarono una nuova missione. A me ed un confratello proposero di fare un’esplorazione nel paese al fine di aprire un’opera salesiana che non fosse nella capitale. Si scelse il Darien, la parte più remota e selvaggia della diocesi panamense. Dal 1993 al 1997 feci questa esperienza nella foresta, poi di nuovo in marcia.
Altra obbedienza?
Venne a trovarmi un superiore, manifestai l’intenzione di fare un corso di antropologia, in particolare sulla Liturgia e sulla Storia della Chiesa. Dopo un mese circa arrivò una borsa di studio di liturgia a Barcellona. Non sapevo che il corso era di due anni altrimenti…
Trascorso questo periodo di studio fui mandato di nuovo a Roma all’oratorio della Speranza come responsabile del centro giovanile. Ma non era per me.
Venne a trovarmi un confratello compagno in missione. Mi propose di tornare con lui in Centroamerica, in Honduras nello specifico. Parlai con l’ispettore di allora don Pussino e presi la decisione di ripartire. Rimasi in Honduras per 14 anni, costruimmo una chiesa molto grande dal nulla insieme alla gente, in zona di guerra fra bande giovanili. La chiesa divenne il punto di riferimento della comunità.
Poi un’altra obbedienza?
Nel 2018, stavolta in Guatemala, nella zona montagnosa del paese, la più povera. Per oltre cinque anni ho girato in circa 70 villaggi a rotazione evangelizzando la popolazione locale, il popolo Q’eqchì, gli antichi discendenti dei Maya.
Infine di nuovo a Panama.
Sì, da febbraio 2024 ennesimo trasferimento nella capitale panamense dove tutt’ora mi trovo.
Se tornassi indietro nel tempo, rifaresti la vita del missionario?
Certamente, se dai alla gente ti senti bene. Del resto è una vocazione.
Che cosa consiglieresti ad un salesiano che vuole fare anche il missionario?
Di partire senza grosse valigie, libero di equipaggio, considerando che l’ufficio personale del missionario deve essere il cortile.
Dopo tanti anni trascorsi con i ragazzi, che cosa pensi di loro?
Sono fantastici! Ti mettono in discussione, ti obbligano a correggere continuamente le tue visioni. Generalmente fanno più rumore alcuni, pochi, ragazzacci scanzonati e senza ideali. Sono convinto e credo nell’intuizione di don Bosco, il mio ideale di come si possa vivere il cristianesimo. Don Bosco diceva che in ogni giovane, anche il più difficile, c’è un punto accessibile al bene e che nessun ragazzo nasce cattivo. Sono purtroppo le circostanze della vita che inducono spesso a fare scelte sbagliate.
Progetti per il futuro?
Il mio sogno nel cassetto è creare un centro di spiritualità nella capitale panamense per i giovani delle nostre case.

















