IL TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia
Il miracolo di
LANGATA
Ho passato a Nairobi una settimana ricca di incontri ed eventi ma vorrei fare uno zoom su due ore passate a Langata, centro di accoglienza per ragazzi di strada.

Nairobi è una grande città calamita, polo costante di attrazione per chi, lasciando condizioni troppo dure di vita in zone remote del paese, viene nella capitale in cerca di qualcosa di meglio. È così che gli slam si gonfiano di una umanità che sta nel margine tra miseria e sopravvivenza. C’è al contempo un volto ricco e moderno di Nairobi, con grattacieli e centri commerciali che non han nulla da invidiare rispetto alle altre grandi capitali mondiali. Sono universi paralleli nelle cui pieghe si incontrano, per chi non vuol girare la testa dall’altra parte, tanti ragazzi che vivono e non di rado muoiono sulla strada. Grazie a Dio ci sono persone, associazioni e gruppi che cercano di offrire alternative alla strada. Mi limito a qualche flash di quanto succede, percepito attraverso gli occhi e il racconto di chi continua a fare lì quello che farebbe don Bosco, e lo fa nel suo nome.
Cooperatori di don Bosco, cooperatori di Gesù
Nei fine settimana un gruppo di Cooperatori Salesiani, affiancati da qualche giovane salesiano che è qui a Nairobi per lo studio della teologia, va a incontrali in punti diversi della città dove è più probabile trovarli. Che cosa fanno con loro? Fanno il prossimo. È un farsi vicini come don Bosco faceva con i ragazzi immigrati al mercato di Porta Palazzo nella Torino dei suoi tempi, andando in giro con le tasche della sua tonaca piene di noci, medaglie… Il primo passo è di guadagnare la loro fiducia. Aiutarli per il mangiare, per coprirsi, avere qualche spazio e tempo di gioco dove la strada lo permette, con rispetto e pazienza. Si comincia così. Il “nulla per forza e tutto per amore” che insegna san Francesco di Sales è una regola d’oro anche per questo primo approccio con chi vive sulla strada.
Sopravvivere è molto duro per chi dorme letteralmente sui cigli delle strade, in due sacchi di nylon per proteggersi dalle piogge in questa stagione, e quando inizia il freddo (luglio qui è il mese più freddo – 12° la minima –, essendo sotto l’equatore e a 1800 metri d’altezza) molti si rifugiano in qualche stanzone con tettoia di lamiera trasformato in “cinema”: quel che viene proiettato su uno schermo di fortuna non interessa. La sala si riempie all’inverosimile di questi ragazzi sdraiati per terra sotto quel tetto di lamiera con l’effetto stalla che si crea per il sovrannumero: meno freddo rispetto a fuori, ma con tutti gli altri problemi collaterali che ne derivano. Pagano per questo 50 scellini al padrone del locale (33 centesimi di euro) che a sua volta dà una tangente alla polizia perché chiuda un occhio e gli permetta di continuare questo business. La strada è il “pusher” inevitabile delle droghe dei poveri: colla per scarpe, benzina da aerei… con dipendenze che una volta entrate è molto difficile lasciare, rimanendo in quel mondo.
Tra i Cooperatori Salesiani che si fanno loro prossimi ci sono ingegneri e altri professionisti di alto livello. Si fanno compagni di strada, aspettando con pazienza che qualcuno dica di sì alla possibilità di ripartire con una nuova vita. Tra quelli che han detto di “sì” i 37 che ho incontrato a Langata, casa di prima accoglienza. Negli occhi e nelle parole di padre Philip, che sta sempre con loro, si colgono la passione educativa e l’enorme pazienza che sono diventate come il suo dna.
Mi diceva che i primi 15 giorni sono i più critici. Non c’è niente che “funziona” quanto a orario, regole minime di vita comune… Ci vuole la con-discendenza dell’uno per uno (scendere là al posto dove ognuno si trova). Ma se si riesce a non scoraggiarsi e a continuare a stare insieme, dopo qualche settimana inizia una prima metamorfosi, grazie soprattutto alle dinamiche di gruppo che si creano. Ci vuole tanto tempo di ascolto insieme in gruppo delle loro storie e avventure. Poco per volta quanto di più ruvido e violento la strada ha impresso come ferita lascia il posto a legami di amicizia e solidarietà. Quanto si offre per ricostruire un cammino di futuro è come una semina che inizia così a mettere germogli. Bisogna credere nel Sistema Preventivo che nelle Costituzioni dei Salesiani di Don Bosco così è descritto: “Imitando la pazienza di Dio incontriamo i giovani nel punto in cui si trova la loro libertà” (C 38). Questo vale nel ricostruire quanto è necessario per un reinserimento nei percorsi scolastici e ancor più per il tentativo che sempre si fa del reinserimento familiare, ove possibile.
Non vado oltre nel raccontare quanto si fa da Langata in poi, per i più piccoli e per i più grandi, con percorsi di scuola e di apprendimento al Bosco Boys e di competenze lavorative al Boys Town. Mi fermo sulla resurrezione che l’ambiente e il gruppo riescono a generare. Tanti di loro a poco a poco si liberano dalle dipendenze e iniziano una nuova vita, accompagnata per molti anche dalla scoperta della fede.
Le strade dell’amore
Forse il coraggio della paziente prossimità e della sincera e generosa comunione di vita non sono solo sentieri indispensabili e fecondi di rinascita nel Child Protection Centre in Ghana o a Langata in Nairobi, ma dinamiche essenziali di resurrezione ovunque, in ogni casa, famiglia, comunità, ambiente. In un mondo super tecno che propone infinite soluzioni mentre crea infiniti problemi, tornare a questo essenziale che ha il sapore delle parabole di Gesù e dei primi tempi dell’oratorio di don Bosco è un cammino che tutti possiamo percorrere, dagli esiti che possono andare molto al di là delle nostre attese.
Intanto l’aereo ha fatto scalo ad Addis, e con un altro volo sono atterrato alle 4.20 del mattino a Fiumicino. Vi spedisco queste righe a pochi metri dalla stanza – ora cappella – dove il 10 maggio 1884 don Bosco ci ha lasciato la lettera più preziosa tra quelle in cui ci comunica il suo modo di essere buon samaritano e creare famiglia. “Non basta amare i giovani: che essi stessi conoscano di esser amati”.

















