BS Maggio
2024

LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

Il mio posto nel mondo

«Perché si torna sempre dove si è stati bene /e i posti sono semplicemente persone…».

«Ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet» (Quell’angolo di terra più degli altri mi sorride). Così scrive Orazio nelle “Odi”, alludendo al potere dei luoghi di renderci felici, di dare ristoro alla nostra anima, di farci sentire a casa. Ognuno di noi ha, infatti, uno o anche più “luoghi del cuore”: posti indissolubilmente legati ai ricordi spensierati dell’infanzia, mete di viaggi e vacanze che ci hanno cambiato per sempre la vita, permettendoci di conoscere una parte di noi che neppure pensavamo di possedere, città che ci hanno ammaliato con i loro colori e profumi o che ci hanno accolto nel loro grembo ospitale in momenti difficili di peregrinazione e di cambiamento, paradisi naturali o piccoli angoli di mondo, nascosti allo sguardo dei più, in cui abbiamo sperimentato un’intima comunione con il Tutto. Luoghi, in altre parole, in cui siamo stati bene e in cui aneliamo, alla prima occasione utile, di poter ritornare.

In una società sempre più nomade e fluida come quella che caratterizza la presente fase storica, il rapporto con i luoghi e, più in generale, con la dimensione “fisica” e concreta dello spazio appare, tuttavia, alquanto problematico. Spesso siamo portati a vivere i luoghi del nostro quotidiano in maniera superficiale, attraversando distrattamente non solo lo spazio che ci circonda, ma anche le comunità, le culture, le identità plurali che in quello spazio si sono sedimentate nel corso del tempo e che contribuiscono a dargli un’“anima” e a conferirgli significato. E, certo, questa difficoltà di radicamento che ci porta a “non sentirci veramente a casa in nessun posto” non può trovare una qualche forma di compensazione, sia pure parziale ed illusoria, nella dimensione rarefatta e immateriale dello spazio virtuale, nel quale possiamo tutt’al più trovare una via di fuga da una realtà spesso avvertita come anonima e indifferente ai nostri desideri, ma che non è in alcun modo in grado di restituirci un autentico senso di appartenenza.

Ciò è vero, indubbiamente, per le nuove generazioni, che forse più di altre faticano a costruire un rapporto cordiale con i luoghi del proprio vissuto e tendono a rinchiudersi nel guscio impenetrabile della propria interiorità o a rifuggire da qualsiasi identificazione troppo rigida con un ambiente in cui, il più delle volte, non si riconoscono. Ma sembra riguardare in misura non minore anche i giovani adulti, più ancorati alle proprie “radici” rispetto agli adolescenti nati e cresciuti all’ombra della globalizzazione, ma proprio per questo portati a vivere con maggiore sofferenza una condizione di inevitabile nomadismo dovuta a esigenze lavorative, a ragioni affettive o, più semplicemente, all’inesausta ricerca del proprio “posto nel mondo”.

Un’accresciuta mobilità che non rappresenta di per sé qualcosa di negativo, soprattutto quando è frutto del desiderio di mettersi in discussione, di confrontarsi con un contesto differente, di conoscere nuove culture e territori, ma che può diventare causa di “sradicamento” e di nostalgia per la distanza che ci separa dai luoghi che amiamo.

Se da un lato, infatti, siamo sempre più abituati a periodici trasferimenti e cambi di scenario che ci sollecitano a maturare forti capacità di adattamento e una resilienza indispensabile per poter davvero diventare “cittadini del mondo”, dall’altro lato abbiamo bisogno di riconoscere dei luoghi con cui costruire un legame privilegiato, radicato nella memoria o intessuto di futuro, in cui ritrovare noi stessi o dove gettare le fondamenta di un rinnovato progetto di vita.

Dei luoghi che non necessariamente sono tracciabili con precisione sulla carta geografica, che non per forza coincidono con un posto determinato, ma che talvolta si identificano piuttosto con dei “territori del cuore”, in cui a contare davvero e a conferire significato al nostro esserci non sono tanto il paesaggio, le strade, le piazze o gli edifici, quanto l’amore che vi abbiamo seminato e le relazioni che siamo stati capaci di coltivare. 

Nessun posto è casa mia,
ho pensato andando via;
soffrirò nei primi giorni ma
so che mi ci abituerò.
Ti cercherò nei primi giorni,
poi mi abituerò,
perché si torna sempre dove si è stati bene
e i posti sono semplicemente persone…
Partenze improvvise, automobili, asfalto,
le ombre di una notte in provincia,
il coraggio di chi lascia tutto alle spalle
e poi ricomincia.
Non era la vita che stavamo aspettando,
ma va bene lo stesso:
è l’amore che rende sempre tutto pazzesco…
Nessun posto è casa mia,
l’ho capito, sì, andando via.
È sempre dura i primi tempi ma
so che mi ritroverò.
Avrò sempre occhi stanchi e mancherai,
poi mi abituerò,
perché si torna sempre dove si è stati bene
e i posti sono semplicemente persone…
Voglia di tornare, luci basse, stazioni,
anche se non ci sarà nessuno ad aspettarti,
la bellezza di chi, nonostante tutto, sa perdonarti.
Non era la vita che stavamo aspettando,
ma va bene lo stesso:
è l’amore che rende sempre tutto perfetto!
È l’amore che passa, si ferma un momento,
saluta e va via.
È l’amore che rende i tuoi silenzi casa mia…

(Chiara Galiazzo, Nessun posto è casa mia, 2017)

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