BS Luglio/Agosto
2024

L'INVITATO

Sarah Laporta

Il magnifico
MAGO SALES

Don Silvio Mantelli, conosciuto in tutto il mondo come Mago Sales, con le sue straordinarie magie ha regalato sorrisi e felicità a milioni di bambini nel nome di Dio e di don Bosco.

Qual è stata la tua prima avventura?

Sono nato a Novello, provincia di Cuneo, il 22 gennaio del 1944 in una zona tra le più belle della terra, carica di tesori naturali con il profumo di more e il sapore di viti preziose: la Langa.

Quando avevo poco più di un anno, un partigiano della zona sparò a una pattuglia tedesca di passaggio: poi si rifugiò in paese e si nascose sotto la pesa pubblica, che aveva una botola d’accesso praticamente invisibile e perciò era un ottimo nascondiglio.

I tedeschi arrivarono e non capirono come avesse fatto questo partigiano a sparire nel nulla in così poco tempo. Perciò fecero una cosa molto classica per i nazisti: un rastrellamento. Presero a caso un po’ di persone e minacciarono che, se non fosse saltato fuori il partigiano, loro avrebbero ucciso tutti. Ma il partigiano rimase ben nascosto. E i nazisti ci misero al muro.

Sì perché, sfortunatamente, in quella retata era caduta anche mia madre, con me in braccio.

Ora immaginate la situazione: tutto sembrava perduto. Un gruppo di persone di ogni età, con tanto di mamma e bambino, stava davanti al plotone d’esecuzione guardando in faccia la morte. I nazisti ci puntarono i fucili addosso, la gente implorava, piangeva, pregava ma io… io niente. Anzi: forse prendendo tutto come un bellissimo gioco sfoderai un meraviglioso sorriso al capo pattuglia, quello che comandava il plotone d’esecuzione.

Nessuno sa dire se quell’uomo riconobbe nei miei occhi chiari quelli dei suoi figli o se semplicemente si vergognò di quanto stava facendo (oppure se fu il Signore a metterci lo zampino). Ma quel sorriso bastò a salvare me, mia mamma e il gruppo ormai rassegnato. Un gesto di cuore e di disobbedienza stabilì che si doveva e si poteva vivere in pace.

Come hai incominciato?

Da bambino ero affascinato dai trucchi e, nello specifico, da come la mente umana sembrava programmata per farli. Voglio spiegarmi meglio. D’estate a Novello, come tutti i miei coetanei, non stavo con le mani in mano: lavoravo in falegnameria – un posto pericolosissimo tutto seghe e cinghie e pulegge, mi vengono i brividi a pensarci – e poi al mulino, un posto decisamente più tranquillo ma faticoso, e infine alla pesa pubblica, che era il luogo che preferivo. Perché alla pesa c’era una cosa che mi colpiva sempre: vivevo in mezzo ai trucchi. Se è vero che Francesco di sera mi faceva vedere i trucchi con le carte, è altrettanto vero che io vedevo fare trucchi nel corso dell’intera giornata: c’era il venditore di vino che bagnava l’uva prima di pesarla, il carrettiere che nascondeva le pietre nel carro per alterare la tara, il panettiere che aggiungeva carta e cartone al pane per aumentarne il peso, e così via. Il paese di Novello era un circo di personaggi straordinari, tutti sempre lì a cercare di escogitare qualche trucco nuovo, pieni di un’inventiva che mi affascinava e mi sfidava. Sì, perché io dovevo sorvegliare la regolarità della pesa, e perciò il mio quotidiano era diventato far lavorare il mio cervello per scoprire i trucchi, e quanto questo abbia a che fare con la passione nascente per la magia, che stavo covando, mi sembra estremamente chiaro.

E la vocazione salesiana?

Allora c’era la tradizione degli “esercizi spirituali” e io avevo avuto la fortuna di partecipare a quelli guidati dall’ispirazione di padre Pellegrino, quello dei preti operai, che nel 1965 divenne poi Cardinale di Torino. Era stata un’esperienza fuori dall’ordinario che era andata a sommarsi a un’altra esperienza straordinaria fatta pochi mesi prima a Torino, dai Salesiani, quando avevo partecipato a degli esercizi spirituali davvero affascinanti, condotti da un prete speciale, di cui sono davvero dispiaciuto di non ricordare il nome: la particolarità delle sue parole stava nel fatto che non ci parlava tanto della religione ma della qualità della sua vocazione.

Per me quella era stata una rivelazione. Mi ricordo ancora le sue parole: diceva che la sera, quando usciva di fabbrica e vedeva tutte le luci accese nelle case, sentiva con amore quanta gente ci abitava, ognuno con la sua vita, le sue sofferenze, le sue speranze. “Ciascuno ha la sua luce”, diceva, e le sue parole erano sempre così perfette che avevo pensato a lungo al fascino della figura del prete: ci avevo pensato tantissimo.

Come sei diventato “apprendista stregone”?

Quella doppia scoperta – il manuale di magia e il fatto di sentirmi a tutti gli effetti un discepolo del “mago” don Bosco – avevano improvvisamente riacceso la mia passione per i trucchi. Il nostro teatro interno era stato per me una grandissima scuola, con messe in scena, prove e scenografie autocostruite, ma ora potevo approfittare anche del laboratorio di falegnameria e meccanica della Casa Salesiana: in poche settimane mi industriai a costruire i miei primi trucchi, seguendo le istruzioni sul manuale, e ben presto fui pronto a mettere in scena il mio primo spettacolo, aperto anche ai ragazzi della zona, quelli che frequentavano l’oratorio. Non fu un successo da star, ma nemmeno un disastro da “Paperissima”. La cosa più sorprendente fu la scoperta che la mia Vocazione e la mia Passione potevano andare a braccetto. Anche se, come vedremo più avanti, molte volte mi venne consigliato di sciogliermi da questo abbraccio.

Nel frattempo un anno era passato e il 15 agosto del 1964, presi i primi voti religiosi e divenni Salesiano a tutti gli effetti.

Com’è incominciata la tua amicizia con Arturo Brachetti?

In quell’estate incontrai un ragazzo smilzo, timido e imbranato, un ragazzino che sembrava vivere “fuori dal tempo”, che non giocava a calcio e non amava i giochi collettivi: insomma, era esattamente come me molti anni prima. Fu automatico per me immedesimarmi in lui e prenderlo a cuore.

Questo ragazzino si chiamava Renzo: stava in collegio dai Salesiani di Lanzo e aveva una mezza vocazione, ma in realtà era spinto dal padre. Come dicevo, io mi affezionai subito a lui, per comunanza di vissuti, e quando gli mostrai il mio baule di giochi di prestigio lui ci si buttò dentro a capofitto. In capo a poche settimane diventò bravissimo, un vero talento, e sul finire di quell’estate fece il suo primo spettacolo in assoluto, insieme a me, a Gressoney, nell’enorme casa di legno del barone Peccoz, padrone di tutte le funivie.

Per causa o merito mio quel ragazzo non si fece mai prete. Oggi è una star e ha un nome d’arte che è celebre in tutto il mondo: Arturo Brachetti. Studiò ancora per un anno ma ormai aveva capito qual era la sua vera vocazione: lo spettacolo. No, non c’è niente di male: l’importante non è essere quello che siamo per gli altri, ma quello che sentiamo di essere dentro di noi, questa è la vocazione. Arturo non è mai diventato sacerdote perché quello non era il suo desiderio, ma il desiderio di suo padre. In compenso è sempre stato un bambino e lo è ancora oggi… un bambino spontaneo, ridente e generoso, che continua a giocare con fantasia.

Mi ricordo che gli regalai un libro ‘Fregoli raccontato da Fregoli, II più grande trasformista mai esistito. Di lì iniziò la sua grande avventura e con tutte quelle figure di personaggi, descritte nel libro, iniziò ad immaginarsi come lui. Ora quel libro, diventato parte importante della scelta artistica di Arturo, fa bella mostra nel museo della magia di Cherasco, a fianco della statua di Arturo e del suo primo abito di scena.

Come cominciò il giro del mondo?

Il 2 settembre 1973 venni ordinato sacerdote. Ben presto la mia vita divenne ancora più frenetica. Passai anni intensissimi, dividendo il mio tempo in molti ruoli: ero Consigliere, ero animatore, ero professore, ero studente universitario (iscritto al nono anno…) e soprattutto ero prete. Malgrado avessi ancora con me le tortorelle, che ora tenevo nel mio piccolo studio, con tutti questi incarichi non trovavo più il tempo di fare il mago.

In tutta questa frenesia c’era però un aspetto meraviglioso: il rapporto che ero riuscito a instaurare con i ragazzi della scuola. Era un sentimento meraviglioso, che crebbe per gradi, prima dalla semplice cordialità alla familiarità, poi all’affetto e infine alla vera amicizia.

Riuscii a terminare una seconda laurea e cominciai ad insegnare religione nelle scuole pubbliche di Torino. Dopo alcuni anni pieni di esperienze difficili e belle riuscii ad allestire un vero grande spettacolo. Il nome dello spettacolo “II giro del mondo in 80 minuti” si rivelò profetico perché l’anno successivo, il 1993, incominciai a girare il mondo e fu l’inizio di una grande avventura che continua ancora oggi.

Che cosa ricordi?

Per la mia vita fu una sorta di straordinario nuovo inizio: dopo decenni di onorata “carriera” in Italia misi trucchi, costumi, bacchetta e cilindro magico in due grosse valigie e partii, intenzionato a portare il mio spettacolo in giro per il mondo. Da quel fatidico agosto del 1993 ho fatto tre volte il giro del globo, trascinando nel gioco i vivaci bambini dei villaggi africani (in Nigeria, Kenya, Madagascar, Somalia e Uganda), facendo ridere le timide ragazzine delle Ande boliviane, allietando intere scolaresche delle Filippine, affascinando migliaia di giovani nelle missioni di Macao e di Hong Kong, portando un sorriso ai bambini indiani di Calcutta, dell’Indonesia, del Vietnam e della Cambogia, ballando e giocando a ritmo di samba con gli irrequieti ragazzi delle favelas brasiliane e delle foreste dell’Amazzonia… Insomma, grazie alle missioni, la mia vita si è trasformata in un canto di gioia: perché il gioco della magia generava allegria e io ne ero il dispensatore, regalavo sorrisi ai bambini del mondo: al bambino bianco, al bambino nero, al bambino giallo, al bambino rosso… In cambio ho sempre ricevuto un bene prezioso: amore.

Percorrendo le strade del mondo, incontravo situazioni di estrema povertà in cui questo diritto troppo spesso era negato. La mia missione diventava allora quella di dare un “tetto al sorriso del mondo”, aiutando i bambini che non avevano una casa, una famiglia o un amico, a vivere decentemente il grande dono della vita.

Da quel lontano 1993, grazie all’aiuto di tanti benefattori, molti bambini sono stati liberati dalla fame, dalle malattie e dall’ignoranza; e hanno ricevuto sostentamento, salute, istruzione e tanta allegria.

E adesso?

Il 27 aprile 2013, con molti miei collaboratori inaugurai il Museo della Magia di Cherasco. È una bella antica cittadina molto vicina alla casa Salesiana di Bra, dove vivo. L’allestimento non era ancora del tutto completo e non erano ancora stati ultimati gli abbellimenti e gli arricchimenti che potete vedere oggi (a proposito: cosa aspettate a venirlo a visitare!?) ma era già tutto magicamente accogliente. Ogni anno il museo della magia, attualmente il più grande e originale in Europa, accoglie più di 30.000 visitatori. Ora se volete incontrare don Silvio e il mago Sales non dovete fare altro che prenotare una visita al museo della magia di Cherasco, dove la realtà si fonde con la fantasia ed è bello ritornare bambini.

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