I PIONIERI
Antonio Labanca
Il leggendario
MONSIGNOR FAGNANO
Esploratore, colonizzatore, realista e utopico allo stesso tempo, ma soprattutto grande missionario.

Se Cagliero era a capo della prima spedizione missionaria, i confratelli posti da don Bosco al suo fianco non gli erano certo secondi per intraprendenza, visionarietà, tenacia e diplomazia. Fra loro, Giuseppe Fagnano. Con una storia complicata, che solo la Provvidenza aveva potuto dipanare, e con un futuro inesorabilmente segnato dalla tempra che lo caratterizzava. Esploratore ma anche colonizzatore, realista e utopico allo stesso tempo, il poco più che trentenne imbarcato a Genova con destinazione Buenos Aires portava in valigia un progetto di vita che aveva trovato nell’opera salesiana un concreto modo di attuarsi.
Nato nel 1844 a Rocchetta Tanaro da famiglia contadina, si era diretto ad Asti per intraprendere il percorso da ecclesiastico lasciandosi alle spalle una certa agiatezza. Ma la scarsità di allievi portò il vescovo di Asti a chiudere il seminario, mentre il Regno di Sardegna entrava a capofitto nella chiamata alle armi contro l’ostile Impero austriaco. Il quindicenne Giuseppe si orientò secondo lo spirito del tempo a lottare per l’indipendenza dell’Italia, e cercò collocazione nelle truppe volontarie al seguito di Garibaldi, che nel 1859 andrà a combattere fra Como e Brescia, condottiero dei Cacciatori delle Alpi. Ma fu lo stesso generale a considerarlo più adatto al servizio di assistenza ai feriti, e lo indirizzò al vescovado di Asti dove era stato allestito un ospedaletto.
La guerra durò un paio di mesi. Al termine di questa, il seminarista riprese il suo percorso che intanto aveva messo piede nell’oratorio di Valdocco. Si diplomò per l’insegnamento alle scuole ginnasiali inferiori e subito dopo fu ordinato sacerdote a Casale Monferrato: aveva 20 anni. Era l’anno 1864: don Bosco lo confermò all’insegnamento al collegio di Lanzo Torinese; dopo sette anni gli affidò l’economato della Casa di Varazze, in Liguria. Giuseppe affinò le competenze gestionali, tanto da venire candidato a formare la “pattuglia” dei confratelli che avrebbe dato corpo al sogno missionario in Patagonia.
Padre José
Se il primo posizionamento salesiano era stato il porto di Buenos Aires, la penetrazione in Argentina seguiva la linea del fiume Paranà. A 500 km la cittadina di San Nicolás de los Arroyos chiedeva l’apertura di una scuola per i figli degli allevatori di bestiame in un’area abitata dagli aborigeni. Una doppia sfida – l’educazione e l’evangelizzazione – che Fagnano, ormai identificato come “padre José”, accolse con entusiasmo. Ma la prospettiva non corrispondeva alla realtà: pochi allievi e poche sovvenzioni pubbliche, mentre si incominciava a considerare quella frontiera come sede della sperimentazione missionaria in vista dell’arrivo in Patagonia. La comunità salesiana si era caricata di debiti elevati: l’infezione da tifo che colpì don Fagnano nel 1879 gli impedì di trovare lui una soluzione, ma gli diede una via d’uscita per tornare alla base, nella capitale, per curarsi e per riconsiderare spirito e metodo della missione.
Aveva perso qualcosa la sua immagine agli occhi dei confratelli, ma non a quelli lungimiranti di don Bosco. L’anno seguente questi gli lanciò una sfida: andare a Carmen de Patagones, la città più a sud della provincia di Buenos Aires, a 900 km di distanza, la porta verso la Patagonia! Il rischio e l’onore di affrontare l’ultimo miglio per raggiungere il cuore del sogno sudamericano, che a Valdocco si continuava a sperare di percorrere. Don Fagnano accettò e, incoraggiato da questa iniezione di fiducia, nella nuova destinazione si diede alla costruzione di edifici scolastici e luoghi di culto. La popolazione era una miscela di indi, di discendenti dagli schiavi africani, di immigrati europei. L’aria anticlericale portata da questi era una barriera da superare, più alta di quella esistente fra le rispettive culture. Il salesiano creò una Società di mutuo soccorso che avrebbe permesso di dichiarare più esplicitamente lo spirito collaborativo dei missionari.
Dall’altra parte del Rio Negro vedeva Viedma, la capitale della Patagonia. Consolidato il nuovo insediamento missionario, fino al 1887 don José poté dedicarsi all’esplorazione della nuova regione. Conobbe un capitano della marina, Antonio Oneto, genovese, che aveva studiato l’opera delle “riduzioni” dei Gesuiti in America del Sud: vaste aree riservate agli indigeni affinché potessero godere di protezione e di autonomia. Proprio nel 1880 l’editrice salesiana a Torino aveva pubblicato l’opera di Ludovico Antonio Muratori intitolata “Il cristianesimo felice nel Paraguay”, fonte di ispirazione per un’utopia sperimentata e riproponibile nel territorio vergine del Chubut. Ma Fagnano trovò l’ostacolo dei latifondisti che consideravano, favoriti dall’assenza di leggi, quel territorio come un grande deserto a disposizione dei primi arrivati: loro stessi, si intende.
Dall’Italia, don Bosco non perdeva tempo: mentre il suo Figlio spirituale si prodigava sul posto, lui scriveva alle Congregazioni Romane e allo stesso papa Leone XIII per l’erezione del Vicariato (o della Prefettura) della Patagonia che avrebbe dovuto aver sede a Carmen, dando così maggior peso operativo alla missione e autorità ai salesiani. Ma questa decisione era contrastata dall’arcivescovo di Buenos Aires, Federico León Aneyros, evidentemente preoccupato di perdere parte della giurisdizione sul nuovo territorio così definito. In quel momento, inoltre, si registravano pesanti turbolenze in seno alle Forze armate del Paese a seguito dell’elezione a Presidente del generale Roca, il quale, dieci anni dopo, avrebbe invaso la Patagonia con una campagna militare contro le popolazioni indie disarmate. A consigliare definitivamente il rinvio della decisione fu la circostanza fatale della morte dell’ispettore salesiano don Francesco Bodrato nell’agosto 1880.
Dopo l’87 don Fagnano fu trasferito in Cile, con il consenso del vescovo di Ancud: quasi come se dovesse cercare un altro passaggio per arrivare fino alla Terra del Fuoco: la sua residenza si stabilì a Punta Arenas. Centro di frontiera al pari di un Far West, la città radunava commercianti di ogni nazione, navigatori, esploratori geografici e geologici, in una netta separazione fra “sognatori” e “avventurieri”, fra rivoluzionari e reazionari. Tenendo un difficile equilibrio politico, padre José si unì a gruppi di ricercatori scientifici ma anche di soldati: suo scopo era tastare le possibilità di incontrare gli abitanti dell’Isola Grande, guadagnando la stima di chi lo conobbe. Al punto che il grande lago chiamato “il resto dell’orizzonte” dalla popolazione Selkman, sconosciuto ai cartografi, fu denominato Fagnano dal Contrammiraglio che comandava una di quelle spedizioni.
La sua Neverland
La reputazione di Fagnano si tramutò da quella di inseguitore di progetti che non hanno fondamenta certe, a quella di imprenditore capace: costruì chiese, oratori, scuole, collegi. Nell’arco di tre anni riuscì a guadagnare la fiducia delle istituzioni: il Presidente del Cile gli affidò per venti anni l’isola Dawson con l’obiettivo di costituire lì la “riserva” delle popolazioni Onas, Alacalufes, Yahganes, Tehuelches. Raggiunse la meta sulla goletta ribattezzata “Maria Auxiliadora” con la quale aveva in precedenza raggiunto i punti estremi dell’arcipelago. Era l’opportunità a lungo desiderata di dare vita a una “riduzione”, di costruire l’isola felice, un modello di società pacifica e rigogliosa.
Il progetto iniziò con il disboscamento di un tratto di costa, con la costruzione di abitazioni e con l’avvio di tenute agricole per l’allevamento di animali. Attrezzature, vestimenti, mandrie vennero portati sull’isola insieme con un centinaio di nativi provenienti dalle aree circostanti: nacque la missione San Rafael. Con i salesiani giunsero anche le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Si trattò di una sorta di esperimento sociale che con il senno di poi giudichiamo avventato e condizionato da ambiguità nei rapporti con le istituzioni da un lato e i nativi dall’altro. Benché ispirata da un’idea di preservazione delle tradizioni, l’inculturazione di fatto praticata, anche sul piano religioso, rese questa esperienza un esperimento fallimentare per una comunità radunata artificiosamente. Si diffusero tifo, scarlattina, tubercolosi, vaiolo… Nell’esperimento si tentarono anche incroci fra le diverse etnie tesi a rinforzare le caratteristiche organiche delle nuove generazioni, ma probabilmente sarebbero occorse altre condizioni ambientali e tecnologiche per attuare un serio intervento di eugenetica; su un’isola che si sarebbe rivelata piuttosto come luogo di deportazione, come purtroppo avvenuto molti decenni dopo con la prigione per i dissenzienti dal golpe militare di Pinochet.
La svolta finale
Ma se l’utopia di Dawson si concluse con l’abbandono dell’isola, il pensiero che la ispirava fu efficace per dare fondamenta solide e futuro a un’altra missione, questa volta nella parte argentina della Terra del Fuoco affacciata sull’Oceano Atlantico. Nel 1883 don Fagnano ottenne infatti l’uso di una vasta area (30mila ettari) alla foce del Rio Grande, anche lì per avviare una fattoria modello capace di garantire cibo e accoglienza alle popolazioni che il generale Roca aveva falcidiate con la sua “guerra del deserto”. La missione, affidata a don Giuseppe Maria Beauvoir, fu dedicata alla Vergine della Candelora.
Siamo ormai all’anno della svolta finale: il 2 dicembre del 1883 don Fagnano venne nominato Prefetto apostolico della Patagonia cilena, del territorio cileno di Magellanes-Punta Arenas, del territorio argentino di Santa Cruz, delle isole Malvinas e delle non meglio definite isole che si estendevano fino allo stretto di Magellano. Ecclesiasticamente la Prefettura copriva aree appartenenti alla diocesi cilena di San Carlos de Ancud. Egli continuò a percorrere il territorio affidato alla sua cura pastorale: senza considerare un limite il confine fra Cile e Argentina, visitò le case dei confratelli e incoraggiò le loro opere.
Si sviluppò una realtà sulla quale la Santa Sede sarebbe intervenuta ancora, fino allo scioglimento della Prefettura per l’erezione del Vicariato apostolico. Ma solo dopo la sua morte, avvenuta il 18 settembre 1916 a Santiago, fu nominato il vescovo che avrebbe preso possesso della sede a Puntas Arenas. L’intraprendente salesiano aveva raggiunto il suo obiettivo missionario: la nascita di una diocesi là dove prima vi era solo la propaggine di un ordinariato lontano. Deve essere morto, a 72 anni, soddisfatto per aver seguito la sua vocazione senza mai farsi sopraffare dalle avversità.
















