BS Gennaio
2024

DON BOSCO NEL MONDO

MARCELLA ORSINI E FEDERICA ANNIBALI

Il giovane parroco della selva sui
SENTIERI di DON BOLLA

È don Rogger Valdivia Hidalgo, un peruviano trentacinquenne, che con i sandali ai piedi percorre per tre giorni la selva per arrivare in un villaggio, dove resta due-tre lunghe giornate a disposizione dei fedeli. Poi riparte, e per altri tre giorni cammina fino al villaggio successivo.

“Sarai un missionario nella giungla tra gli indigeni e darai loro la mia Parola. Camminerai molto a piedi”: il dodicenne Luigi Bolla sentì rivolta a lui questa predizione quando si trovava nella cappella dell’oratorio di Schio (Vicenza) e si interrogava sul “farsi prete” già da un anno.

Sembra essere il seguito del sogno di don Bosco che annunciava il cammino che avrebbe portato i suoi figli spirituali nel profondo Sud del continente americano. La fioritura di missionari che dapprima seguirono i migranti dall’Italia verso il loro futuro, poi furono spinti ad evangelizzare i popoli nativi, era la risposta a una chiamata che – come per il futuro “padre Luis Bolla” – si rivolgeva ai piccoli, affascinati dalla paternità del santo di Valdocco e dai paesaggi – ancora confusi con la fantasia – di una terra lontana.

La seconda parte della “profezia” rivolta al futuro salesiano dona a questa connotazioni precise: giungla, indigeni, cammino. Appena maggiorenne, Luigi parte per l’Equador dove, oltre allo spagnolo, su invito dei missionari già presenti, studia anche la lingua nativa del popolo Shuar. L’Amazzonia è pronta a inghiottirlo con il suo entusiasmo. Ma la frontiera che deve attraversare è ancora più distante: è quella di un altro popolo, immerso nella foresta. Sono gli Achuar, in gran maggioranza attribuiti – dalle divisioni politiche dei conquistatori – al territorio del confinante Perù. Ma per un uomo coraggioso e innamorato della sua vocazione non è una sfida insuperabile. Cambia di ispettoria ma soprattutto è pronto ad affrontare da solo la fatica di condividere, separato dalla zona di conforto della comunità salesiana, la vita nelle capanne degli Indios e il tempo intero delle sue giornate.

Sui passi di padre Bolla

Un missionario così poteva rimanere un “caso isolato”, che non lascia né traccia del suo percorso né comunità in grado di percorrerlo. Invece succede a noi oggi di incontrare un giovane salesiano che svolge il proprio ministero ripercorrendo esattamente i sentieri nella foresta amazzonica che batteva padre Luis Bolla.

È don Rogger Valdivia Hidalgo, un peruviano trentacinquenne che, con gli occhi misurati sullo standard italiano, sembrerebbe un giovanotto di 25. È lui che con i sandali ai piedi percorre per tre giorni la selva per arrivare in un villaggio, dove resta due-tre lunghe giornate a disposizione dei fedeli. Poi riparte, e per altri tre giorni cammina fino al villaggio successivo.

Sicuramente nel suo dna c’è la lunga storia delle civiltà precolombiane. È nato nella città di Huancayo, l’antica capitale della civiltà Wanka. La memoria storica parla di un popolo di guerrieri indomabili, che resistettero alle conquiste degli Imperatori dei Wari e degli Inca e, dopo di questi, al Re di Spagna. “Sono nato nella città incontrastabile” sottolinea nel presentarsi don Rogger. Il suo volto fa trasparire, dietro l’umiltà del religioso, una sana fierezza delle origini.

Oggi Huancayo è capoluogo della regione di Junin. I suoi genitori, Marcelo e Clorinda, sono i trasmettitori del “marchio” dei popoli che la Storia ha fatto incontrare: papà Valdivia ha come soprannome riportato nella carta di identità “Condor”, la madre “Guerra”. I dodici figli che hanno avuto, 6 maschi e 6 femmine, vivono alcuni nella città di origine, altri nella capitale Lima.

A 19 anni Rogger entrò nella casa di formazione salesiana e ne uscì sacerdote quattordici anni dopo. Ora è parroco di Hacioa, una zona che le carte geografiche a stento individuano, a cavallo fra Perù ed Equador. “Zona” e non “località” perché le 17mila persone che la abitano sono sparse in 64 comunità. Di queste, 34 hanno abbracciato la presenza cattolica e attendono don Rogger, ciascuna almeno una volta all’anno. Per il salesiano è come tuffarsi in un oceano verde, dalla parte delle Ande opposta a quella che si affaccia sul Pacifico.

La casa di foglie di palma

L’attività missionaria di padre Bolla ha avuto per lui un lungo percorso di avvicinamento. Lo conobbe personalmente durante la sua formazione, quando era prenovizio, poi da studente di teologia. Ma a dargli l’imprinting fu il gruppo del Movimento giovanile salesiano che propose anche a lui di andare a visitare le opere in territorio amazzonico ad Andoas. Nel 2011 trascorse l’estate nei villaggi lungo il fiume Pastaza, un affluente del Marañon che va ad arricchire le acque del Rio delle Amazzoni. La popolazione locale è intermedia fra le città dell’occidente peruviano e i nativi della foresta. Lì si usa la lingua spagnola e quindi poté farsi descrivere la realtà sociale direttamente dalla gente. “Mi piacque quella esperienza perché incontrai persone molto sensibili. Vivevano ancora senza telefoni e Internet, c’era tempo e volontà di comunicare”.

I residenti di Andoas furono estromessi per via dell’espansione dell’attività estrattiva della “Plus Petrol”, la società argentina che ebbe la concessione dal governo locale. Dovettero costruire un nuovo insediamento, Andoas Nuova, per allontanarsi da inquinamento e distruzione dell’ambiente. “Ho visto le nuove costruzioni, residenze adeguate per i lavoratori; ho visto migliorare i servizi pubblici e l’alimentazione. Mentre la popolazione mantiene la sua cultura e le tradizioni”.

Don Rogger si pose seriamente la domanda se la sua vocazione religiosa dovesse inclinarsi verso la missione fra quelle genti, spingendosi all’interno del continente per incontrare quelle più lontane. Ne parlò anche con i suoi genitori: la madre si trovò d’accordo, e fece in modo che anche suo marito e il figlio maggiore accettassero l’allontanarsi del famigliare. Il fratello è diventato l’interlocutore stabile attraverso uno scambio epistolare intenso che rende meno sofferta la distanza. “Stavo studiando teologia, ero già diacono. Nella mia richiesta di ordinazione al sacerdozio manifestai la mia volontà missionaria”.

Una buona organizzazione

Ora è responsabile di una parrocchia di cui è difficile misurare l’estensione, intrecciata con quella dei protestanti che interessa altri 30 villaggi. Dal punto di vista politico, è maggiormente sul territorio peruviano. Non comprende strade percorribili con automezzi e neppure sentieri da fare a dorso di animali: rimangono solo le piste che conoscono i residenti, non tracciate in nessuna mappa. “Vivo adeguandomi ai loro orari e quel che hanno. La mia casa è fatta come quella consueta da quelle parti, cioè con foglie di palma. Ci alimentiamo con la yuca (manioca), con il plàtano (banane da cuocere), con il pesce di fiume. Gli uomini vanno a caccia e così un paio di volte alla settimana la carne entra nel piatto. Le famiglie sono composte dai genitori e da 6 a 10 figli.

Ci alziamo alle 3 del mattino, a colazione beviamo un tè a base di foglie di guayusa (contengono caffeina). Alle 5 celebriamo la Parola o l’Eucarestia, a seconda delle possibilità contingenti, poi il Perdono. A volte confesso i fedeli per tre ore consecutive e vedo che si preparano bene a questo. È un’eredità di padre Luis, che ha sempre insistito molto su questo sacramento”.

Già, padre Bolla. Ad accompagnare il giovane prete nei meandri della foresta c’è il signor Puanch Makuin Makuin, che fu il primo diacono ordinato per seguire quel missionario di frontiera. È lui che fa da interprete con le persone che non parlano spagnolo. È stato già il braccio destro di padre Diego Clabvijo Illesca, immediatamente succeduto a padre Bolla.

“Ci sono nuovi diaconi e catechisti che si stanno formando” spiega padre Rogger “ma io stesso completo giorno per giorno la mia formazione come salesiano, come ministro, come missionario. Mi sento come un chiamato speciale per essere in questo luogo a conoscere la popolazione. Vedo cose e fatti da me mai visti prima nelle città: ho fatto l’incontro con una cultura che ha una nozione distinta del tempo che trascorre, una visione diversa delle priorità della vita”.

Il suo nome è “Tuna”

Questo insieme pastorale è a servizio delle famiglie anche per affrontare le questioni quotidiane, ma non banali. C’è ad esempio un problema legato al trasferimento di giovani nelle città per lavoro, spesso come trasportatori. Quando rientrano manifestano di essersi avvicinati alla droga o all’alcool, a un uso distorto della sessualità e del denaro. Succede che nel villaggio rubino qualcosa – il poco che trovano – come un machete, una gallina o una scopetta; o che si accostino a ragazze minorenni. “Oltre che un problema morale” osserva padre Rogger “è una questione sociale perché tocca molto da vicino la vita collettiva, le relazioni fra gli abitanti, la sicurezza”. Il diacono del villaggio diventa così un “giudice di pace” che cerca di far osservare le regole e di trovare il giusto risarcimento.

Ma poi c’è il grave problema ambientale. “A partire dalla conoscenza della Parola di Dio, dalla contezza della propria cultura originaria, impariamo il rispetto degli altri. La protezione, la difesa dell’Amazzonia è una consapevolezza acquisita. Anche gli Achuar si occupano non solo del proprio territorio ma, uniti agli altri gruppi indigeni e alle diverse organizzazioni di tutela, operano con una chiara visione della necessità di salvaguardare il loro futuro. L’assalto massiccio alle risorse naturali, la lottizzazione di vaste aree della foresta per l’estrazione del petrolio sono il pericolo da cui si devono difendere”. Nell’area equadoregna i gruppi di pressione popolare sono maggiormente organizzati, mentre ci sono difficoltà fra i Peruviani. Certamente un limite è la comunicazione per tenersi collegati: occorrono tre giorni per sapere che cosa sia successo nel villaggio più vicino.

“L’enciclica Laudato si’ di papa Francesco è per noi certamente un messaggio che rafforza la difesa delle popolazioni indigene. Viviamo meglio se rispettiamo la vita, se la incarniamo nella quotidianità. Gli Achuar e gli altri che vivono nella foresta rispettano il creato, non esauriscono le risorse di cibo, coltivano e non usano fertilizzanti, vanno a pesca o a caccia con strumenti elementari, non fanno man bassa di tutto quello che trovano. Usano la natura ma la rispettano: dobbiamo tutti seguire il cammino che ci indicano”.

Padre Rogger nelle fotografie che scattano anche a lui nei villaggi, porta sul capo un cappello con la fierezza di un incontrastabile guerriero Wanka. È il medesimo copricapo che portava padre Luigi Bolla, è come una reliquia viaggiante: è la corona (tawasap) assegnata dagli Achuar a chi gli ha portato Gesù Cristo. E la gonna (itip) che il ministro indossa nei riti richiama la continuità tra tradizione e fede cristiana. Il giovane parroco della selva porta anche una collana rituale, appartenuta al suo predecessore, che gliel’ha lasciata.

Ma di ancora più sacro padre Rogger porta il nome che gli hanno dato gli Achuar: Tuna. È questo il termine con cui chiamano le cascate dei loro fiumi, che sono per loro uno spazio di incontro fra uomo e Dio.           

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