BS Giugno
2025

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

Il filo dall’ALTO

Come si può avere una “vita spirituale” oggi?

Una bella mattina di settembre, i «fili della Vergine», lucidi come fili di seta, ondulavano nell’aria. Venivano da lontano e andavano lontano.
Uno di quei fili approdò in cima ad un albero e l’aeronauta, un ragnetto giallo e nero, lasciò la sua leggera navicella e si attaccò alle foglie. Ma quel luogo non era adatto e discese su una grande siepe spinosa. Qui c’erano rami e germogli in abbondanza per tesservi una tela. E il ragno si mise subito al lavoro, lasciando che il filo, lungo il quale era disceso, reggesse la punta superiore della ragnatela.
Filo dopo filo, nodo dopo nodo, la tela del ragnetto si fece bellissima. Mosche e moscerini incappavano numerosi. II mattino, dopo la rugiada, i fili sembravano collane di brillanti e il ragno era orgoglioso del suo capolavoro. Lavorava alla sua tela tutti i giorni ed era diventato un ragno commendatore, grande e grosso. Aveva la più bella e redditizia tela di tutto il bosco.
Un mattino, però, si svegliò di cattivo umore o forse scese dal letto con le quattro zampe sbagliate. Fece un giro della tela per far colazione con qualche moscerino, ma non ne trovò. Nella notte aveva gelato e questo aumentò il suo umor nero. Nell’aria non volava neanche una mosca. Ispezionò la tela per passare il tempo, tirò qualche filo che si era allentato e, gira e rigira, finì con il notare un filo strano. Apparentemente non si attaccava da nessuna parte. Sembrava finisse nelle nuvole. Più lo guardava, più si arrabbiava.
«Sta a vedere», pensò, «che da quel filo vengono giù dei concorrenti a mangiarsi le mie prede. È uno stupido filo buono a nulla», ruminava tra sé.
E con un colpo secco delle robuste mandibole lo tagliò. Tutta la tela cedette e si trasformò in un umido cencio che avviluppava il ragno. Troppo tardi il poverino si ricordò che, in un sereno giorno di settembre, era sceso giù da quel filo e quanto gli era stato utile, proprio quel filo, per tessere e allargare la sua tela.

Occupati e preoccupati

Ogni giorno tessiamo la nostra tela ed è un compito che ci assorbe. Troppo spesso i fili si aggrovigliano e si formano nodi e strappi. Più che occupati siamo preoccupati. Essere preoccupato significa riempire il nostro tempo e spazio prima ancora di esserci. È avere la mente piena di “se”. Diciamo a noi stessi: «Che succederebbe se mi ammalassi? E se perdessi il lavoro? E se mio figlio non rientrasse a casa per l’ora prevista? E se domani non ci fosse cibo a sufficienza? E se venissi aggredito? E se scoppiasse una guerra? E se venisse la fine del mondo? E se…?».
Le parole di Gesù, sembrano un po’ enigmatiche: «Non affannatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».
In una congiuntura socio-economica in cui il lavoro diviene precario o in cui è perfino difficile per i nostri figli trovare un lavoro, in cui siamo sollecitati a destra e a manca ad assicurarci su tutto, a vivere di polizze e di garanzie, questo discorso sembra una richiesta “fuori dal mondo”: «Non affannatevi!»
Padre Nouwen diceva: «La nostra società incoraggia molto non soltanto l’essere occupato, ma anche l’essere preoccupato. Il modo in cui i giornali, le radio e le TV ci comunicano le notizie crea sempre un’atmosfera di emergenza. Le voci eccitate dei giornalisti, la preferenza data agli incidenti spaventosi, ai crimini più crudeli ed ai comportamenti perversi, l’inondarci ora per ora di miserie umane che avvengono sia nel nostro paese sia all’estero ci fanno sentire gradualmente inghiottiti da un’atmosfera onnipervasiva di disastro imminente. A tutte queste cattive notizie c’è da aggiungere la valanga di annunci pubblicitari. La loro implacabile insistenza nel dirci che perderemmo qualcosa di molto importante se non leggessimo quel determinato libro o non vedessimo quel film o non ascoltassimo quell’oratore o non acquistassimo quel nuovo prodotto acuisce il nostro nervosismo e aggiunge molte preoccupazioni fasulle a quelle già esistenti».
È sempre più difficile sfuggire agli schizzi di veleno e “fake news” che ci piovono addosso. Come facciamo a cercare prima il Regno di Dio come vuole Gesù? Come possiamo avere una vita autenticamente spirituale? Come possiamo ritrovare quel filo che ci unisce all’alto? Il filo esile da cui dipende la nostra vita e che ci tiene connessi con Colui che ci ha voluti. E che ci vuole con sé per sempre.

Il soffio

Gesù ci dice «Cercate prima il Regno di Dio». Il primo elemento essenziale è trovare un attimo di vera quiete. Uscire dal frastuono interiore ed esteriore. Ritrovare il filo che ci collega con l’alto, come faceva Gesù: «Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» ripetono i Vangeli. La connessione con Dio funziona solo se ci mettiamo a tu per tu con Lui. Gesù dice: «Entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto». Forse anche solo cinque o dieci minuti, ma poter dire: «Ecco, qui ci siamo solo io e te». Fate attenzione al vostro respiro. La Bibbia afferma: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente». Questo nostro respiro non è un atto meccanico, ma condividere l’essenza della vita con il nostro Creatore. Gesù ripete il gesto di Dio: soffiò sui suoi discepoli e disse: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».
Quello che chiamiamo vita ha due facce. La faccia spirituale della vita è continuare la missione di Gesù.
Ritrovata l’intimità con Dio, possiamo riscoprire un’altra realtà appassionante: la comunione. Ogni persona che incontriamo “respira Dio” come noi: quindi ogni persona è sacra.
Il filo dall’alto ci collega alla fonte della bontà e dell’amore senza confini.

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