La Buonanotte
B.F. Disegno di Fabrizio Zubani
Il cuore del MAHARAJA

Era il 1942. Nel Mar Arabico, una nave andava alla deriva come una bara galleggiante. A bordo c’erano 740 bambini polacchi: orfani, sopravvissuti ai campi di lavoro sovietici dove i loro genitori erano morti di fame, malattie e sfinimento. Erano riusciti a fuggire attraverso l’Iran, ma nessuno li voleva.
Porto dopo porto, le autorità dell’Impero Britannico – che allora controllava gran parte del subcontinente indiano – respingevano la nave. Le risposte erano sempre le stesse: non era una loro responsabilità. Intanto le scorte di cibo e medicine diminuivano e la speranza iniziava a spegnersi.
La notizia arrivò però fino al piccolo palazzo di Navanagar, nell’attuale stato indiano del Gujarat. Il sovrano locale era Jam Sahib Digvijay Singhji, un maharaja che governava un principato sotto il controllo britannico. Senza un esercito, senza un reale potere sui porti, senza alcun obbligo di agire.
I suoi consiglieri lo informarono: «Settecentoquaranta bambini sono bloccati in mare dopo che gli inglesi si sono rifiutati di accoglierli». Seguì un breve silenzio. Poi il maharaja dichiarò: «Gli inglesi possono controllare i miei porti, ma non la mia coscienza».
Quei bambini sarebbero sbarcati a Navanagar. Nell’agosto del 1942 la nave entrò finalmente in porto. I bambini scesero a terra esausti, deboli, troppo provati per piangere. Ad attenderli sul molo c’era il maharaja, vestito di bianco. Si inginocchiò per guardare i più piccoli negli occhi e, tramite degli interpreti, pronunciò parole che non sentivano dalla morte dei loro genitori: «Non siete più orfani. Ora siete miei figli. Io sono il vostro Bapu, il vostro papà».
Il sovrano creò un vero villaggio dove i bambini potessero crescere. Organizzò scuole con insegnanti polacchi, fece preparare cibo della loro tradizione, permise loro di cantare le canzoni della loro infanzia e di mantenere la propria lingua e cultura. Anche il Natale veniva celebrato secondo le tradizioni polacche, sotto il cielo tropicale dell’India.
Per quattro anni, mentre il mondo era devastato dalla guerra, quei bambini vissero lì non come profughi, ma come una famiglia.
Oggi quei bambini sono cresciuti: sono diventati medici, insegnanti, genitori e nonni.
In Polonia piazze e scuole portano il nome di Jam Sahib Digvijay Singhji. Perché quando 740 bambini furono condannati al mare e il mondo rispose “no”, lui rispose “sì”.















