I FIORETTI DI DON BOSCO
B.F.
IL COCCHIERE bestemmiatore

Così don Bosco raccontò questo episodio: «Venivo da Ivrea a Torino in omnibus, non essendo allora ancora stata costrutta la ferrovia, e sentii che il cocchiere ogniqualvolta sferzava i cavalli, pronunciava una o due bestemmie. Io allora lo pregai di lasciarmi salire con lui in cassetta. Egli di buon grado accondiscese, e mi sedei al suo fianco.
Quindi gli dissi: “Vorrei da voi un piacere”.
Egli m’interruppe dicendo: “Vuole arrivar presto a Torino? Bene!”
E qui si mise a sferzare con tutta lena i cavalli ed alle sferzate frammischiava bestemmie.
“Non è questo che voglio, io ripresi; poco m’importa d’arrivare a Torino un quarto d’ora prima o un quarto d’ora dopo. Quello che io voglio, è questo: che non bestemmiate più. Me lo promettete?”
“Oh, se è solamente questo, stia pur sicuro che non bestemmierò più: e sono uomo di parola io!”
“Ebbene, se ciò farete, che cosa volete per premio?”
“Niente, rispondeva colui; sono obbligato a non bestemmiare”.
Io insisteva, ed egli domandò la mancia di quattro soldi: io gliene promisi venti. E qui una sferzata ai cavalli ed una bestemmia. Io lo avvisai: “Guardate vi darò egualmente venti soldi: ma ogni volta che direte ancora una bestemmia, i venti soldi diminuiranno di quattro”.
“Va bene, rispose egli; stia certo che li guadagnerò tutti”.
Dopo un bel tratto di via i cavalli rallentavano già il passo, ed il cocchiere sferza e giù una bestemmia. “Sedici soldi, amico mio” gli dissi.
Ed il povero uomo si vergognava e diceva: “Davvero che le abitudini cattive non possono più togliersi”. E così continuava a rammaricarsi borbottando. Dopo un altro pezzo di strada, una sferzata e due bestemmie.
“Otto, amico mio; siamo ad otto soldi”.
“Possibile, gridava stizzito colui; possibile che siano così tenaci e dannose le male abitudini: io sono avvilito. Possibile che io non sia più padrone di me stesso? E poi questo maledetto vizio mi ha fatto già perdere dodici soldi”.
“Ma, amico, non dovete rattristarvi per così poco, ma piuttosto pel male che vi fate all’anima”.
“Oh! sì, rispose egli; è vero, gran male faccio io; ma, sabato voglio andarmi a confessare. È qui di Torino Lei?”
“Sì, sono dell’Oratorio di San Francesco di Sales”.
“Bene; voglio venirmi a confessare da Lei. Di grazia, il suo nome?”
“Don Bosco”.
“Va bene: ci rivedremo dunque ancora”. E viaggiando fino a Torino pronunciò ancora una bestemmia. Perciò io gli doveva soli quattro soldi, ma gliene feci accettare venti, spiegando che lo sforzo di non bestemmiare l’aveva fatto.
Tornai a casa. Dopo qualche settimana, lo vidi mescolarsi con i fedeli, ma subito non lo riconobbi. Quando venne il suo turno mi disse: “Mi riconosce? Sono il cocchiere di Ivrea e sappia che io, nei giorni scorsi, in un istante di inavvertenza, pronunciai il santo nome di Dio, ma poi non ho più bestemmiato. Mi son prefisso di stare a pane e acqua ogni volta che avessi detto una bestemmia; e ci sono stato una volta sola e non ci voglio più stare”».

















