LA NOSTRA STORIA
Gian Mario Ricciardi
Il chilometro quadrato della carità
I SANTI TORINESI PATRIMONIO dell’UMANITÀ
Grandi testimoni di carità, nell’Ottocento hanno capito, primi tra tutti, come stava cambiando la società.
Nell’Ottocento delle ingiustizie hanno capito, primi tra tutti, come stava cambiando la società. Oggi, sono le mani di Dio. Hanno creato un unicum nel mondo. Tra il 1811, anno in cui nasce san Giuseppe Cafasso, e il 1888, quando muore don Bosco, Torino ha la più alta concentrazione di santi. È la Provvidenza! È un gruppo, che non sempre è andato d’accordo; qualche volta s’è fatto pure i dispetti, ma ha costruito condivisione e giustizia. Continua a farlo perché in quel «chilometro quadrato» (come dice il cardinal Repole) ci sono fede, cuore, sogni. Hanno gestito vecchie e nuove povertà e, nel mondo impazzito, restano testimoni di carità. Le mani le hanno tese tra la Consolata, il palazzo di Giulia di Barolo, il Cottolengo, il Valdocco di don Bosco, gli Artigianelli di Leonardo Murialdo, i missionari della Consolata di Giuseppe Allamano, via San Donato di Francesco Faa di Bruno, il collegio degli Artigianelli di Giovanni Cocchi. In quel quadrilatero delle meraviglie di Dio, l’abbraccio prosegue con vari gruppi tra cui il Sermig, gli amici di Lia Varesio…
Cos’era allora la città? Catapecchie e casacce, le mura screpolate, squallidi alveari: una città con gli zoccoli ai piedi. Il centro era Palazzo Reale. Percorrendo la strada del Re (corso Vittorio Emanuele II) dal Po verso il centro, sfiorata piazza Carlo Felice, si avanzava fino ad incontrare strada San Salutore (corso Inghilterra) e di là, girando a destra, Porta Susina, quindi, attraverso corso Principe Eugenio, il Valdocco. In quelle strade si sono incrociate le vite più belle che la tradizione ci abbia lasciato. Sullo sfondo, però, c’è sempre stato san Giuseppe Cafasso. È lui che forma, segue, confessa. Incontra don Bosco, lo convince a non farsi francescano, gli mette in testa i ‘fondamentali’ di ciò che farà: giovani, poveri, malati. È l’uomo che sta in confessionale, che sa ascoltare, che sa convertire.
Il prete della forca
Quarantanove anni splendidi e belli: sono i suoi. Prete, padre, confessore, formatore di sacerdoti. In lui teoria e pratica si sono fusi. Sarà lui a portare don Bosco nelle carceri, lui a tenere per mano don Allamano, lui l’austero rettore della Consolata, lui Cafasso Giuseppe di Castelnuovo d’Asti, paese fortunato di santi e missionari dove nasce il 15 gennaio 1811, terzo di quattro figli. La sorella, Maria Anna, sarà la madre di don Allamano. Che intreccio di Provvidenza!
La Volta Rossa del Cottolengo
È il 29 maggio 1818 quando don Giuseppe Benedetto Cottolengo arriva a Torino da Bra e Corneliano, sulle colline del Roero. Ad attenderlo i canonici della chiesa del Corpus Domini, la parrocchia del ‘centro’. Lui ha 32 anni, una laurea in teologia, un cuore senza confini, l’irruenza dei giovani. Lavora, prega, assiste i senza niente. Non è ancora il ‘santo’ del Charitas Cristi urget nos. Il segnale da Dio gli arriva il 2 settembre del 1827. Nell’albergo della Dogana Vecchia vede morire una donna francese, Giovanna Maria Gonnet, rifiutata da due ospedali. Chiama il sacrestano, fa suonare le campane, chiede ed ottiene dai suoi amici di aprire un ricovero per gli ammalati. Lo trova in via Palazzo di Città e sarà la casa dalla Volta Rossa: la straordinaria avventura di san Giuseppe Cottolengo comincia così, senza soldi, ma con una fede grande come una montagna.
La tettoia di don Bosco
Giovanni, quando parte per cercare lavoro, ha 11 anni e qualche mese. Nel fagotto infila due camicie, un libro e una pagnotta di pane. Ne ha 20 quando sceglie. Sei anni dopo è prete. È il 1841. Un anno dopo morirà il Cottolengo. Gli offrono molti posti, ma lui non accetta. Ha un chiodo fisso: i ragazzi. Ne vede troppi girare, senz’arte, né parte, senza Dio, né futuro tra le vie della città e, soprattutto, troppo spesso, li incontra tra le mura delle carceri. È in quelle lunghe ore nei sotterranei delle prigioni che don Bosco diventa il «santo dei giovani». Siamo nell’estate del 1844; viene nominato direttore spirituale dell’Ospedaletto, un istituto per bambine ammalate che Giulia di Barolo, la marchesa in odore di santità, ha aperto alla periferia di Torino. Nell’estate del 1845, finalmente, don Bosco sembra aver trovato rifugio con la sua masnada di ragazzi in riva alla Dora. Anche da Borgo Dora vengono cacciati. È un «oratorio volante» il suo: dall’Ospedaletto a San Pietro in Vincoli, da San Martino ai Mulini Dora a casa Moretta e, infine, sul prato Filippi.
Giulia, Tancredi e i poveri
Juliette Viturnia Francesca Colbert de Maulévrier è una marchesa. Nobile ed originale, nata nel 1786, impulsiva e cocciuta, malinconica a determinata. Si sposa con Carlo Tancredi dei marchesi Falletti di Barolo. Insieme scrivono una delle storie più nuove sullo sfondo della Torino dei poveri. Anche lei è passata dal confessionale di san Giuseppe Cafasso nella chiesa di San Francesco e, in quelle strade strette, ha maturato e costruito un’opera di carità invidiabile. Il panorama è sempre lo stesso: centinaia di giovani, quasi tutti analfabeti, disoccupati o con lavori assolutamente precari abbandonati a loro stessi. Tutt’intorno delinquenza, prostituzione, alcolismo: un impasto esplosivo. Giulia si butta dentro a capofitto e diventa una delle più grandi manager della carità impegnandovi, a piene mani, soldi e case del suo patrimonio.
I missionari di don Allamano
È di Castelnuovo anche lui, come don Bosco, come il Cafasso. E anche lui nasce negli «anni unici» di Torino e del secolo. È il 1851 di Vittorio Emanuele II e Massimo d’Azeglio. Va in seminario a Torino, studia e cresce. Gli restano i maestri, le «grandi voci»: don Bosco, padre Anglesio, il Cottolengo, il Cafasso. Nel settembre del 1880, otto anni prima della morte di don Bosco, quasi venti dopo l’addio a don Giuseppe Cafasso, gli viene affidato il santuario della Madonna della Consolata, il «cuore» della città. Ecco, è tra le volte del chiostro, nelle brevi passeggiate del pomeriggio e nei confessionali, che don Allamano diventa «l’uomo delle missioni».
I giovani di Leonardo Murialdo
Figlio della borghesia, amico dei giovani e degli operai. Anche lui, Leonardo Murialdo, «semina» tra le zolle del Valdocco. È figlio di una famiglia bene; potrebbe forse avviarsi alla carriera militare, perciò i suoi lo fanno studiare dagli Scolopi a Savona. Nel 1851 è prete. Il Cottolengo è morto, don Bosco è nel mezzo della sua grandissima opera. Lui, Leonardo Murialdo ormai teologo, non ha ancora cominciato. Gira, ascolta, parla, ma soprattutto trascorre ore a rivivere con i giovani i loro sbagli, le paure, le difficoltà. Quanti ne incontrerà, poi, nel corso della vita, quanti ne aiuterà! Infatti, è con don Borel e don Bosco che acquista una piccola casa per i ragazzi.
Le donne di Francesco Faà di Bruno
Svetta, tra le case del grande quartiere di San Donato, un campanile originale per la forma e l’altezza. Porta la firma di un santo post-moderno straordinario che ha avuto la fortuna di vivere negli anni di don Bosco, del Cafasso, del Cottolengo. Non parlava mai di sé, lavorava sodo e aveva tre parole-guida: pregare, agire, soffrire. È Francesco Faà di Bruno, figlio di marchesi, alessandrino; la sua è una vita sospesa tra impegno civile e testimonianza di fede. 1825-1888: i suoi anni, ma anche quelli della straordinaria rivoluzione che attraversa l’Europa. Studia a Novi Ligure dagli Scolopi, poi all’Accademia militare di Torino e alla Sorbona di Parigi. Nell’Ottocento della miseria e degli anticlericali, il Faà di Bruno è un capitolo a sé. Anche a Torino lo scenario era drammatico: poveri, ragazze madri, disperati senza Dio. Lui, nobile e ricco capitano dello stato maggiore di Vittorio Emanuele II, non ha dubbi. Contemporaneo di Marx, Darwin, Nietzsche, collega del Lombroso e del Carducci, si compromette «tra i serventun» (serve in piemontese), dilapida il patrimonio e costruisce ricoveri e laboratori, case per le ragazze-madri. È lui a denunciare le ingiustizie, così merita il titolo di «Cavaliere degli stracci», «Cavalier dle pate».
Gli Artigianelli di Cocchi
Giovanni Cocchi nasce a Druento il 2 luglio 1813. Intorno al 1830 si trasferisce con la madre a Torino. Sacerdote nel ’36, diviene vicecurato dell’Annunziata. Nel 1840 apre l’Oratorio dell’Angelo custode. Vicino alle idee liberali, viene sospeso dalla direzione dell’oratorio per aver tentato di partecipare con alcuni dei suoi ragazzi alla battaglia di Novara del 1849. Intraprende la fondazione di quello che diventerà il Collegio degli Artigianelli, una struttura di ospitalità e formazione per ragazzi poveri e bisognosi di cure. Nel 1852 lascia la direzione del Collegio e si trasferisce a Cavoretto, dove fonda la prima colonia agricola italiana, per coniugare il recupero dei fanciulli a rischio con la formazione agraria. L’anno successivo, la colonia si trasferisce a Moncucco torinese, dove rimarrà sino alla chiusura nel 1877.
Sebastiano Valfrè, il beato di Bra
Sebastiano Valfrè (1629-1710) è originario di Verduno, ai piedi delle Langhe, parroco di san Filippo, la più grande chiesa di Torino passata alla storia per il suo oratorio e il lungo intrecciarsi di personaggi eccezionali tra quelle mura. Lui era venuto a Torino dalle colline per studiare filosofia e teologia, prende la laurea, ma soprattutto sceglie come modello di educazione quello di san Filippo Neri. In questo il beato Sebastiano Valfrè si conferma come uno dei primi «santi sociali» della millenaria storia di Torino.

















