BS Aprile
2024

COME DON BOSCO

PINO PELLEGRINO

I verbi dell'educazione 5 - Tifare

Devono essere i figli a scendere in campo, a costruirsi la vita; non possiamo sostituirli, non possiamo prendere il loro posto. Però possiamo incoraggiarli.

Avete letto benissimo: un verbo fondamentale dell’arte di educare è ‘tifare’. Tifare per il figlio.

Ogni bambino nasce ricco. Arriva sulla terra con quei preziosi trecento grammi di cervello che gli danno possibilità pressoché infinite. Se utilizzassimo a pieno il nostro cervello, salterebbero tutte le scale per misurare l’intelligenza tutti i test mentali. Il cervello ha la capacità di immagazzinare dieci fatti nuovi al minuto secondo, può accogliere una quantità di informazioni pari a centomila miliardi! Se fosse un calcolatore elettronico, per farlo funzionare occorrerebbe, nientemeno, che tutta l’energia prodotta dalle cascate del Niagara! Questo per il solo cervello. E che dire della capacità dì fantasticare, di immaginare, di creare, che risiede nella mente di un bambino? Più ancora, che dire della ricchezza del cuore che saprà amare? E della bocca che arriverà a parlare, a pregare? Ecco il bambino: un orizzonte di possibilità incalcolabili!

Ho, dunque, tutte le ragioni per essere tifoso del figlio. Chi tifa per una squadra, desidera che vinca, ma non può entrare in campo: deve lasciare ai giocatori il compito di condurre la partita. Così nell’educazione: deve essere lui, il figlio, a costruir­si la vita; non posso sostituirlo, non posso prendergli il posto. Però posso stimolarlo; però posso incoraggiarlo. Per questo gli faccio tifo!

  • Tifo perché il tifo passa entusiasmo. E chi ha entusiasmo ha grinta da vendere.
  • Tifo perché la correzione può fare molto, ma l’incoraggiamento fa di più.
  • Tifo perché il tifo gli rivela energie nascoste. E questo è un dono straordinario. Lo sosteneva con tutte le ragioni il filosofo francese Louis Lavelle: “II maggior bene che possiamo fare agli altri non è comunicare loro la nostra ricchezza, bensì rivelargli la loro”.
  • Tifo perché se prendiamo l’uomo per quello che è, lo lasciamo stare così com’è; se lo prendiamo per quello che dovrebbe essere, lo facciamo diventare quello che può diventare.

A proposito di ciò che stiamo dicendo, i cinesi hanno uno stupendo proverbio: “Credendo nei fiori, sovente si fanno sbocciare”.

Gli psicologi, invece, parlano di “effetto Pigmalione”. Secondo la leggenda, Pigmalione era un mitico re di Cipro che aveva il dono della scultura. Un giorno scolpì, in bianchissimo avorio, una figura di donna talmente bella che desiderò diventasse sua moglie. Pregò, allora, gli dei di trasformarla in donna. Gli dei lo esaudirono, e Pigmalione sposò la statua trasformata in bellissima carne.

Ecco: il desiderio, l’occhio buono, l’aspettativa, riescono a dar vita anche all’avorio, anche alle pietre. È provato che gli insegnanti che credono nei loro ragazzi, che attendono tanto da essi, hanno, come risposta, prestazioni superiori a quelle date ad insegnanti pessimisti, freddi, poco fiduciosi. È la triste prova del fatto che chi stima corto l’ingegno di una persona, glielo accorcia ancor più; ma è anche la simpatica conferma del proverbio cinese: “Credendo nei fiori, si fanno sbocciare”.

Le ragazzine e la matematica

A seconda del modo in cui affrontano ogni nuova sfida, si possono suddividere i bambini in due tipi: il tipo «mi riesce» e il tipo «non mi riesce». I bambini del primo tipo hanno una forte immagine di sé, e vedono le esperienze nuove come qualcosa che si può realizzare con la buona volontà. Ciò non significa che non vedano realisticamente le difficoltà, ma la loro fiducia è tale che sono capaci di esaminare freddamente e accuratamente il da farsi prima di adottare una particolare tattica. In questo modo le loro probabilità di successo aumentano considerevolmente, e, a loro volta, i buoni risultati accrescono ulteriormente la loro fede in loro stessi.

L’abituale reazione di un bambino con un’immagine negativa di se stesso è la protesta: «Non mi riesce…», ogni volta che si trovi di fronte a qualche esigenza inaspettata. I bambini del tipo «non mi riesce» iniziano di solito con il dubitare della loro competenza e della loro capacità in un campo particolare, ma estendono rapidamente questa mancanza di sicurezza ad ogni problema correlativo. Un bambino «non mi riesce», può cominciare con il dire: «Non so fare queste addizioni…» quando gli venga sottoposto un nuovo esercizio di aritmetica. E se non si interviene per accrescere il suo senso di competenza, ben presto la sua reazione diventerà: «Non so fare le addizioni…».

Il tipo «non mi riesce» vede ostacoli insormontabili perfino nei compiti più facili, e si rende la vita molto più complicata del necessario. Il mondo di questi bambini è pieno di cose impossibili, mentre quello dei bambini «mi riesce» è pieno di cose possibili. La reazione di molti adulti al persistente «non mi riesce» è quella di dichiarare il bambino irrimediabilmente stupido. In realtà è la sua immagine di sé a tradirlo, non la sua intelligenza.

Un interessante esperimento, che ha dimostrato come un tipo «non mi riesce» possa venir trasformato in un efficiente tipo «mi riesce», ha messo a fuoco le supposte differenze tra maschi e femmine quanto a capacità matematiche. In passato, la spiegazione per lo scarso rendimento delle bambine nei compiti di matematica era che le bambine non avevano «una mente matematica». Ma una ricerca condotta negli Stati Uniti, ha dimostrato che la colpa sta nel modo di imparare piuttosto che in differenze innate nel funzionamento del cervello. Come tutti gli altri aspetti dell’intelligenza, anche questa è una conseguenza di ciò che si è appreso nei primi anni di vita.

Sin dalle loro prime esperienze scolastiche, la maggior parte delle bambine è condizionata a credere fermamente che la matematica sia una materia in cui ci si aspetta che solo i maschi possano eccellere, e che richieda conoscenze e capacità di cui loro non comprenderanno mai le sottigliezze. Le alunne della ricerca vennero allenate a risolvere i problemi, ma anche addestrate a ridurre l’ansietà e a dare maggior valore all’immagine di sé; non solo dimostrarono un miglioramento nella comprensione della matematica, ma anche un interesse molto maggiore per tutte le materie scientifiche. Anche l’immagine di sé era mutata. I ricercatori commentarono: «II rendimento in queste materie era troppo scarso a causa di… atteggiamenti stereotipi negativi generalizzati».

Dietro il gergo psicologico sta un semplice messaggio. Cambiate l’immagine di sé e cambierete le capacità.          

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