BS Febbraio
2024

COME DON BOSCO

PINO PELLEGRINO

I VERBI DELL'EDUCAZIONE 3 - Parlare

Non parlare ai figli è trattarli da animali domestici.

La parola è fondamentale nell’educazione. È fondamentale almeno per tre motivi. Intanto perché è la parola a costruire la prima immagine inferiore che il bambino ha di sé. Quando il piccolo nasce, non sa, ad esempio, se è bello o brutto, se è buono o cattivo, se è intelligente o non intelligente. Il bambino pensa di essere quello che gli altri dicono che sia. Continuate a dire ad un bambino: “Sei antipatico, sei brutto!”: il bambino si convincerà di essere antipatico e brutto. Al contrario, ditegli: “Sei uno splendido bambino, farai qualcosa di meraviglioso…”: il piccolo si convincerà di avere molte possibilità e partirà con il piede giusto. Insomma, sulle parole degli altri il bambino modella l’immagine del proprio io: immagine che porterà con sé per tutta la vita. Vi sono cicatrici psicologiche contratte nell’infanzia che non si rimarginano più!

Il secondo motivo per cui parlare è fondamentale è perché le parole trasmettono pensieri, sentimenti, valori.

La parola è il più ricco allattamento psicologico. C’è una differenza enorme tra un ragazzo che sente solo parole come ‘mangiare’, ‘bere’, ‘vestire’ e quello che sente anche ‘pace’, ‘amore’, ‘silenzio’, ‘giustizia’, ‘Dio’ … Il primo penserà che nella vita basta diventare ‘grosso’, il secondo sarà invitato a diventare ‘grande’. Potenza delle parole!

Il terzo motivo dell’importanza fondamentale della parola sta nel fatto che la parola convince. Le armi possono vincere, la parola può convincere! Ebbene, qui arriviamo al cuore stesso dell’educazione. Educare, infatti, non è comandare, non è castigare (anche se il comando e il castigo ci vogliono): educare è far succedere fatti interiori, è persuadere, è convincere.

Datemi un ragazzo che abbia buone e profonde convinzioni, e mi date un ragazzo educato: un ragazzo che saprà tenere il suo giusto posto anche in una discoteca, anche in un pub.

Davvero: a conti fatti, l’educazione non è che parola condivisa!

Il periodo d’oro

Parliamo al bambino soprattutto tra i due ed i sei anni. Questi, infatti, sono gli anni d’oro per insegnargli a parlare. In essi il bambino si costruisce il vocabolario base che conserverà per sempre. Il piccolo che non impara a parlare da bambino avrà, in seguito, difficoltà mentali e disturbi relazionali. Ma, attenzione! Il bambino impara a parlare se ci sente parlare e non, ad esempio, se vede la televisione. La dottoressa Sally Ward, che è considerata la massima autorità inglese in materia, non ha dubbi: “Un bambino troppo teledipendente parla a tre anni come uno di due. Qualcuno forse dirà che un anno di ritardo è poco, no! È tanto, perché chi è in ritardo con la lingua materna a tre anni, lo potrà essere per tutta la vita”.

Dunque, parliamo al bambino. È ovvio: senza soffocarlo, senza annoiarlo; ma parliamo! Parlare al bambino non vuol dire limitarci a dirgli una o due parole, ma vuol dire formare una frase completa, grammaticalmente corretta. Andate dal panettiere? Raccontategli del pane, di quanti tipi di pagnotte si possono trovare… Passate davanti ad una vetrina? Domandate alla bambina quale abito vi potrebbe andar meglio, quale colore vi sarebbe più adatto… Insomma, dobbiamo superare il modo di parlare che si riduce ai comandi secchi, rapidi, tassativi. Certo, anche queste sono parole, ma sono parole che non insegnano a parlare. Per favore, trattiamo meglio la mente del nostro bambino. Il cervello del bambino vuole il mare, non cucchiaini d’acqua; vuole frasi complete, non mozziconi di parole.

L’enorme potere della chiacchierata

Siamo in piazza. Due famiglie si incontrano e, ovviamente, si mettono a chiacchierare del più e del meno. Ad un certo punto il discorso dei papà cade sulla politica, mentre quello delle mamme sulla scuola. I figli (hanno 8, 10, 13 anni), dopo aver giocato un po’, smettono e si avvicinano ai genitori che ancora parlano e danno giudizi sui rispettivi argomenti. Non è il caso di dire ai ragazzi: “Aprite le orecchie!”: i figli sono tutt’occhi e tutto orecchi, Non solo sentono, ma, una volta tanto, ascoltano davvero papà e mamma che, senza saperlo, senza pensarci, sono saliti in cattedra e danno lezione! Non sanno di insegnare, eppure, mai come in questo momento, sono maestri.

Tutti gli esperti dicono che tante volte si educa quando meno si pensa di educare! È questo il caso delle chiacchierate informali. Le parole dette spontaneamente, liberamente, rivelano, più di quelle dette dalla ‘cattedra’, quali sono i nostri pensieri, le nostre opinioni, i valori in cui crediamo: ecco perché hanno un fortissimo impatto sulla mente dei figli.

POLLICINO

Perché passavano i mesi e il bellissimo Fabio rimaneva un piccolo adorabile bambino. Mamma e papà dovettero arrendersi all’evidenza: il loro piccolo non si decideva a crescere. Intrapresero subito il pellegrinaggio negli studi dei più importanti professoroni in materia di crescita. Tutti misuravano, pesavano, auscultavano, si facevano pagare un bel po’ e poi dicevano con aria solenne: «Bah!».

La sera del primo compleanno di Fabio, però, il papà prese una decisione: «Piccolo o no, andiamo tutti a mangiare all’Oca Ciuca!»

L’Oca Ciuca è una pizzeria che ha dei bellissimi seggioloni per bambini piccoli agganciati al tavolo dei grandi. In uno di questi fu sistemato Fabio. Mamma e papà ordinarono la pizza con le acciughe che era la loro preferita e mentre aspettavano guardarono il loro bambino che pareva ancora più piccolo nel seggiolone. Il papà si intenerì e disse: «Fabiuccio mio, in ogni caso sei la cosa più bella che ho!» «Sono proprio felice di averti» aggiunse la mamma.

POF! Lì per lì nessuno se ne accorse, ma qualcosa di strano successe. Nel frattempo erano arrivate le pizze e mamma ne aveva preso un pezzetto minuscolo per metterlo in bocca a Fabio, ma non la centrò. La bocca era più in alto di dove se l’aspettava. «Ahi!» fece la mamma. Fabio aveva due denti! E poco prima non c’erano. Il bambino gorgogliò felice.

«Ma com’è bravo il mio campione!» disse papà.

POF! Successe di nuovo. Le gambe paffute di Fabio uscirono dal seggiolone. «Miracolo!» gridarono insieme mamma e papà, richiamando l’attenzione di tutti.

«È ora che gli compriate un vestito un po’ più grande» bofonchiò la cameriera che era accorsa preoccupata. Fabio infatti aveva letteralmente squarciato la sua tutina da poppante.

La mamma lo prese in braccio e lo strinse forte. «Bambino mio, grazie, grazie, grazie…» piangeva e rideva di gioia. POF! Fabio crebbe di altre due dita. Il papà, che guardava a bocca aperta, sentenziò: «Ho capito! Sono le nostre parole che lo fanno crescere! Eravamo così preoccupati di tutto il resto e ci eravamo dimenticati di parlare con lui!»

«Caro, caro Fabiuccio mio!» fece la mamma, coprendolo di baci.

«Calma, cara» intervenne il papà. «Altrimenti arriverà a due metri!»

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