COME DON BOSCO
PINO PELLEGRINO
I verbi dell'educazione 18 - GUARDARE e VEDERE
Il bambino si accorge se è solamente guardato o se è visto. Si accorge se si è lì per lui e con lui o se si è lì per l’amica con la quale parliamo; se si è per il bucato che stiamo stirando, per la televisione che stiamo guardando.
Una maestra stava correggendo i compiti dei suoi studenti.
Nel frattempo, suo marito passeggiava per casa con lo smartphone in mano, immerso nel suo gioco preferito.
Quando arrivò all’ultimo compito da correggere, la maestra iniziò a piangere in silenzio.
Il marito, vedendola, le chiese: «Cosa è successo?». La moglie rispose: «Ieri ho dato come compito ai miei studenti di scrivere qualcosa sul tema “Il mio desiderio”».
Il marito disse: «Va bene, ma perché piangi?» La moglie, trattenendo le lacrime, rispose: «Correggendo l’ultimo compito, non sono riuscita a trattenere il pianto». Il marito, incuriosito, chiese: «Cosa c’era scritto di così commovente?»
La moglie cominciò a leggere: «Il mio desiderio è diventare uno smartphone. I miei genitori amano molto il loro smartphone. Si prendono cura del loro smartphone al punto che a volte si dimenticano di prendersi cura di me. Quando mio padre torna stanco dal lavoro, ha tempo per il suo smartphone, ma non per me. Quando i miei genitori stanno facendo qualcosa di importante e lo smartphone squilla, al primo squillo rispondono subito, ma non fanno altrettanto con me… anche se sto piangendo. Giocano con il loro smartphone, ma non con me. Quando parlano con qualcuno al telefono, non mi ascoltano, anche se sto dicendo qualcosa di importante. Quindi, il mio desiderio è diventare uno smartphone».
Dopo aver ascoltato quelle parole, il marito si commosse e chiese alla moglie: «Chi ha scritto questo tema?». La moglie, con gli occhi lucidi, rispose: «Nostro figlio».
Il contatto visivo
Tutti i figli amano essere guardati. Persino gli adolescenti che sembrano così sicuri e indipendenti. Che cosa sono i tatuaggi, il piercing, le tante cure del look, talora molto strane, se non un’invocazione: «Guardateci!».
Ebbene, guardiamo i figli! Il contatto visivo è una straordinaria via educativa.
✦ Lo sguardo soddisfa i bisogni emotivi del figlio. Con lo sguardo si comunica amore. Lo sanno bene gli innamorati che talora sembrano mangiarsi con gli occhi. Guardare uno è come dirgli: “Tu esisti per me! Tu sei entrato nei miei pensieri, nei miei affetti”. Nei campi di concentramento tedeschi, era severamente proibito ai prigionieri guardare negli occhi i loro carcerieri. Perché? Perché questi avrebbero potuto intenerirsi.
✦ Lo sguardo dà valore ai figli. Essere guardato significa essere considerato. Non essere guardato significa essere abbandonato, essere di nessuno. È lo sguardo che, molto più che non i regali e i denari, dà al figlio la certezza d’essere qualcuno. Certo è che se guardassimo i figli, almeno quanto guardiamo il bagno o l’automobile, avremmo indubbiamente ragazzi meno tristi, meno infelici, meno delusi della vita.
L’arte di guardare i figli
La cosa non è del tutto semplice. Vi sono, infatti, modi buoni di guardare e modi sbagliati. Iniziamo da questi.
Sguardi sbagliati. Un tipo di sguardo sbagliato è lo sguardo poliziesco che controlla in continuazione il figlio, non lo lascia libero un momento, lo tacchina tutto il giorno. Lo sguardo poliziesco potrà, forse, fare un figlio disciplinato, ma non un figlio educato, come i carabinieri che mantengono l’ordine, ma non formano gli uomini.
Un secondo tipo di sguardo sbagliato è lo sguardo minaccioso. Vi sono genitori che sfruttano lo sguardo per dare ordini, rimproverare, criticare. “Guardami negli occhi!”, urlano, fissando il figlio con il loro sguardo fulminante. È vero che il figlio va rimproverato, ma, forse, lo sguardo truce non è la via migliore. Papà e mamma dovrebbero essere ricordati dal figlio con altri occhi, non con quelli severi e fulminanti.
Terzo tipo di sguardo sbagliato è lo sguardo indifferente. Tra tutti è il peggiore, l’indifferenza è sempre insopportabile al figlio: gli gela l’anima; gli fa perdere la voglia d’essere al mondo. Non è forse vero che, a ben pensarci, ha senso essere al mondo solo se si è per qualcuno?
Sguardi buoni. Sguardo buono è lo sguardo generoso che – si noti! – vede nel figlio ciò che nessuno vede. Lo scrittore francese François Mauriac un giorno ha detto: “Amare qualcuno significa essere l’unico a vedere un miracolo che per tutti gli altri è invisibile”. In ogni bambino c’è un miracolo nascosto. Se incominciassimo a vedere ciò che il nostro figlio ha, non avremmo più tempo di pensare a quello che non ha.
Altro sguardo buono è quello che non si limita a ‘guardare’, ma ‘vede realmente’. Vi sono tante persone che ‘guardano’, ma non ‘vedono’. Guardare è spontaneo, vedere è una conquista. Vedere una persona è accorgersi che c’è per davvero; è capire il suo stato d’animo, entrare in sintonia con i suoi sentimenti. Il bambino si accorge se è solamente guardato o se è visto. Si accorge se si è lì per lui e con lui o se si è lì per l’amica con la quale parliamo; se si è per il bucato che stiamo stirando, per la televisione che stiamo guardando.
Terzo tipo di sguardo buono è quello sempre nuovo. Il figlio cresce e cambia: dobbiamo rinnovare anche il nostro modo di guardarlo. Perché ostinarci a vedere sempre la piccola pianta e non il meraviglioso albero che sale? Perché non adattarci alla sua crescita?
Ad un certo momento dobbiamo cambiare gli occhiali e accorgerci che il figlio non è più un bambino, ma un fanciullo, un adolescente, e trarne le conseguenze nel nostro modo di parlargli e di trattarlo. Voler continuare a vederlo sempre bambino, è come otturare la fontana della vita che gli irrompe dentro; è come potare un pino che è nato per svettare e farne un basso bonsai.
















