COME DON BOSCO
PINO PELLEGRINO
I verbi dell'educazione 17 - DESATELLIZZARE
Anche se l’infanzia e l’adolescenza sono trascorse serenamente in famiglia, arriva sempre un “bombardamento” di segni che spingono prepotentemente “fuori”.

I figli sono come le navi: le navi non son fatte per restare in porto, ma per prendere il largo. Almeno una volta era così. Oggi non lo è più: oggi i figli preferiscono stare nel porto.
“Viva la mamma”, cantava Edoardo Bennato: quasi un inno per i sette milioni di giovani italiani tra i venticinque-quarant’anni che non abbandonano la casa.
D’altronde, perché andarsene? È troppo comodo vivere sulle spalle dei genitori, lavati, stirati, rifocillati, coccolati!
E così i “figli prolungati”, cioè i figli di mamma a vita, aumentano sempre più.
Il fenomeno è tipicamente italiano. In Inghilterra, come negli Stati Uniti, i figli salutano e se ne vanno ben prima di sposarsi, spesso quando iniziano a frequentare l’università, già tra i sedici e i diciotto anni. In Francia l’82% dei ragazzi tra i venti e i trent’anni vive per conto proprio; in Germania la percentuale scende di poco, attestandosi al 74%. In Svezia a sedici anni i figli vengono mandati fuori casa, forse anche troppo violentemente. In Italia no.
Le conseguenze?
Gravissime! Standosene tranquilli in casa, i ragazzi rimandano sempre più il momento di crescere.
L’esorcismo
Con piglio deciso, lo psichiatra Paolo Crepet scrive: «Un tempo le madri tuonavano: “Questa casa non è un albergo!” quando i figli la identificavano con la comodità, scorciatoia per una indipendenza apparente.
Se i ragazzi pretendevano questo, la porta di casa era aperta: dovevano accomodarsi altrove nel mondo. Oggi quella battuta ha virato, ha perduto quel “non” essenziale: “Questa casa è un albergo, spero di tuo gradimento. Restaci pure finché ti pare, se vuoi cambiamo il computer di dotazione… Purché tu rimanga qui” è l’esorcismo al timore che la costruzione di un’autentica autonomia faccia sprofondare chi resta nel vuoto, davanti a uno specchio.
E perché ciò non avvenga, molti genitori sono disposti a sacrificarsi: dall’investire nell’arredamento delle camere dei figli – che diventano suite di alberghi extralusso con servizi telematici d’avanguardia, box doccia connesso all’Mp3 per godere della musica preferita anche sotto l’acqua calda – al rinunciare a qualsiasi controllo sull’uso di quei luoghi.
Già dall’adolescenza non esistono divieti all’ingresso di partner amorosi (molti genitori approvano che dormano insieme a casa, si sentono più tranquilli), uscite e rientri notturni senza commenti sono la norma. Grand hotel domestico».
Fuori dal nascondiglio
Un’inchiesta condotta alcuni anni fa ha scoperto che il 46% dei ragazzi italiani non ha voglia di diventare adulto!
Sono ragazzi culturalmente più preparati di quelli di qualche generazione fa, ma con un forte ritardo per quanto riguarda la maturazione umana. Ragazzi col complesso del “paguro eremita”: il mollusco che si infila in una conchiglia vuota e se ne vive pacifico in essa.
Ragazzi incapaci di farsi carico di sé. Ragazzi insicuri; ragazzi bonsai: il troppo benessere casalingo impedisce loro di “essere”.
Il poco detto è sufficiente per arrivare alla conclusione: genitori, per favore, tagliate il cordone ombelicale! I ragazzi non sarebbero “mammoni”, se i genitori non fossero “figlioni”. Non è forse vero che talora siamo proprio noi a non volere che il figlio se ne vada di casa? D’ora in poi quando alla sera torna a casa il cucciolone di trenta-trentacinque anni, non forniamogli più i sofficini; lasciamo che, come più volte abbiamo detto, impari a camminare sulle sue gambe, a volare con le sue ali.
Educare è rinunciare al possesso. Educare è desatellizzare.
Ha detto bene lo scrittore inglese Gilbert Chesterton: «La persona più indimenticabile è quella che sa condurre lo spirito degli altri fuori dal suo nascondiglio».
OTTO RICETTE PER DESATELLIZZARE UN FIGLIO
- Mettiamoci bene in mente, fin da quando il figlio è piccolo, che un giorno o l’altro dovremo perderlo.
- Convinciamoci che i genitori sono come le impalcature di un palazzo: ad un certo momento le impalcature si devono togliere, e così appare il palazzo.
- Smettiamo, al più presto, di insaponarlo.
- Non facciamolo crescere col sedere nel burro.
- Diciamogli che la casa non è un albergo ove si mangia, si beve e si esce senza pagare il conto.
- Tutte le volte che può, lasciamo che se la sbrighi da solo, già nella prima infanzia.
- Diamogli delle responsabilità e facciamogli credere che contiamo su di lui. Aveva ragione il filosofo inglese John Locke a dire che “quanto più presto tratterete il fanciullo da uomo, tanto più presto comincerà a diventarlo”.
- Teniamo presente che la vera cartina di tornasole della nostra riuscita in quanto genitori-educatori è questa: abbiamo fatto bene il nostro lavoro, dal momento in cui il figlio non ha più bisogno di noi.

















