COME DON BOSCO
PINO PELLEGRINO
I verbi dell'educazione 14 - RESISTERE
Le sfide che i vostri figli affrontano hanno uno scopo molto importante: li aiutano ad affinare e a sviluppare le capacità di cui hanno bisogno per avere successo nella vita.

«Quando David, il mio figlio più grande, aveva tre anni, il suo giocattolo preferito era un piccolo Superman in miniatura. Ci giocava tutto il giorno e se lo teneva accanto anche nel letto, quando dormiva. Un giorno io e mia moglie lo andammo a prendere insieme all’asilo e tornammo a casa. Vivevamo in un appartamento al decimo piano, così entrammo in ascensore. Io e mia moglie parlavamo tra di noi e David parlava con il suo piccolo Superman. Quando l’ascensore arrivò al piano, le porte si aprirono e, proprio mentre uscivamo, David fece cadere Superman. Purtroppo era un Superman che non volava e che si infilò precisamente nella fessura tra l’ascensore e il pavimento, precipitando per dieci piani. Andato per sempre. Nemmeno mamma e papà potevano recuperarlo.
David cominciò a urlare, disperato. Lo abbracciai, cercando di tranquillizzarlo, e feci per dire qualcosa ma, come spesso accade, mia moglie capì che cosa stavo per dire e mi fece cenno di tacere. Quello che avrei detto a mio figlio quel giorno era: “David, non preoccuparti, ti compreremo un altro Superman, anzi, te ne compreremo cento”. Appena entrati in casa, David corse in camera sua piangendo disperatamente, allora dissi a mia moglie: “Perché mi hai zittito? Non senti come piange?”. Lei mi rispose: «Tal, non privare David dell’opportunità di imparare ad affrontare le difficoltà”.
Non privare David dell’opportunità di imparare ad affrontare le difficoltà… questa è una delle lezioni più importanti che abbia mai ricevuto sull’essere genitori. Mia moglie aveva perfettamente ragione: è solo così che i bambini (e gli adulti) sviluppano la resilienza, le proprie risorse e la creatività».
I genitori tendono a intervenire troppo in fretta per togliere i figli dalle situazioni difficili. Maria Montessori, una delle più grandi educatrici della storia, basava i suoi metodi educativi sull’idea che l’adulto non dovrebbe mai fare quello che il bambino è in grado di fare da solo. Nel discorso ai suoi laureandi della Harvard Business School, il professor Clayton Christensen volle condividere questo messaggio con i presenti: «Le sfide che i vostri figli affrontano hanno uno scopo molto importante: li aiutano ad affinare e a sviluppare le capacità di cui hanno bisogno per avere successo nella vita. Avere a che fare con un professore difficile, fallire in un’attività sportiva, imparare a orientarsi nella complessa struttura sociale dell’ambiente scolastico… queste sono le materie principali della scuola dell’esperienza». Ora possiamo aggiungere all’elenco altre esperienze, come affrontare la didattica a distanza, il distanziamento sociale e la sospensione di tutte le attività che i nostri figli aspettavano con ansia. I bambini imparano molto dalle sfide; acquisire esperienza sulla gestione delle difficoltà fin dai primi anni di vita li renderà più capaci di superare i problemi e di dare un ottimo esempio agli altri quando saranno grandi.
Per non allevare un piccolo despota
“A mio figlio non deve mancare niente; non voglio che soffra quello che ho sofferto io, non voglio che faccia la vita che ho fatto io…”: è un ritornello. E così si dà al figlio non solo tutto il necessario, ma anche il superfluo e qualcosa di più. Nessuno ci fraintenda! Non vogliamo vedere i ragazzi soffrire; non vogliamo ritornare al pane nero né al lavoro dell’operaio e del contadino aggiogati alla fatica come i buoi all’aratro. Ciò che vogliamo dire è ben altra cosa.
Vogliamo ricordare che troppo ‘benessere’ finisce con l’uccidere l’essere. Il benessere può ingrandire il corpo, ma non abbellire l’anima. Il solo benessere fa uomini cresciuti di fuori: uomini ‘grossi’, non uomini ‘grandi’. Vogliamo dire che viziare è sempre ingannare. La vita non è un lecca-lecca continuo, non è una crociera; non tutti i giorni è Natale o il compleanno. Educare è anche far faticare! Educare è porre ostacoli, proporzionati, s’intende, allo sviluppo fisico e psichico del figlio.
Parliamoci chiaro: che cosa succede quando il ragazzo non si sente mai dire “no”? Succedono solo pasticci. Ormai, dopo tanta pedagogia permissiva, lo ammettono tutti. I “no” aiutano a crescere; “un bambino abituato a delle regole è sicuramente un bambino, un ragazzo, un adolescente più capace a far fronte alle difficoltà” (Giovanni Bollea, psichiatra); al contrario, un bambino abbandonato a se stesso diventa “un rompi-scatole, un adulto instabile, nevrotico, infantile” (Silvano Sanchioni, assistente sociale); “un bambino non abituato, fin dall’inizio della vita, a limitarsi, può facilmente diventare un piccolo despota” (Renata Rizzitelli, psicologa).
Bentornato sacrificio!
È pericoloso stare a lungo senza soffrire. Una giornata senza sacrifici è una giornata di sconfitte: la volontà si allenta; il nemico (pigrizia, egoismo, animalità…) troverà più facile vincere. Che fare, dunque?
La risposta è chiara: riaprire la porta al sacrificio! I sacrifici si possono dividere in due categorie: quelli passivi e quelli attivi.
I primi sono i sacrifici imposti dalla vita stessa: il lavoro, lo studio, la professione, i disturbi di salute, la convivenza umana…
I secondi sono i sacrifici cercati, voluti, preparati da noi stessi.
Qualche esempio? Saltare giù dal letto al primo squillo della sveglia; mangiare le carote che non piacciono; bere un caffè amaro; soffrire il mal di denti senza dirlo a nessuno; aspettare che tutti si siano serviti; praticare il digiuno televisivo; non fare telefonate chilometriche… Forse qualcuno potrà anche sorridere. Eppure sono proprio questi preziosi sacrifici che tengono a galla la volontà, perché possa sopportare il prezzo del vivere umano.
LA VITE E IL POTATORE
Un giorno la vite disse al potatore: «Perché mi stai venendo incontro con quelle forbici? Forse mi vuoi potare come si faceva ai tempi d’una volta? Buttala via: non sai che adesso i tempi sono cambiati?». «Già, rispose il padrone. A pensarci bene non hai torto. Non siamo più ai tempi d’una volta». E poiché i tempi erano cambiati, non la potò. Ma in autunno la vite non ebbe uva. Come al solito, vennero gli amici per assaggiare il vino nuovo. «Non c’è vino nuovo. I tempi sono cambiati!», disse, sconsolato, il proprietario della vigna.
















