COME DON BOSCO
PINO PELLEGRINO
I verbi dell'educazione 11 - Educare a PENSARE
Insegnare a pensare è uno dei compiti più importanti dell’educazione.

Tutto, infatti, comincia dai pensieri che si muovono nella mente: chi ha idee sane può vivere bene, chi ha idee sbagliate non può che vivere male. Sì: sono le idee che fanno muovere le ruote della vita; è il cervello che comanda. Le camere a gas non le ha inventate Hitler: le hanno inventate coloro che le hanno pensate; Hitler ha solo aperto il rubinetto e acceso il fiammifero. Così il muro di Berlino, prima di cadere sotto i colpi del piccone, è caduto nella testa di qualcuno.
Più vicino a noi, possiamo dire che non basta avere il casco in testa, ci vuole la testa sotto il casco! Bastano queste poche battute iniziali per convincerci che proteggere il cervello del figlio, aiutarlo a ben pensare, non è un optional pedagogico, ma uno tra i nostri primi doveri. Per passare subito al concreto, vediamo che fare.
Salvare il dubbio
Educare a pensare significa, innanzitutto, salvare il dubbio. Un tempo non lontano (pensiamo al periodo fascista) gli uomini erano liberi di pensare, ma non liberi di dire quello che pensavano; oggi son liberi di dire quello che pensano, ma non sono più liberi di pensare: c’è chi pensa per tutti!
Ed ecco, allora, quella massa di gente che se ne va in giro come robot: beve tutto, crede tutto, ubbidisce a tutto. Il suo motto è: «Così fan tutti». Il filosofo danese Soeren Kierkegaard la chiamerebbe “massa di scimmie”.
Salvare il dubbio, dunque!
Ciò che fa, ad esempio, il padre quando in auto si domanda ad alta voce, in modo che i ragazzi che sono sul sedile posteriore sentano: «Perché si devono bere quelle bibite così orrende, con orrendi sapori, solo perché sono pubblicizzate dalla televisione? Perché si devono portare quelle scarpe che fanno male al ditone, solo perché sono previste dalla moda?».
Educare alla critica
Educare a pensare significa, poi, educare alla critica, nel senso giusto della parola che significa vagliare, scegliere.
La madre che in negozio domanda alla figlia: “E tu che ne dici di questo abito, di questo cibo?”, educa alla critica, perché parla, dialoga, discute. E, intanto, il pensiero si affina, si fa riflessivo, profondo. Si fa pensiero vero.
Un ragazzo con una buona riserva critica sarà sempre un uomo libero che ha capito che le manette peggiori sono le manette mentali.
Dire no al pensiero prefabbricato
Finalmente, educare a pensare significa dire no al pensiero prefabbricato.
Oggi, appena il bambino nasce, in mille gli piombano addosso per imporgli le istruzioni per l’uso della vita. Gli programmano tutto, dalla nascita alla morte. Gli stabiliscono quale pappa deve mangiare, quale pannolino deve usare, quando deve fare il ruttino. Più tardi gli dicono quale grembiulino deve usare per andare alla Scuola dell’Infanzia, quale zainetto mettersi sulle spalle per la Scuola Primaria, quale diario comprare per le Medie Inferiori e Superiori… Vacanze, sport, parole… tutto è predisposto. E guai a sgarrare! Chi esce dal gregge è guardato a vista: ha un caratteraccio, è un impertinente, un presuntuoso. Viviamo in tempi di appiattimento e di indottrinamento come non mai. La nostra è una società di spettatori, di gregari, non di protagonisti. Ebbene noi diciamo: basta con la morte cerebrale, basta con i pensieri precotti.
Aveva tutte le ragioni il poeta francese Charles Péguy a dire che “C’è qualcosa di peggio che pensare male: è avere pensieri prefabbricati”. Ecco: educare a pensare significa educare a riappropriarci della nostra mente, significa educare ad essere protagonisti della nostra vita, a guidarla in proprio.
Salvare il libro
Il noto scrittore Edmondo De Amicis diceva: “La differenza tra me e un selvaggio è che io ho avuto nella casa paterna una biblioteca”. D’accordo: è la lettura che fa la differenza! Il libro è l’antiruggine del cervello, è il footing dell’anima, il solletico della fantasia. Per questo anche in tempi di elettronica conserva tutta la sua valenza educativa. Mentre la televisione offre quello che gli studiosi chiamano “pensiero veloce”, il libro è occasione di “pensiero profondo”. Guardare la televisione è come andare in treno o sfrecciare in macchina; leggere un libro, è come andare a piedi: è vedere di più, è gustare di più. Nell’acqua corrente non si vedono le stelle!
Siamo sinceri: è troppo comodo rassegnarsi al fatto che oggi le gelaterie battono le librerie, che mentre la gastronomia è alle stelle, l’editoria è in crisi, che mentre si apprezzano i titoli bancari, si ignorano i titoli dei libri.
Il libro è troppo importante per lo sviluppo psichico del nostro ragazzo. Dobbiamo proteggerlo, dobbiamo salvarlo. In che modo?
Gianni Rodari, bravissimo scrittore di libri per ragazzi, con molto realismo, diceva: “Non si nasce con l’istinto di leggere, come si nasce, invece, con altri istinti: mangiare e così via. Quello di leggere è un gusto che va educato, che va innestato, coltivato”. Ciò che vogliamo fare noi.
Ecco alcuni consigli che abbiamo sperimentato sempre utili.
✦ Fin da piccolo, portiamo il figlio in libreria, in biblioteca perché possa vedere, palpare, sfogliare il libro. La produzione è abbondante e anche di alto livello per ogni età.
✦ Più grande, abboniamolo a qualche rivista. Teniamo in casa una, sia pur semplice, libreria. Ancora De Amicis diceva che “Una casa senza libreria, è una casa senza dignità”.
✦ Facciamoci vedere lettori e non solo compratori di libri-tappezzeria.
✦ Quando gli facciamo un regalo, non dimentichiamo mai di aggiungere un libro. Il libro è più intelligente di una catenina d’oro. È ovvio che il libro andrà scelto almeno con la stessa cura con cui compriamo un paio di scarpe che si mettono ai piedi.
✦ Non diciamogli mai “no” quando ci chiede di comprargli un libro adatto. Quante volte, invece, abbiamo visto rifiutare l’acquisto di ottimi libri (non costosi) sospirati dal figlio e sentire, subito dopo, domandare al piccolo: “Vuoi il gelatone?


















