COME DON BOSCO
PINO PELLEGRINO
I VERBI DELL'EDUCAZIONE 2 - Fare famiglia
La famiglia è l’anticamera di tutto; l’anticamera della riuscita personale, del successo scolastico, dei rapporti sociali.
Il primo regalo che possiamo fare a un figlio è il dono della famiglia.
Si noti: diciamo “famiglia”, non “casa”. Infatti, altro è “famiglia”, altro è “casa”. È noto lo spot: “Dove c’è Barilla c’è casa”. Esatto! Barilla può fare casa, ma non è detto che faccia famiglia. A fare casa sono le cose: le pareti, i termosifoni, i mobili, la lavatrice, il tritatutto, le tendine, i letti, i tappeti…
La famiglia, invece, è un’atmosfera, un clima, un nido fatto di persone che si vogliono bene e si aiutano.
Famiglia è essere accolto quando ritorni a casa,
Famiglia è qualcuno che si prende cura di te quando ti ammali, quando perdi la testa e sbandi,
Famiglia è una sorpresa: un pranzetto speciale per il compleanno, un ricordo portato dalla gita…
Famiglia è mangiare ‘insieme’ e non solo ‘accanto’ gli uni agli altri,
Famiglia è il luogo ove si può ridere quando si ha voglia,
Famiglia è il luogo ove si è accolti per quello che si ‘è’, e non per quello che si ‘sa’ come a scuola, o per quello che si ‘fa’, come al lavoro. Questo è la famiglia!
Certo in essa non tutto è perfetto, non tutto è sempre buono. La scrittrice Natalia Ginzburg dice che “la famiglia sarà piena di germi e di batteri però serve alla persona per crescere”.
La famiglia è l’anticamera di tutto; l’anticamera della riuscita personale, del successo scolastico, dei rapporti sociali.
È nella famiglia che si mettono le basi profonde del nostro io psichico che porteremo sempre con noi. La famiglia ci firma!
Fare famiglia dovrebbe essere sempre il primo proposito all’inizio di ogni giorno.
La malattia più insidiosa
Vi è un mucchio di teorie sul perché le famiglie oggi non funzionino più. Dicono che la colpa sia dell’impostazione della nostra società agitata e tesa; che sia della struttura degli alloggi così ristretti da asfissiarti; che sia del lavoro che costringe a staccarti da casa e restare lontano per ore ed ore… Nessuno vuol negare che queste siano ragioni da prendersi nella massima considerazione. Forse, però, se guardiamo a fondo, la causa più vera delle difficoltà in cui si dibatte la famiglia è un’altra: è una crisi di cuori.
Che importa avere case superaccessoriate con tanto di elettrodomestici, di televisione, di apriscatole, di tritatutto…, se poi per un nulla si urla, si fa il broncio, non si perdona…?
Le famiglie sono ammalate di ‘sclerocardia’: la malattia della durezza di cuore. Ognuno ruota su se stesso, chiuso in se stesso. Il singolare prevale sul plurale: l’io schiaccia il noi. Ebbene, quando il ‘noi’ prevalesse sull’‘io’, sarebbe una splendida rivoluzione casalinga. Quando il marito si mette a vivere al plurale, allora, ad esempio, non allaga più il bagno ogni volta che fa la doccia, perché sa che alla moglie questo proprio non piace; non dissemina più gli indumenti, quando si spoglia prima di andare a letto; non si disinteressa più delle faccende domestiche; pensa ai figli, anche prima che il campionato di calcio sia finito; elimina l’urlo che dà fastidio a tutti… Anche la moglie, dal momento in cui si mette a vivere al plurale, non accoglie più il marito al ritorno dal lavoro con un fiume di parole, perché sa che questo lo infastidisce non poco; non passa più lunghe ore in chiacchiere al telefono; non impiega più un’ora prima d’essere pronta per uscire; non gli impone la dieta che piace a lei; spegne la luce a letto, anche se mancano poche pagine alla fine del giallo… E i figli?
Anche i figli saranno rivoluzionati quando capiranno il valore del vivere al plurale.
Allora scopriranno che esistono modi gentili di parlare: “Grazie”. “Per favore”. “Perdonami”… Allora non considereranno più la madre come una serva e il padre come un bancomat… E così l’aria di casa cambia. La famiglia ritorna umana. In essa ora si trovano persone che non vivono più solo ‘accanto’, ma anche ‘insieme’; persone capaci di ascoltarsi, di amarsi per quello che ognuna è, e non per quello che serve o fa.
In tal modo la famiglia cessa d’essere una fabbrica di nevrosi, come lo è tutte le volte che è luogo di ripicca, di predominio, di gelosia, di superbia, di individualismo.
IERI E OGGI
Quando mio nonno paterno (classe 1885) tornava a casa da scuola, rientrava in una piccola tribù: genitori, fratelli e sorelle, ma anche zie, cugini, amici… Mio nonno e la maggioranza dei suoi coetanei sono dunque cresciuti attraverso l’aiuto che si offre e si ottiene tra fratelli, parenti e amici: peer education, la chiamano gli anglosassoni. Non erano tanto i genitori (spesso stremati dalla fatica del quotidiano) a educarli, ma una nuvola di persone ognuna delle quali prendeva in carico l’altro, specie se più piccolo e indifeso. Poi c’erano i cortili, i campetti, i prati… La legnaia di Boka in cui si rifugiavano i ragazzi della via Pal non c’è più: c’è Facebook.
Mia figlia, come la gran parte di chi è adolescente oggi, quando torna da scuola difficilmente trova qualcuno. Nella sua generazione, le famiglie (quando non è intervenuta una separazione) sono mononucleari, di rado ci sono fratelli, entrambi i genitori lavorano e i luoghi di crescita sono desertificati, come se in un giardino avessimo usato Napalm invece che concime.
Se – come avviene nel Nordest – più del novanta per cento delle donne lavora anche fuori casa, ciò significa che alle sette del mattino i tre-quattro componenti la famiglia stanno insieme per un quarto d’ora davanti a moka, latte e biscotti.
Poi, la diaspora: a casa resta il gatto, o il cane, unico essere vivente che nel pomeriggio accoglie i più giovani, i primi a rientrare in base agli orari autoreferenziati delle nostre scuole. Altrimenti, pronti a emergere su chiamata del telecomando, ci sono esseri umani virtuali dentro la scatola-televisore o sulla superficie piatta del Pc. La famiglia inizia a ricomporsi verso sera, con il rientro – differenziato – dei genitori. Nel tempo tra la moka e la cena, un ragazzo o una ragazza hanno qualche ora di scuola e decine di telefonate o Sms da parte di papà o mamma: «Cosa fai? Con chi sei? Hai mangiato? Stai studiando? Chi ha telefonato? Hai portato fuori il cane?».
(Paolo Crepet)

















