IL TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia
I SETTE DIAMANTI di Peter
Sono una famiglia che “tira avanti per miracolo” ma con una carica di resilienza e speranza, di pazienza, di amore per la vita, di evidente affetto reciproco, e di una fede che è senz’altro molto più grande della mia…

Sono all’aeroporto di Abuja, capitale della Nigeria mentre attendo l’imbarco per il volo notturno che mi riporterà a Roma, dopo una settimana di “homecoming”, di ritorno a casa in questo paese che è stato casa mia per i primi 8 anni passati in Africa.
Avrei da raccontare tantissime cose perché ogni città e comunità salesiana risvegliava care memorie di quei primi anni di missione, con un grande riconoscente stupore per come sia cresciuto l’albero e come sia grande il potenziale di futuro, soprattutto per i tanti giovani che offrono tutta la loro vita per altri giovani, affascinati dal carisma di don Bosco.
Mi limito a condividere l’ultimo di questi incontri, proprio prima di entrare in aeroporto. È stato con Peter, la sua sposa e i loro quattro figli tra i 4 e gli 11 anni, tre ragazzi e una bambina.
Con Peter ci siamo incontrati per la prima volta ad Ife, quando pochi mesi dopo il mio arrivo nel 1997 tentavo là di imparare un po’ di Yoruba, la lingua del sud ovest di questo immenso paese, il più popoloso dell’Africa (242,4 milioni – dati onu 2026).
Era più di vent’anni che non ci incontravamo, anche se siamo rimasti in contatto di quando in quando via e-mail.
La sua famiglia è uno specchio della maggioranza delle famiglie nel paese, dove si fa costantemente maggiore il divario tra una minoranza sempre più ricca e una fetta sempre più ampia di popolazione che deve accontentarsi del minimo, a cui spesso neppure riesce ad arrivare.
Qui però sta ciò che più mi sorprende: sono una famiglia che “tira avanti per miracolo” ma con una carica di resilienza e speranza, di pazienza, di amore per la vita, di evidente affetto reciproco, e di una fede che è senz’altro molto più grande della mia… Ho scritto in corsivo questi sette diamanti perché si tratta di un tesoro nel loro campo di inestimabile valore e grandezza, tanto più luminoso proprio per il contesto da cui emerge.
Peter ha un salario che non arriva all’equivalente di 45 euro mensili, con frequenti dilazioni nel riceverlo, a volte oltre i 4 mesi. Non so quanto può essere il salario della sua sposa, ma si può immaginare come sia arduo tirare avanti e prendersi cura dell’educazione dei loro figli, a cui tengono più di ogni altra cosa, con risorse così limitate.
Proprio per questo ciò che più mi rimane negli occhi e nel cuore è il loro approccio alla vita, con la decisione di avere quattro figli e di portare avanti insieme una famiglia dove è palpabile il profondo legame che li unisce. Lo si coglie dai gesti, dal modo di dialogare, di guardarsi. Si sente dentro di loro la fiducia di farcela senza lasciarsi atterrare dalle sfide, che a Peter non sono mai mancate, pesanti e abbondanti, fin dal primo giorno che l’ho incontrato quasi 30 anni fa.
Il figlio più piccolo
Nell’ora e mezza che abbiamo passato insieme le parole che più sono echeggiate da parte loro erano di gratitudine per sentirsi così amati da Dio e così accompagnati dal suo aiuto. Lo stesso poi dicevano di me: “Guarda come il Signore ti vuole bene e ti sostiene…”. Mentre rispondevo con sonori amen, come si usa qui, dentro di me mi sentivo piccolo piccolo, con un po’ di rossore che saliva alle guance. La fede di chi ha come retroterra cinque anni di teologia e trentacinque anni di Messe celebrate quotidianamente posti di colpo di fronte alla fede semplice e robustissima di una famiglia che è in una costante tensione di sopravvivenza, giorno dopo giorno. “Relicta sunt duo: misera et misericordia” direbbe sant’Agostino. Rimangono solo loro due una di fronte all’altra: la misera e la misericordia (commento a Gv 8: “chi è senza peccato scagli la prima pietra…”). Ieri sera fuori dall’aeroporto chiaramente l’abbondanza della misericordia, della grazia, stava tutta dalla loro parte, e io che arrossivo più dentro che fuori ero là da solo di fronte.
Fare confronti tra contesti immensamente diversi può essere fuorviante e scorretto, ma almeno ci si può porre delle domande. La qualità della vita nel suo valore pieno e ultimo si misura anzitutto o soprattutto con parametri economici? La presenza e l’armonia di sei vite come quelle che avevo davanti fino a un’ora fa quale valore ha se guardiamo al senso, alla direzione del vivere nel suo insieme? Almeno un confronto non posso non farlo: tra l’inverno demografico dell’Europa, con l’Italia la peggio messa, e la crescita demografica dell’Africa, nulla togliendo a tutta la complessità che sta dietro e dentro ai due scenari, chi ha più futuro?
Pensiamoci bene: chi è il piccolo e chi è il grande? Chi sta dalla parte del “misera” e chi dalla parte di “misericordia”? Il figlio di Peter, se siamo seri nel credere quello che professiamo ogni domenica in chiesa alzandoci in piedi per dire “Credo…”, il figlio di Peter come ogni altro figlio dell’uomo nato da donna è un “for ever and ever Amen”: è un per sempre! Non siamo esseri viventi che vanno verso la morte; siamo mortali che stanno entrando nella vita senza fine.
Se teniamo questo in mente e nel cuore e rimettiamo a fuoco immaginandoli davanti a noi Peter, la sua sposa e i 4 loro figli… Beh, a ciascuno il fare una sua contemplazione e tirare le somme su cosa è il vivere, cosa è essenziale e cosa forse non è poi così determinante, incluso l’incrocio di paralleli e meridiani su cui, senza essere stati noi a sceglierlo, ci è capitato di nascere.

















