LA NOSTRA FAMIGLIA
Borja Pérez (consigliere mondiale dei Salesiani Cooperatori per la Regione Iberica)
I Salesiani Cooperatori
Origini e identità
del sogno rivoluzionario di don Bosco
L’Associazione dei Salesiani Cooperatori (ASSCC), fondata dallo stesso don Bosco nel maggio del 1876, ha compiuto nel 2026 i 150 anni di esistenza.
Ci sono anniversari che ci invitano a fermarci, a guardare indietro con serenità e ad ascoltare di nuovo la voce che ha dato origine a una storia. Il 150° anniversario dell’approvazione dell’allora Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, oggi Associazione dei Salesiani Cooperatori, è uno di questi momenti. Non si tratta solo di celebrare una data, ma di tornare alle radici di un’intuizione che don Bosco ha maturato nel corso di decenni: la convinzione che il carisma salesiano fosse chiamato ad essere vissuto anche dai laici, dal cuore stesso del mondo.
I primi anni
Per comprendere questa origine, bisogna tornare ai primi anni di Valdocco. Lì, tra il trambusto dei ragazzi e la povertà di una Torino in cambiamento, don Bosco scoprì che la missione che Dio gli aveva affidato era troppo grande per portarla avanti con pochi.
Fin da subito cercò collaboratori: maestri, artigiani, benefattori, famiglie, giovani. Persone che, senza abbandonare la loro vita ordinaria, condividevano con lui la passione per l’educazione e la salvezza dei giovani. Quella rete di religiosi e laici non era un sostegno occasionale, ma un pilastro fondamentale della sua opera.
Per questo, quando don Bosco iniziò a riflettere su una forma stabile per organizzare la sua missione, la sua prima idea non fu quella di fondare una congregazione religiosa nel senso in cui la intendiamo oggi. Il suo progetto iniziale era quello di creare una congregazione con membri interni ed esterni, in cui questi ultimi, vivendo nelle loro case e mantenendo il loro stato di vita, partecipassero pienamente allo spirito e alla missione salesiana. Don Bosco sognava una grande famiglia apostolica, flessibile e aperta, capace di integrare coloro che volevano servire i giovani senza abbandonare le loro responsabilità familiari o professionali.
Tuttavia, questo progetto incontrò difficoltà. La Santa Sede, in quel contesto ecclesiale del xix secolo, non vedeva di buon occhio una congregazione che includesse membri non religiosi con legami giuridici così stretti. Dopo vari tentativi e rielaborazioni, Roma respinse la proposta di don Bosco di una congregazione “mista”. Ma quel “no” non spense la sua intuizione. Al contrario, lo spinse a cercare una forma nuova, più adeguata ai tempi e alle esigenze canoniche, per dare vita a quella vocazione laicale che egli considerava essenziale per la sua missione.
Associazione pubblica di fedeli
Nacque così l’idea di una Pia Unione, un’associazione pubblica di fedeli che, pur non essendo religiosi, avrebbero condiviso lo spirito salesiano e partecipato attivamente alla missione educativa ed evangelizzatrice.
Dopo un lungo processo di redazione, consultazioni e adeguamenti, la Pia Unione dei Cooperatori Salesiani fu infine approvata dalla Santa Sede il 9 maggio 1876, mentre due mesi dopo fu approvato il primo Regolamento redatto dallo stesso don Bosco.
Questa origine spiega la profonda identità dei Salesiani Cooperatori.
Non nascono come un gruppo ausiliario né come un’associazione di sostegno puntuale, ma come una vocazione laicale che partecipa pienamente al carisma salesiano.
Sono cristiani – laici e anche ministri ordinati – che, mossi dallo Spirito, si impegnano a vivere lo stile di don Bosco nella loro vita quotidiana. Il loro campo di missione non è principalmente la struttura ecclesiale, ma la vita stessa: la famiglia, il lavoro, la società, gli ambienti giovanili, le periferie dove la dignità è minacciata.
I salesiani cooperatori sono cristiani che, vivendo nel mondo, partecipano alla missione della Chiesa e della Famiglia Salesiana, secondo lo spirito di don Bosco. Questa definizione contiene tre elementi essenziali. Il primo è la vocazione secolare: i cooperatori non abbandonano il loro stato di vita, ma lo trasformano in luogo di missione.
La seconda è la corresponsabilità apostolica: non sono semplici collaboratori esterni, ma membri a pieno titolo della Famiglia Salesiana, chiamati a condividere la sua missione educativa ed evangelizzatrice.
La terza è la spiritualità salesiana, che permea il loro modo di essere e di agire: la gioia come segno di fede, la presenza vicina che accompagna, lo spirito di famiglia che crea legami, la fiducia in Maria Ausiliatrice, la carità pastorale che cerca il bene dei giovani.
Identità salesiana
Questa spiritualità non è un insieme di idee, ma uno stile di vita. Il salesiano cooperatore è una persona che guarda alla realtà con speranza, che crede nel potenziale di ogni giovane, che sa essere presente dove altri non arrivano, che lavora con costanza e serenità, che trasforma gli ambienti dall’interno.
La sua identità si riconosce in gesti semplici: una parola che incoraggia, una presenza che sostiene, un’iniziativa che apre strade, una sensibilità speciale verso chi vive ai margini.
Fin dalle sue origini, l’Associazione ha avuto anche una struttura organizzativa comunitaria che garantisce la formazione, la comunione e la missione condivisa. L’appartenenza associativa permette a ogni cooperatore di non vivere la propria vocazione in solitudine, ma accompagnato da una comunità che prega, discerne, si forma e agisce unita.
Ritornare alle origini in questo anniversario significa riconoscere che questa vocazione è nata per essere sale e luce in mezzo alla vita ordinaria, e che don Bosco sognava laici capaci di portare il Vangelo ai giovani con creatività e audacia.


















