LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
I primi mesi nella TERRA SOGNATA
Dopo anni di attesa e di solleciti da parte di don Bosco, finalmente nel gennaio 1880 quattro Salesiani e altrettante Figlie di Maria Ausiliatrice riuscirono a mettere piede in Patagonia. E questa volta per restarci. Lo fecero insediandosi nel villaggio di Carmen de Patagones, sulla riva sinistra del Rio Negro, a fronte di Mercedes (oggi Viedma).

Il viaggio, se non fu così pericoloso come i due precedenti già raccontati, fu comunque ricco di sorprese e disagi, come raccontò il capospedizione don Fagnano appena toccato terra al suo superiore diretto a Buenos Aires, l’ispettore don Francesco Bodratto a Buenos Aires.
Anzitutto gli imprevedibili ritardi: già in partenza il venerdì 16 gennaio per uscire dal Rio de la Plata ed entrare in Oceano la nave si dovette fermare per la bassa marea; poi il vento contrario la notte di domenica “fece perdere circa venti miglia di cammino”, per cui, arrivati in ritardo all’entrata pericolosa del Rio Negro, “il capitano fece gettar l’àncora a quattro miglia dalla spiaggia, aspettando di partire al mattino quando la marea fosse alta; infine ancora una sosta il mattino di lunedì 19 sempre per la scarsa profondità delle acque.
In secondo luogo tutti patirono il mal di mare, compreso il Vicario Generale dell’arcivescovo di Buenos Ayres, monsignor Espinoza, che li accompagnava, anche perché “il mare era alquanto più agitato, e faceva ballare il nostro vapore come un guscio di noce”.
Sul far della sera del 19 gennaio gli otto pionieri poterono comunque sbarcare e passare la notte sulla terra ferma. L’indomani mattina, come sempre, si misero immediatamente al lavoro: radunarono nella cappella parrocchiale i ragazzi e le ragazze per il catechismo, nonché gli adulti per un poco di catechismo e la preparazione alla S. Cresima, amministrata da monsignor Espinoza.
Chiudeva la sua missiva don Fagnano annunciando una prossima escursione alla Colonia Conesa e Guardia Mitre e specialmente alle tribù di Choele-Choel. Evidentemente si era informato in antecedenza sulla situazione che avrebbe trovato una volta giunto sulle rive di quel grande fiume, che avrebbe successivamente visto le eroiche imprese dei vari don Milanesio, don Beauvoir, don Stefenelli e di tanti altri, senza dimenticare don Cagliero.
Le parole di congedo al Fagnano sgorgarono dal cuore di apostolo: chiese preghiere “perché il Signore voglia benedire il principio di questa nuova ed importantissima Missione della Patagonia”. La storia gli avrebbe dato ragione e papa Francesco dal soglio di Pietro ne avrebbe dato testimonianza personale.
Pochi mesi dopo…
I missionari si diedero da fare e nel volgere di pochi mesi non solo si assestarono sul territorio in modo sicuro, ma progettarono immediati sviluppi. Infatti il 5 settembre 1880, don Fagnano tracciava a don Bosco un “breve ragguaglio di quel poco, che abbiamo fatto in questi mesi, e del molto che vi sarebbe da fare”. Riferiva che avevano avviato due scuole: una maschile frequentata da 48 ragazzi e una femminile con 40 fanciulle iscritte. Si stavano altresì occupando della popolazione “civile” ed erano impegnati pure nell’istruzione dei figli e figlie degli Indigeni, che frequentavano la zona per motivi di commercio o di lavoro. Se nel gennaio monsignor Espinoza aveva conferito il battesimo ad alcune centinaia di persone, successivamente se ne erano aggiunte altrettante.
Ma occorreva allargare gli orizzonti. In primo luogo – scriveva – “sarebbe da stabilirsi qui un Ospizio pei poveri figli degli Indiani, i quali li manderebbero volentieri per impararvi un’arte o mestiere, e a leggere e scrivere”. Altrettanto era da farsi per le ragazze. Così “colla istruzione continuata noi potremmo facilmente renderli cristiani, ed anche capaci ad aiutarci nella conversione dei loro parenti”. Era la nota strategia appresa dal grande missionario dell’Africa, monsignor Comboni.
Una seconda iniziativa pastorale da intraprendersi era “l’evangelizzazione dei selvaggi, che abitano lungo le rive del gran fiume Negro”. Occorrevano missionari itineranti, in grado di avvicinare periodicamente gruppi di indigeni e pure di coloni per sostenerli nella vita cristiana dopo una primissima catechesi.
In terzo luogo suggeriva di prendere in considerazione la colonia sul Rio Chubut, 200 km a sud del Rio Negro, composta quasi esclusivamente da gallesi anglicani. Anche colà si sarebbe potuto avvicinare gli indigeni, visto che vi venivano di frequente e numerosi per scambio di merci. Stavano già “studiando d’accordo col Governo Argentino un progetto di colonizzare gli Indiani”, onde civilizzarli e cristianizzarli.
Infine a suo giudizio andavano programmate missioni fra i “selvaggi della Terra del Fuoco”. (Del “sacro esperimento” sì è parlato nel mese scorso). Il momento era propizio, vista l’imminente possibilità di viaggiare periodicamente da Buenos Aires allo stretto di Magellano, passando per Patagones, il Chubut e Santa Cruz. Ovviamente tutto era condizionato dal numero dei missionari presenti.
Alla ricerca delle risorse economiche
Venne però meno per motivi politici l’accordato sussidio economico annuo, per cui occorreva cercar altrove di che vivere e con chi svolgere il proprio ruolo apostolico. Scriveva don Fagnano: i missionari erano “pronti a digiunare, a restringere il nostro scarso vitto, a fare risparmi di ogni genere”, ma don Bosco doveva fare appello alla carità dei Cattolici di Europa, perché aiutassero almeno a pagare il viaggio ai nuovi Missionari. “Dovremo noi vedere da una parte i Protestanti ad elargire ingenti somme per inviare missionari… e dall’altro lato mirare i Cattolici a conservare negli scrigni il loro danaro, e rifiutarsi dal consacrarne una parte per diffondere la verità?”
Commovente poi la chiusa della lettera di questo ex Garibaldino. La pubblichiamo nel riquadro:
“Mi usi poi la carità, caro D. Bosco, di scrivermi due righe… Lontani circa 8 mila miglia dalla patria, ella può ben immaginare la dolce consolazione, che ci arreca una letterina di chi tanto ci ama, ed al quale portiamo sì grande amore. Addio, caro D. Bosco. Chi sa se potrò ancora baciarle una volta la mano? Tanto lontano, e in procinto di allontanarmene ancora di più per la mia Missione, temo di non rivederla mai più. Questo riflesso talora mi affligge; ma tosto mi conforto pensando che giorno verrà, in cui mi sarà dato di rivederla in Cielo e per sempre. Accolga i rispetti miei e quelli de’ suoi figli e figlie, qui residenti, che godono tutti buona salute. Le Suore le scriveranno anche esse. Di loro debbo dire che lavorano con un coraggio virile, e sono amatissime dal popolo”.
















