GIOVANI

ANS

Willy, Romeo, Virgilio… Cominciano ad essere troppi. Ragazzi che perdono la vita nella violenza cieca e stupida di una rissa tra giovani. E la loro tragica fine è filmata e messa in rete

Di nuovo l’ennesima rissa tra ragazzi. In piazza. Per strada. Un ragazzo di 17 anni è morto accoltellato a Formia, mentre a Napoli sul lungomare ben due risse tra bande in meno di 24 ore per uno sguardo “di troppo”. Poi ci sono le “risse da movida”, sempre più frequenti.

«È più di 15 anni che studio il fenomeno delle baby gang» scrive la psicologa Maura Manca «e il dato che fa riflettere non è solo legato all’età di questi ragazzi, ma anche al fatto di essere di “buona famiglia”. Oggi non dobbiamo più andare a cercare la violenza dentro condizioni particolarmente svantaggiate o pensare a ragazzi con dei profili a rischio ben evidenti e conclamati. Troviamo la violenza in quelli che possono essere considerati agli occhi di genitori e insegnanti adolescenti in un certo senso “normali”. Negli ultimi anni, infatti, la devianza minorile ha subito profonde trasformazioni. Apparentemente a questi ragazzi, non manca niente e possono veder soddisfatta ogni loro richiesta, ma manifestano una marcata onnipotenza, non si accontentano e devono cercare nella messa in atto di queste condotte un altro modo di manifestare il proprio potere e nascondere a se stessi il vuoto interiore e il bisogno di riconoscimento».

Perché la gioventù è così inquieta?

«È una storia vecchia come l’Italia» risponde il professor Paolo Crepet, sociologo, psichiatra, attento osservatore del mondo giovanile. «Dentro ci sono degli elementi che sono connotati da sempre, e non sono solo italiani, e che riguardano il confronto tra classi sociali, periferia e centro a quelli legati più strutturalmente alla malavita a quelli che lo sono di meno, a scontri di gruppi etnici. Ne ricordo a decine, anche ai miei vecchi tempi».

Sembra la vecchia storia dei “Ragazzi della via Pal…”. «In parte sì, ma oggi molto peggiorata, perché di nuovo rispetto a trenta-quarant’anni fa c’è ad esempio un’enorme esposizione della violenza in tutti i media. Basta accendere la tv, da Fox Crime h24 che non c’era quando eravamo ragazzi noi. C’è tutto un apparato espressivo, narrativo, letterario legato a un noir estremo, dagli ‘scrittori maledetti’ ai ‘cannibali’ al pulp. Quel che c’è di nuovo, oltre la tv, è la Playstation e giochi non violenti, violentissimi».

Come ovviare? «Dovrebbe stare al buon senso dei genitori», risponde Crepet, secondo cui il ruolo dei genitori nel tempo «è venuto meno e questo è un altro elemento del puzzle che è impazzito».

Uno sguardo salesiano

Don Jean-Marie Petitclerc, salesiano, educatore, coordinatore della Rete “Don Bosco Action Sociale” (dbas), ha proposto una riflessione che, partendo da un caso di cronaca che ha fatto scalpore in Francia – il pestaggio di un ragazzo di 15 anni, Yuriy, a Parigi, ad opera di altri adolescenti – intende mettere a tema la responsabilità educativa degli adulti, soprattutto verso i giovani problematici.

Quasi un mese fa, il pestaggio di Yuriy nel 15° arrondissement di Parigi ha fatto precipitare il Paese in uno stato di terrore. Gli assalitori, che da allora sono stati arrestati, sono quasi tutti adolescenti. E, come per ogni fatto di cronaca violenta, l’emozione sperimentata porta tra i politici e i media ad una sovrabbondanza di proposte di natura repressiva. Una volta che l’emozione si è placata, vale però la pena fare un passo indietro per analizzare questo fenomeno di “guerra tra bande”, che ha effetti così devastanti nell’adolescenza.

Si tratta di un fenomeno nuovo?

Non penso. All’inizio degli anni 2000, in seguito al violentissimo scontro tra bande di diverse città della periferia ovest di Parigi, avvenuto di sabato pomeriggio nel cuore del centro commerciale “La Défense”, pubblicai un articolo dal titolo “La guerra dei Bottoni, versione anno 2000” (in riferimento al libro di Louis Pergaud del 1912, NdT). Il fatto che bande di adolescenti cercassero di appropriarsi del loro territorio, e venissero ad attaccare il territorio vicino, esisteva infatti già ai tempi di Louis Pergaud!

La novità non è costituita da questi scontri, ma dall’esplosione di violenza che arriva fino al tentato omicidio. La novità è la mancanza di integrazione dei limiti in questi adolescenti, che si dimostrano incapaci di controllare la loro aggressività. Gli adulti non dovrebbero essere ritenuti responsabili di questo? Chi è che dovrebbe trasmettere questi limiti, se non tutti coloro che sono chiamati a svolgere un ruolo educativo?

Forse dovremmo anche sottolineare il ruolo degli “schermi”, che sono dei veri e propri distruttori dell’empatia. Perché il problema di tutti questi giochi e video basati sulla violenza è che non vediamo né la sofferenza della vittima, né di chi gli è vicino.

Infine, notiamo l’importanza del gruppo: ciò che conta di più per l’adolescente è trovare il suo posto nella banda, senza alcuna considerazione per la vittima.

Quindi, secondo lei, la cosa più importante è la mancanza di empatia?

Ciò che caratterizza le immagini insopportabili dell’aggressione a Yuriy è la totale mancanza di empatia di questi giovani verso la vittima stesa a terra e riempita di colpi.

Il dottor Berger, un grande nome della psichiatria infantile, ci ricorda che gli adolescenti ultra-violenti sono stati spesso loro stessi vittime di abusi familiari, senza che chi vi era attorno reagisse.

È paradossale vedere oggi la nostra società simpatizzare con la sofferenza delle giovani vittime e chiedere pesanti condanne per i giovani carnefici, quando, anche se naturalmente non tutte le vittime diventano carnefici, purtroppo un buon numero di giovani carnefici sono in verità ex-vittime.

Quanto è chiaro, allora, che prendere in considerazione le parole delle vittime, a partire dall’infanzia, può essere un punto forte per la prevenzione della violenza tra gli adolescenti! Ricordiamo l’incontro di don Bosco con un piccolo monello della periferia di Torino, quel Michele Magone che pretendeva di essere generale nel suo territorio: don Bosco sapeva discernere dietro il volto di questo adolescente provocatore la sofferenza del bambino abbandonato. E lo accolse nell’opera che aveva fondato a Torino per tutti quegli adolescenti disorientati.

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