BS Marzo
2025

DOVE DIO PIANGE

NPG

I NOSTRI DONI in tempo di guerra

Monsignor Maksym Ryabukha, vescovo ausiliare dell’esarcato greco-cattolico di Donetsk, salesiano, condivide con noi la sua esperienza nella martirizzata Ucraina.

Abbiamo ricevuto tanto dalle comunità ecclesiali italiane (e non solo) e dai giovani: non solo la formazione carismatica salesiana che ci ha aperto un vasto campo di servizio in Ucraina, ma negli ultimi anni di guerra in termini di aiuti materiali ed economici (medicine, cibi, tende, suppellettili, l’accoglienza di tanti profughi…), e spirituali con la vicinanza e la preghiera. Ecco, vorrei in qualche modo “restitui­re” con il dono della nostra esperienza, che per noi sta diventando il tesoro che ci resta in un tempo di macerie e di rovina, che è come quel tesoro evangelico che non viene consumato da ruggine e da tarli.

Quali sono allora i doni di esperienza che possiamo offrire ai nostri amici italiani (e forse a vari amici di altri paesi), i nostri tesori?

Il dono di un Dio che c’è

Dio c’è, c’è sempre, in qualunque tempo e circostanza. Lui diventa la nostra forza di resistenza anche nei momenti più drammatici se riusciamo ad accorgerci della sua presenza. È questa l’esperienza che purtroppo stiamo vivendo, quella di un Dio sepolto tra le macerie e le devastazioni assieme a coloro che sono sepolti e devastati. È questa dunque l’esperienza di tanta gente, tanti cristiani, tanti ragazzi e giovani. Ma Dio resiste nei cuori, non permettiamo che venga sepolto, perché altrimenti tutto sarebbe veramente finito.

Dio c’è in tutto questo. C’è nei segni delle preghiere che sono diventate molto più significative per noi, c’è nella sua Parola che viene annunciata (magari con i suoni delle sirene di allarme o il fragore dei missili che cadono o delle difese aeree che tentano di impedirlo) con maggior senso, nel gesto di carità di un aiuto a chi ha bisogno, di una parola di conforto, una carezza a un bambino o un anziano… e in tanti altri modi. Non abbiamo bisogno di tante parole di apologetica. Dio si “impone” alla fede e alla vita perché altrimenti saremmo disperati.

Nelle parole di Bonhoeffer, Dio resta quella fontana zampillante del villaggio che permette di dissetarsi e di sentirsi comunità; e lo è sia nella vita gioiosa sia in quella pericolante. Me ne accorgo ogni qual volta celebro la Messa o mi intrattengo tra la gente nelle parocchie e negli oratori. “Al bombardamento tutto esplodeva intorno a me. Ed io – solo una scheggia sotto il naso. Dio c’è”. Quante storie di questo genere assicurano che non siamo lasciati da soli. Egli c’è.

Ecco, questo è il primo “dono” che mi sento di fare, dal pozzo della nostra fontana di villaggio. Dio c’è; in modo misterioso ma reale e sempre interrogante e consolante è presente. Nessuna situazione drammatica potrà convincerci che ci abbia abbandonato o abbia smesso di amarci.

Il dono di una quotidianità infranta e di un popolo in sofferenza

La nostra vita quotidiana, dall’oggi al domani, si è infranta al suono delle cannonate e i sibili dei missili. Intendo la quotidianità nella sua normalità di alzarsi con il cielo rosso dell’alba o grigio della pioggia, il caldo della colazione profumata, il bacio prima di uscire per il lavoro o la scuola, il rientro serale, il pasto in comune, la notte sicura nel proprio letto e nella propria cameretta… e sogni come tutti i sogni di persone normali.

Da quell’oggi tutti i nostri domani sono cambiati, e l’oggi è diventato un incubo, una tensione costante, una totale insicurezza. Sono rimasti i pezzi, i frammenti della nostra vita usuale, come se si fosse disfatto un puzzle completato. Ma ci siamo resi conto che la guerra non può mettere “in pausa” la vita.

Può essere questo un dono a voi, riscoprire e rivalutare il quotidiano nella sua bellezza e gratuità e meravigliosità? Come la natura a volte ci sa restituire (le piante, gli animali, l’acqua) con la sua resilienza?

Ho parlato della quotidianità come spazio e tempo (qui-ora) della concretezza della vita. Ma essa non è un contenitore vuoto. Questa quotidianità è abitata, da persone, da cose, da legami, anche da memorie. Essa presenta e pretende un nuovo modo di essere, dove la persona, il giovane riscoprono l’importanza dell’esserci, della relazione, dell’essenziale e del poco. Ho visto riscoprire questi valori (volevo dire la “spiritualità” di questi valori) che probabilmente altrove contano o valgono poco, ma qui sono la distanza tra vita e morte, tra pieno e vuoto, tra senso e insignificanza, tra luce e tenebre. Se dovessi lasciare solo un messaggio, lascerei questo, appunto perché è essenziale e vitale, ed è una cosa che nella sofferenza abbiamo riscoperto con maggior intensità, e la affidiamo anche come tesoro nostro a tutti gli amici.

Il dono di una Chiesa che soffre

Con il popolo soffre la Chiesa; la Chiesa è il popolo che soffre. Senza fare voli mistici, la chiesa sono anzitutto i cristiani che vivono questo tempo nella speranza e nella fiducia della presenza di Dio; e poi sono i suoi rappresentanti e i suoi “luoghi” e mezzi che sono presenti là dove la gente sta. Potremmo dire, sacramento della presenza di Dio nei luoghi della vita.

La gente ha bisogno che qualcuno tenga desta la speranza e asciughi le lacrime. In tanti cercano gli spazi per continuare a invocare il nome del Principe della Pace. Sono nati e mantengono la fedeltà i numerosi gruppi di preghiera sia dei giovani sia degli adulti. Nella casa salesiana di Kyiv sono oltre al millesimo giorno di preghiera quotidiana a Maria Ausiliatrice perché protegga i giovani arruolati e tutte le famiglie, e ottenga da Dio il dono della vittoria sul male e della pace giusta e duratura. Ma non solo: sono numerosi i gruppi parrocchiali delle “madri in preghiera”, i gruppi dei papà chiamati “cavalieri di Colombo”, i gruppi giovanili ecc.

In quanto a edifici, anche la Chiesa ha avuto le sue gravi perdite. Basta vedere qua e là chiese distrutte, campanili crollati, monasteri inutilizzabili, ma conta ancora di più la perdita delle persone, dei possibili luoghi di incontro, di preghiera, di rigenerazione spirituale che in questi edifici era possibile. Certo, nessun vescovo o prete o religioso è scappato; ma si è infranta la vita relazionale che permetteva di elaborare insieme la fede nella quotidianità cristiana, i momenti di silenzio e di ritiro, di preghiera, di riflessione. Corre il rischio di venire meno la vita comunitaria che rende possibile la vita spirituale.

La chiesa è diventata un ospedale da campo. Non solo nel senso metaforico in cui lo diceva papa Francesco, ma molte volte anche in senso reale. La gente che vi ha trovato il rifugio sicuro, la cura dell’anima e del corpo, il sostegno nella disperazione, il ristoro nella stanchezza.

A questo punto la Chiesa si è davvero fatta carne, si è resa presente, andando verso, stando con, cercando, anche scavando con le mani nell’aiuto alla gente. E i preti ci sono come tessuto per la vita lacerata delle persone: i sacramenti come e dove si può, la parola, la presenza, l’ascolto, la preghiera, il mantenere presente Dio. Certo, potrebbero anche bastare il tempo e la disponibilità all’ascolto, all’aiuto, alla presenza, come senso di umana vicinanza e solidarietà. Ma noi sappiamo che in questo modo facciamo anche evangelizzazione, e annunciamo Gesù in questo fragore e in queste rovine, perché le rovine di mattoni e di strutture non diventino rovine di persone, e della stessa struttura di vita cristiana.

Qualche volta ho pensato: in questo momento sono più utili i camion di aiuti (e a volte ho anche pensato le armi)… ma non è così. Il prete, la Chiesa ha da offrire e rendere presente quello che non può mai mancare, se si vuole ancora vivere con dignità. Il soccorso e l’arma di difesa più potente contro il male rimane solo Dio. Ecco, anche e soprattutto per i bambini e i giovani. Se mancasse la Chiesa in questo starci, in questo sogno d’inizio di ricostruzione, perderemmo non solo il futuro, ma peggio ancora l’anima stessa.

Se la fecondità della Chiesa si mostra soprattutto nelle vocazioni, ebbene, abbiamo avuto otto giovani che hanno iniziato il cammino nel Seminario, e l’ordinazione di quattro diaconi, che hanno maturato la propria scelta in questo periodo tragico, dove forse hanno scoperto una diversa chiamata, hanno ascoltato una voce diversa che diventa segno di speranza per tutti.

Il dono dei nostri giovani

Se san Lorenzo, il diacono romano dei primi tempi della Chiesa, affermava che le nostre ricchezze sono non i calici e le reliquie dei martiri, pur preziose e importanti, ma i poveri, per noi vale un’altra eguaglianza: la nostra ricchezza sono i giovani. E non soltanto – come è ovvio – nel campo della pastorale giovanile, ma in tutto il campo sociale e civile. Con essi mi ritrovo, con essi organizzo, con essi vado nei posti di maggior bisogno. Essi sono la mia comunità concreta, senza della quale non avrei la forza, il coraggio e la possibilità di confronto. Non solo loro mi suggeriscono nuove iniziative, ma sono la rete attraverso cui ogni incontro è possibile e accolto.

Ho fiducia nei nostri giovani, maturati troppo presto e con ferite difficili da rimarginare. Quanto lavoro non solo psicologico ma spirituale. Su questa gioventù sarà costruita la nuova Ucraina.

Questo “brutto tempo” ci ha fatto riscoprire la famiglia (e i bambini con essa) come soggetto fondamentale della nostra pastorale giovanile. Perché abbiamo riscoperto la presenza dell’adulto, l’assenza dell’adulto (profugo o in guerra), i legami e le relazioni affettive, lo scambio di ruoli (adolescenti e giovani che diventavano gli adulti di appoggio per i membri della famiglia, mamma e nonni anziani, bambini), l’intesa sulle cose preziose da salvare, l’aiuto reciproco per chi in necessità, la preghiera insieme, soprattutto per i propri cari, ma anche per altri sfortunati.

L’AUTORE

«Sono don Maksym Ryabukha, missionario di Don Bosco, nato nella prima parrocchia salesiana ucraina di Lviv-Leopoli, e qui sono cresciuto. Finita la scuola, ho iniziato a seguire le attività dell’oratorio salesiano e qui don Bosco mi ha rubato il cuore.

I miei studi mi hanno portato in Italia: a Pinerolo, a Nave, a Roma e a Torino e poi sono tornato in Ucraina per seguire un corso in Gestione delle risorse umane presso l’Accademia Interregionale a Kyiv, ho conseguito un Magistero in Amministrazione delle scuole presso il Politecnico di Lviv-Leopoli e un Master in pedagogia sociale presso l’Università Nazionale della Transcarpazia.

Sono sempre stato “prete dei giovani”, un prete in mezzo ai giovani, un prete delle periferie. In tanti anni come missionario ho amministrato diverse case salesiane: scuole, parrocchie, oratori fino a diventare Direttore della Casa salesiana di Kyiv Maria Ausiliatrice e poi Vescovo Ausiliare dell’Esarcato Arcivescovile di Donetsk».

https://www.missionidonbosco.org/missionari/padre-maksym-ryabukha

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