MEMORIE
Ana María Valle (dal Boletín Salesiano CAM) - Immagini di Luis “TP”González
I magnifici tre
DOMENICO, MICHELE e FRANCESCO
OGGI POTREBBERO ESSERE COSÌ
Sono i primissimi frutti del Sistema Preventivo, quelli coltivati da don Bosco stesso. Gli sono riusciti così bene che ne ha voluto stendere il profilo per donarlo ai suoi figli e a tutti i giovani del mondo.
Nel cuore della spiritualità salesiana, don Bosco trasmise ai suoi ragazzi un messaggio che andava oltre le aule e i cortili dell’oratorio: vivere con gioia e santità ogni momento, in modo che la morte non fosse una fine temuta, ma l’incontro più atteso con Gesù. Tre dei suoi discepoli più ricordati, Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco, morirono in adolescenza, lasciando una testimonianza di fede e di amore che continua a ispirare giovani di tutto il mondo.
La Compagnia dell’Immacolata
Domenico Savio (1842-1857) fu uno degli alunni più vicini a don Bosco. A soli 15 anni, la sua vita fu segnata da un amore intenso per l’Eucaristia e per la Vergine Maria. All’Oratorio si mise a camminare veloce sulla strada che don Bosco gli tracciò per farsi santo: allegria, impegno nella preghiera e nello studio, far del bene agli altri, devozione a Maria. L’8 dicembre di quel 1854, mentre il Papa definiva il dogma dell’Immacolata, Domenico si consacrò a lei leggendo alcune righe che aveva buttato giù su un foglietto: “Maria, vi dono il mio cuore. Fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei, ma per pietà fatemi morire prima che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato”. Per quasi cent’anni, quelle parole sarebbero diventate la preghiera degli aspiranti salesiani. Il capolavoro lo compì l’8 giugno 1856 quando radunò Rua, Cagliero, Cerruti, Bongioanni e un’altra decina di splendidi giovani e fondò con loro la Compagnia dell’Immacolata. S’impegnarono a diventare apostoli tra i compagni, a star vicino a chi si sentiva solo, a diffondere gioia e serenità.
Negli ultimi giorni, indebolito dalla tubercolosi, Domenico conservò serenità e speranza. Sua madre fu testimone delle sue ultime parole: “Che cosa meravigliosa sto vedendo!” (Memorie dell’Oratorio, San Giovanni Bosco). Morì il 9 marzo 1857, con un sorriso sul volto, convinto di andare incontro a Gesù.
Un cuore trasformato
Michele Magone (1845-1859) don Bosco lo scovò tra le nebbie di Carmagnola. Mentre aspettava il treno per Torino, sentiva le grida festose di un gruppo di ragazzi che giocavano: Si sentiva distinta una voce che dominava tutte le altre. Era come la voce di un capitano. A rischio di perdere il treno, cercò questo capitano, lo incontrò e con poche domande scherzose (un vero test!) venne a sapere che aveva 13 anni, era orfano di padre, cacciato da scuola perché disturbatore universale e, come mestiere, faceva il fannullone. Uno splendido giovane avviato al fallimento. Riuscì a farlo arrivare all’Oratorio. In quel cortile sembrava che uscisse dalla bocca di un cannone: volava in tutti gli angoli, metteva tutto in movimento… Gridare, correre, saltare, far chiasso divenne la sua vita. Ma dopo un mese, mentre gli alberi intristivano, anche Michele intristì. Non giocava più; la malinconia gli si era dipinta in faccia. Io tenevo dietro a quanto accadeva scrive don Bosco che non era un collezionista di ragazzi, ma un sapiente educatore cristiano – e gli parlai. Dopo qualche silenzio difensivo e uno scoppio di pianto liberatore, Michele disse: “Ho la coscienza imbrogliata”, e si arrese al suggerimento tranquillo di una buona confessione. Con la pace nel cuore tornò l’allegria scatenata… Ma Dio aveva altri disegni.
A 14 anni si ammalò gravemente. Durante la malattia non smise di incoraggiare chi lo visitava, chiedendo loro di pregare e prepararsi per la vita eterna. Secondo don Bosco, Michele partì con spirito sereno, ringraziando Dio per averlo incontrato e cambiato. Morì il 21 gennaio 1859, lasciando un messaggio di conversione e fiducia nell’amore divino.
Purezza e dono di sé
Francesco Besucco (1850-1864) crebbe nella luce folgorante delle grandi montagne, tra neve e sole. Lo accolse il calore di una famiglia cristianissima e poverissima. Cinque figli. Il parroco del borgo (Argentera, a 1684 m slm) lo adottò come figlioccio, dandogli pane, vestiti e amor di Dio. Gli fece anche scuola per portarlo dalla terza elementare (ultima classe esistente in paese) alla quinta, necessaria per continuare gli studi. Faceva il capo dei chierichetti, e pregava come un angelo. Tra i libri che don Peppino gli mise in mano c’era la Vita del giovinetto Savio Domenico, scritta da don Bosco, e Francesco cominciò a sognare l’Oratorio. Il 2 agosto 1863 poté arrivarci.
Don Bosco scrisse: Vidi un ragazzo vestito a foggia di montanaro, di mediocre corporatura, d’aspetto rozzo, col volto lentigginoso. Egli stava con gli occhi spalancati rimirando i suoi compagni a trastullarsi. Francesco gli manifestò subito i motivi per cui era venuto: farsi santo come Savio e diventare sacerdote. Don Bosco scoprì un’anima delicata e piena di riconoscenza per chi gli aveva fatto del bene. Malato di pleurite (infiammazione del rivestimento dei polmoni e del torace), affrontò il dolore con pazienza e fede. Negli ultimi momenti chiese la Comunione ed espresse il desiderio di andare in cielo.
Morì il 9 gennaio 1864, a 14 anni, lasciando come eredità l’importanza della purezza del cuore e della fedeltà a Dio.
ULTIME PAROLE DI DON BOSCO
La mattina del 31 gennaio 1888, nei suoi momenti finali, don Bosco fu accompagnato da alcuni dei suoi collaboratori più cari, tra cui don Michele Rua, suo successore, e il sacerdote e missionario Luigi Cagliero. Anche amici intimi e giovani dell’opera lo circondarono con affetto e preghiere, offrendogli sostegno spirituale ed emotivo fino all’ultimo istante.
Le sue commoventi parole finali, “Amatevi come fratelli… Fate del bene a tutti, del male a nessuno… Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in Paradiso”, riflettono il suo amore infinito per i giovani, la sua profonda fede nella comunione eterna e la fiducia nell’incontro definitivo con ciascuno in cielo.



















